Giardino dell’ES – Villa La Sughera

Giardino dell’ES – Villa La Sughera

Testo di Tiziano Lera

Kairos“… come dicono gli arabi, l’uomo di sicuro conosce solo la mamma: tutto il resto è incontrato… L’uomo può incontrare donne, uomini, animali ma anche luoghi. lo ho incontrato quel lembo di territorio, assurdo per le sue caratteristiche uniche: è il territorio collinare più vicino al mare di tutta la Versilia, a un’altezza di circa 250 m su un massiccio di calcare cavernoso, esposto al cammino del sole in tutte le stagioni, distante dal libeccio marino e protetto dalle Apuane dal vento di tramontana, in un microclima unico con presenza di piante e animali sia autoctoni che migratori, in particolare rapaci e farfalle, che in tutta la Versilia si trovano solo in questa zona: per sintetizzare, un lembo di Corsica.

Regina è la sughera, seguita da tutti gli altri alberi con sottobosco di mirto, corbezzolo, ginepro, lentisco, phillyrea, lantana, agrifoglio, maggiociondolo fino all’euphorbia delle isole, helichrysum, orchidee, genziane, ciclamini, helleborus… In tutte le stagioni è un continuo tripudio di fioriture e dei loro profumi spontanei.

Questo territorio collinare è il più vicino al mare, si trova sulla via Francigena e sulla linea di guardia dei castelli e gode della vista di ben otto isole, Corsica, Elba,Gorgona, Capraia, Montecristo, Palmaria, Tino e talvolta le isole Porquerolles, e delle Alpi Marittime francesi. Alle spalle si trovano le Apuane, in particolare il monte Altissimo, da cui Michelangelo estraeva lo “statuario” per le sue sculture.

Quindi, consapevole della preziosità di questo luogo, mi sono sentito responsabile e custode della sua trasmissione, intatto, al futuro.

Ho ideato un’associazione che si chiama “La Periploca” — visto che alla Sughera questa rara liana del Quaternario è presente, insieme a una felce nana che esiste solo qui e sul monte Olimpo — per proteggere e far capire i valori del nostro territorio.

Ne è nato un libro sulla Via dell’Arte, realizzato insieme ai professori dell’Università di Pisa (visto che il mio motto come architetto è “storia-arte-natura-architettura”, e che seguendo questo percorso forse si incontra “la poesia”) partendo da geologia, archeologia, storia, climatologia, flora e fauna. Con questa pubblicazione ho racchiuso tutto in una sorta di scatola nera per consegnare alla politica una testimonianza esatta dei valori e dell’importanza del mio territorio. Il progetto è piaciuto talmente tanto che Botero ha fatto il disegno della copertina, Luzi mi ha dedicato una poesia e il Papa ha benedetto il libro.

“Il giardino-non giardino” della Sughera è costituito da un “percorso zen”, con soste — nel senso di possibilità di sedersi, bere acqua sorgiva, gustare un frutto o un fiore o un profumo — e viste paesaggistiche e valori estetici e culturali che variano a seconda delle stagioni o in base alla posizione della sosta in zona ombratile o solare, Questi punti, individuati per le loro valenze e per la loro energia ctonia, secondo il Feng Shui sono carichi di ch‘i, inondati da triboelettricità, l’energia ionica creata dalla brezza di mare mentre attraversa le piante balsamico-aromatiche mediterranee, che riequilibra, attraverso la respirazione, le energie interiori.

Ho chiamato queste soste “estetico-estatiche” perché anche chi non pratica yoga ritrova se stesso attraverso una meditazione naturale o spontanea.

Il mio giardino, come dicevo al duca Amedeo d’Aosta durante il convegno internazionale “| protagonisti del paesaggio” tenutosi al Vittoriale, cui ho partecipato come relatore, è il giardino delle piante rubate, delle piante trovate, delle piante salvate: questo vuol dire talee prese senza offendere la pianta madre, piante morenti raccolte nei cassonetti oppure salvate dai cantieri dove altrimenti sarebbero state tagliate.

Non c’è giorno in cui non semini, non pianti, non faccia una talea o divida un cespo di una pianta. È una formadi maniacalità, in cui la mia presenza e la mia attività di giardiniere-sacerdote del mio piccolo tempio è continuamente stimolata, in cui mi sento continuamente in colpa e continuamente gioisco per qualcosa che tripudia, vive, soffre e muore.

Sui tavoli delle soste “estetico-estatiche” si trovano dei miei scritti, e in particolare nell’ultima postazione:“ciò che più amo del mio giardino è quello spazio fra l’abbandono e la cura”.

In accordo con questa filosofia, sono state mantenute le coltivazioni storiche esistenti, castagneto, oliveto, vigna, frutteto e orto, ed è stata creata una fattoria autosufficiente con bovini di razza Jersey, scelti per il latte ricco di proteine e per la dimensione adatta alle caratteristiche orografiche del luogo, maiali Cinta senese, capre apuane, polli, conigli, anatre, piccioni e cavalli, tutti nei loro ambiti naturali allo stato brado.

Tenendo conto del microclima eccezionale, partendo sempre da semi o da talee, ho creato intorno alla casa un agrumeto con decine di qualità, fra cui la papeda di Mauritius, il cedro mano di Buddha, il pomelo, il lime ecc., e una collezione di piante tropicali che fruttificano come l‘avocado, il passion fruit, il noce pecan o anche il banano, la phoenix dactylifera e altre. Così come fiori incredibili tra cui la jacaranda e l’aristolochia gigantea, aromi meravigliosi come la canfora oppure forme inusuali come la chorisia speciosa…

Naturalmente il giardino non è solo dell’uomo ma anche della donna e ognuno ha i suoi fiori: da qui nasce una collezione, in omaggio a mia moglie Lalla, di rose antiche e profumate e di ortensie, naturalmente poste in maniera da non intaccare la macchia mediterranea autoctona.

Questo progetto è frutto dell’amore e della ricerca dell’omeostasi fra le essenze preesistenti e quelle inserite, autoctone e non, in maniera tale che l’equilibrio fra le specie sia mantenuto nel tempo.

Come il giardino anche le costruzioni, le strade, i percorsi sono realizzati con materiali e tecniche reperiti sul luogo, come in antico, e con materiali di recupero o riciclati. Questa realtà in divenire è non solo l’abitazione della mia famiglia, ma anche un centro d’arte e di cultura con un laboratorio di scultura, di architettura, di pittura e una piccola fonderia, con ospiti e amici del mondo dell’arte come Botero, Finotti, Ciulla, Barberi, Treccani, Cascella, Timer, Kan Yasuda, Mitoraj, o della poesia come è stato Luzi.

La Sughera è la summa della mia visione di architetto del paesaggio, quella che ho chiamato il “giardino dell’Es” in omaggio al grande filosofo Georg Groddeck con cui mi identifico.

Tiziano Lera

Foto di Tiziano Lera



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Castello Solaro della Margarita (CN)

Castello Solaro della Margarita (CN)

Il castello dei conti Solaro della Margarita venne edificato, su progetto dell’architetto Tosetti, nella seconda metà del ‘600 in seguito all’acquisto di una casa di caccia dei conti Sandri Trotti di Mombasiglio.

La prima proposta del giardino, che tuttavia è andata persa, fu di Bartolomeo Giuseppe Antonio Amico di Castell’Alfero, allievo di Le Nôtre, ideatore dei giardini di Versailles, poi ripresa e portata a termine dal conte Piossasco di Rivalba.

Il giardino si presenta con più ambienti, ciascuno con caratteristiche differenti: questo perché conserva l’impianto originale, che voleva una passeggiata in “stanze” molto diverse tra loro, alcune più intime e raccolte, altre sontuose, altre ancora romantiche, dove a ogni passo si apre uno scorcio nuovo, accompagnato da suoni d’acqua e canti di uccelli selvatici.

Ed ecco allora, appena varcata la soglia del Castello, apparire in tutta la sua bellezza il giardino all’italiana, con le aiuole di bossi che si inseguono e tracciano il percorso del parco fino a condurre in un luogo del tutto inaspettato, con l’aspetto selvaggio del giardino all’inglese, donando al visitatore un susseguirsi di emozioni.

Come in ogni giardino importante troviamo arboree secolari e imponenti, tra cui un cedro del Libano, un tasso ed un cedro deodara. A fare da filo conduttore ci sono siepi di bossi e di carpini.
Questo giardino, da sempre appartenuto ai conti Solaro, rappresenta l’anima di chi lo abita ed è stato molto amato fin dalla sua origine.

Foto e Video di Marco Beck Peccoz



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Castello di Poggiarello a Sovicille

Castello di Poggiarello a Sovicille

Il nostro giardino vive più vite diverse. La prima è legata al progetto di Baldassarre Peruzzi che nel sedicesimo secolo volle riaffermare due fra i suoi principi di riferimento, eleganza e semplicità, nella zona del giardino all’italiana.

La seconda nell’orto-giardino, anch’esso progettato dal Peruzzi e sviluppato intorno ad una peschiera attraversata da un piccolo ponte dove in 4 “stanze” rettangolari coltiviamo gli ortaggi, e dove nella zona antistante lo specchio d’acqua si estende il frutteto.

Infine, la terza che risale agli anni ‘20 del secolo scorso dedicata ad un campo da tennis da qualche anno trasformata in una radura punteggiata da alcune piante ad alto fusto e resa unica dalla presenza di tre sughere pluricentenarie.

Quest’ultima, delimitata lungo il muro di cinta seicentesco da una bordura inglese fiorita di recente impianto ed in continuo divenire, è di volta in volta una sala da ballo all’aperto, un campo di volano o un luogo magico dove riposare nella stagione calda.

Questi moduli verdi, tutti collegati fra loro, hanno richiesto una cura rispettosa della configurazione originale, ma mi hanno anche permesso nel corso degli anni, discretamente, di inserire cauti tocchi di romanticismo che hanno aggiunto al giardino, già di per se’ incantevole, una morbidezza romantica e femminile. Spazi che non si limitano a far bella mostra di se’ ma sono diventati il teatro della vita familiare e non soltanto nei mesi estivi.

L’aprire le porte ai visitatori alcune volte l’anno ha restituito quella funzione sociale profondamente insita in queste grandi dimore, nate per accogliere e valorizzare la bellezza e la cultura del luogo.

Foto e Video di Marco Beck Peccoz



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Villa Calleri di Sala – Bricherasio (TO)

Villa Calleri di Sala – Bricherasio (TO)

Il palazzo dei Conti di Bricherasio risale alla fine del Seicento inizio Settecento e venne costruito ai piedi delle colline del castello, nel luogo in cui sorgevano le fortificazioni che furono distrutte durante l’assedio del 1594 in cui Bricherasio, occupata dai Francesi, fu riconquistata dalle truppe dei Savoia.

Ancora oggi è conservata nel parco una testimonianza storica di quell’assedio: un’antica torretta che apparteneva alle mure di Bricherasio. Intorno alle metà del Settecento, il Conte Giovanni Battista Cacherano fece abbellire il Palazzo rimodernandolo nello stiledell’epoca, come oggi lo vediamo.

Lo stile dominante, che caratterizza gli esterni ed anche gli interni, è il barocco piemontese. La facciata principale è rivolta verso est ed accoglie gli ospiti in uno spazioso ed armonioso portico, che nei tempi passati si affacciava su un giardino all’italiana.

L’idea di realizzare il parco all’inglese è da attribuire al Conte Edoardo Calleri di Sala che essendo appassionato di giardini e di natura negli anni ‘60 trasformò alcuni campi agricoli in parco aggiungendoli all’impianto originario. L’estensione della tenuta è di quasi quattro ettari e lo stile dominante è quello del giardino inglese, si riscontra infatti il gusto di combinare grandi macchie arboree con ampie radure a prato a cui si alternano laghetti e rigagnoli. Il giardino è attraversato dal Beale che ad un certo punto forma una deliziosa cascatella.

Quasi tutti gli alberi sono riuniti in gruppi o in filari formati da esemplari della stessa specie o varietà; si possono contare una cinquantina di specie arboree diverse e almeno venti arbustive per un totale di circa 800 alberi.

Continuando la passeggiata si incontra un altro elemento di rilievo, un vecchio locomotore della celebre ferrovia
canavesana. La proprietà, diventata residenza estiva dal secondo dopo guerra, ha numerosi ingressi, uno dei quali è un magnifico cancello, opera dello scultore Franco Garelli, realizzato nel 1951.

Passeggiare attraverso il romantico viale delle magnolie, essere circondati da tanta bellezza regala gioia e serenità.

Video di Marco Beck Peccoz



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Il Cimitero Ebraico di Cherasco

Il Cimitero Ebraico di Cherasco

Non si conosce esattamente a quale epoca risale il Cimitero di Cherasco.

Un documento del 1719 attesta l’acquisto da parte di Gabriel De Benedetti di un terreno dichiarato confinante con il Cimitero degli Ebrei, che era, probabilmente, già in funzione in epoca precedente nella zona dei bastioni a nord est della città.

Attualmente il Cimitero ebraico, ancora in uso, si trova nella Salita Vecchia.

Ufficialmente nato verso la fine del settecento come nuovo Cimitero del Paese, in rimase in stato di abbandono fino ai primi dell’Ottocento, quando venne concesso alla Comunità ebraica.

Al suo interno si trovano alcune sepolture individuali in terra. Le lapidi sono ben conservate e le tombe, come consuetudine della tradizione ebraica, sono molto semplici, senza immagini o effigi particolari.

Generalmente invece dei fiori si usa posare sulle tombe delle pietre, in ricordo delle primordiali sepolture, che altro non erano che un tumulo di terra: il sasso segnava il ricordo del defunto da perpetrare passaggio dopo passaggio.

Il Cimitero ebraico di Cherasco è una piccola oasi di serenità circondata dal verde e dai fiori.

Foto e video di Marco Beck Peccoz



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