Territorio e sostenibilità: intervista a Luca Battaglini

Territorio e sostenibilità: intervista a Luca Battaglini

Questo articolo fa parte del numero 14 di Web Garden: Immaginare. Creare. Recuperare

Vigneti estremi dal mondo: visione, coraggio e dedizione rendono ancora una volta – e sempre – possibile l’impossibile.

Per il numero di giugno, Web Garden ha scelto di intervistare Luca Battaglini, agronomo di formazione, professore ordinario in Scienze e tecnologie animali presso il Dipartimento di Scienze agrarie, forestali e alimentari dell’Università degli Studi di Torino, nonché segretario della bellissima Accademia dell’Agricoltura, che si occupa di zootecnia, con particolare riguardo ai territori svantaggiati quali l’alta collina o la montagna, di sostenibilità degli  allevamenti e delle loro relazioni con gli ecosistemi.

Web Garden approfondisce, qui, l’aspetto importantissimo del recupero del territorio in zone precollinari e collinari che, nel tempo, sono state abbandonate a loro stesse.

Web Garden: professore come state procedendo nel recupero di questi territori?

Luca Battaglini: una volta, sulla nostra collina erano presenti molti vigneti che sono stati progressivamente abbandonati nella seconda metà del secolo scorso. Questo ha provocato un cambiamento radicale del paesaggio. Le realtà rurali, in qualche modo capillari anche per il territorio torinese, sono del tutto scomparse.

Infatti, oltre ai vigneti,  un tempo trovavamo orti, frutteti e allevamenti.

L’abbandono della pre-collina e della collina ha comportato il progredire del cosiddetto bosco di invasione, vale a dire una proliferazione di piante invasive, a scapito delle attività produttive. Vi è poi da sottolineare come i vigneti abbandonati abbiano contribuito a trasmettere malattie ad altri vitigni presenti in altre zone ancora coltivate, in quanto ambienti ospitali per alcuni insetti vettori ideali per la proliferazione di patologie come la Flavescenza dorata

Professore, di che cosa si occupa principalmente il Dipartimento di scienze agrarie?

Il nome corretto è Dipartimento di Scienze agrarie, forestali e alimentari e, tra le sue missioni, vi è anche quella di interessarsi al recupero di territori abbandonati prossimi alla città.

Quali sono stati gli ultimi progetti che avete sostenuto?

Significativo è stato il recupero di alcune porzioni del territorio di Castagneto Po: trattandosi di realtà particolarmente abbandonate ho ritenuto di appoggiare un progetto nato dall’idea di un allevatore Martino Patti, con dottorato in Germanistica alla Normale di Pisa, che nonostante la formazione umanistica, aveva immaginato e desiderato realizzare un allevamento di capre per contribuire al recupero del territorio collinare torinese.

È passato quasi un decennio e questo territorio, che si stava chiudendo, si è aperto rinascendo.

Le capre che Martino Patti ha deciso di allevare sono di razza Camosciata, ad indirizzo da latte, pertanto con una produzione interamente trasformata in formaggi puri di capra. Cascina Badin è un’azienda familiare che affronta il mercato con una dimensione eco-friendly, proponendo prodotti di eccellenza gastronomica.

Un altro esempio che mi viene in mente è quello relativo alla collina nei pressi di Chivasso. A Rivalba esiste un’azienda che si chiama Parva Domus, con allevamento di suini semi bradi, animali che vivono liberi ma ben gestiti nel bosco. L’iniziativa era già partita quando, come Dipartimento, la intercettammo per iniziative di ricerca sulla sostenibilità degli allevamenti suinicoli: in questo modo siamo riusciti a veicolarla in un più ampio progetto PSR 2014-2020, denominato Food for Forest, finanziato dalla Regione Piemonte.

Di che cosa si tratta?

Dell’impiego del pascolamento suino in bosco al servizio dell’attività selvicolturale. L’idea è quella di migliorare il bosco; bisogna tenere sempre a mente che parliamo di boschi abbandonati e degradati.

Oltre a mantenere il bosco, questa iniziativa ha dato vita a una figura nuova, il selvipastore, che in questo caso è un allevatore di suini con la funzione di controllare la mandria di maiali nel bosco appartenenti a razze in via di estinzione, quali ad esempio “il nero di Parma” . Grazie a questo allevamento, attraverso un sistema di recinzioni, si spingono i maiali a consumare piante invasive quali edere, robinia, rovi e per l’appunto la vite vergine, responsabile della proliferazione dell’insetto-vettore di una grave patologia della vite coltivata. L’eliminazione delle piante invasive consente peraltro di ossigenare il bosco, migliorarne le caratteristiche e di preservare la flora.

I suini di Parva Domus consentono la trasformazione in apprezzati salumi e insaccati, ottenuti anche con ricette che non prevedono l’uso di additivi, rispettando antiche tecnologie.

Su quale iniziativa si sta orientando per il prossimo futuro?

Un progetto che sto impostando, in collaborazione con colleghi del mio Dipartimento che si interessano di gestione e valorizzazione di Parchi storici, riguarda il parco del Castello di Moncalieri, recentemente acquistato dalla Città.

L’idea è recuperare questo straordinario ambiente riaprendo vecchi sentieri, selezionando le piante da conservare e quelle da eliminare per consentire al bosco di rigenerarsi, riappropriandosi di superfici aperte e radure, anche immaginando la prossima introduzione di un gregge di pecore di razze locali per mantenere al meglio le aree recuperate dal degrado e dall’abbandono e favorire la biodiversità.

Foto di Dino Genovese
Foto di Luca Battaglini


Vigneti estremi

Vigneti estremi

Questo articolo fa parte del numero 14 di Web Garden: Immaginare. Creare. Recuperare

Vigneti estremi dal mondo: visione, coraggio e dedizione rendono ancora una volta – e sempre – possibile l’impossibile.

Il vino, questo “composto di amore e luce”, come lo definiva Galileo Galilei, è un piccolo miracolo del connubio fra terra e uomo, il cui prodotto è un elisir che infonde piacere al palato e alla vista e all’olfatto, che invita ad amare, a filosofeggiare, ad abbandonarsi. Talvolta, questo nettare è anche frutto della capacità visionaria di agricoltori inventivi e coraggiosi, che hanno saputo portare a produttività dei terreni impervi e complicati, riuscendo a recuperare dalla terra una meraviglia niente affatto scontata.

È il caso in Italia dei vitigni eroici, cosi definiti perché situati su terreni a rischio di dissesto, oppure ove le condizioni geografiche impediscono la meccanizzazione, o ancora perché si trovano in luoghi di particolare pregio paesaggistico e ambientale. Pensiamo per esempio alle coltivazioni sulle pendici delle Alpi, o sulle coste a picco sul mare della Liguria, o fra i terreni scoscesi e rocciosi dei vulcani o delle piccole isole, dove si ottengono vini di qualità eccellente solo grazie ai poderosi sforzi e alle attente e faticose cure dei viticoltori.

Se il nostro Paese, con la sua incredibile biodiversità e varietà territoriale è un grande esempio di come l’uomo riesca a immaginare e quindi creare anche nelle condizioni più estreme, anche all’estero troviamo oggi produzioni vinicole in luoghi mai prima considerati adatti a questo scopo. I vigneti della Siam Winery, situata sul delta del fiume Chao Phraya in Thailandia, sono costituiti da piante galleggianti che crescono su isole separate da canali d’acqua, utili a refrigerare le uve e a contrastare le elevate temperature della zona.

Nella valle di La Geria a Lanzarote, nelle isole Canarie, si trovano vigneti coltivati su terreno lavico secco. Qui, per riuscire a far maturare l’uva, ogni singola vite è piantata in una buca larga cinque metri e profonda tre, e protetta da mura circolari dette Zocos.

Sulle montagne della vicina Svizzera esiste un vigneto, nella zona di denominazione di Beudon, a cui si accede esclusivamente attraverso un sentiero molto ripido, oppure grazie alla funivia privata del Domaine de Beudon, che trasporta l’uva più a valle durante la vendemmia. Per quanti nel bicchiere desiderassero percepire il sentore dei coralli, l’enologo francese Sébastien Thepenier del Domain Dominique Auroy si è cimentato nella coltivazione di un vigneto di circa sei ettari sull’Atollo di Rangiroa, nella Polinesia Francese. Piantate fra le palme da cocco, le viti affondano le loro radici nei detriti corallini, infondendo al vino un profumo del tutto unico.

Le condizioni climatiche di estremo freddo ed estremo caldo non sembrano poi più ostacolare gli audaci. I vigneti più a Nord del mondo sono in Norvegia, a due ore di distanza da Oslo, sulle rive del lago Norsjø, dove dal 2007 il vigneto Lerkekasa sfida l’inimmaginabile. La selezione delle viti adatte a resistere ad una simile latitudine non è stata semplice.

A spuntarla sono state le Rondo, le Léon Millot e le Solaris, un ceppo ibrido e selezionato per la sua resistenza al freddo. E quanti ritenevano che nel deserto non crescesse nulla, avranno a ricredersi. Karim Hwaidak della Sahara Vineyards, vicino al Cairo, è il fiero proprietario di 600 ettari in cui coltiva con tenacia e passione circa trenta varietà di uve differenti, che ogni giorno resistono alla assoluta mancanza di pioggia e alle fortissime escursioni termiche.

Immagine di Debbie Galbraith da IStock
Immagine di Julia Maas da IStock