I tesori del giovane Werner

I tesori del giovane Werner

Questo articolo fa parte del numero 32 di Web Garden: Villa Abegg

Novantadue anni fa, un giovane imprenditore svizzero acquistava la Vigna di Madama Reale, di cui Vittorio Emanuele I si era disfatto dopo la restaurazione del 1814. Si chiamava Werner Abegg: non aveva ancora 30 anni, ma già da otto dirigeva l’azienda di famiglia – il Cotonificio Valle Susa a Perosa Argentina – e da sei sedeva nel consiglio d’amministrazione dell’Unione Cementi Italiana. 

Era il 1932. Il giovane Werner, amante del bello e accanito collezionista, eleggeva così l’ex residenza Savoia, con annesso giardino e parco, a sua dimora torinese: una città in cui si era trasferito tre anni prima e con cui aveva intrecciato una storia d’amore.

Suo carissimo amico era Vittorio Viale, al tempo direttore del Museo Civico d’Arte Antica di Torino, che due anni dopo l’acquisto di quella ormai nota ai torinesi come Villa Abegg si era trasferito a Palazzo Madama, dov’è tutt’oggi. 

Werner Abegg, che per passione era anche filantropo, donò al museo una serie di arredi settecenteschi. Né si tirò indietro quando, nel 1938, Viale gli chiese in prestito arredamenti preziosi per la mostra “Gotico e Rinascimento”. 

Già in precedenza, da Abegg erano arrivati arazzi, stoffe, tappeti, candelieri, reliquiari, mobili dipinti. E, nel 1934, una serie di preziose maioliche del Settecento era entrata in collezione grazie a lui.

D’altronde, l’intera famiglia Abegg era nota a Torino per la sua generosità. Alla morte dello zio Augusto, per volontà testamentaria l’ospedale Molinette ricevette 10 milioni di lire: utili a costruire un intero padiglione che ancora oggi porta il suo nome. Ma tanto non bastò a proteggere il giovane Werner dai feroci attacchi della stampa. Quando, nel 1933, acquistò il trittico di Rogier van der Weyden “Crocifissione e donatore” fu accusato di aver depredato l’Italia di uno dei suoi tesori d’arte. A nulla servì dimostrare che quell’opera era ormai da tre anni in mani private: il proprietario del crocifisso fu crocifisso a sua volta.

Un po’ amareggiato, ma ben saldo nei suoi interessi e nel conto corrente, il giovane Werner restò a Torino ancora qualche anno. Poi, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, emigrò negli Stati Uniti. Qui il suo denaro, le capacità imprenditoriali e la fama di mecenate furono assai più apprezzati. Ma tant’è: il vero amore ritorna. E così, finita la guerra, rieccolo – sposato e contento – rientrare in Italia e riallacciare i rapporti con Viale. 

Al Museo Civico d’Arte Antica di Torino ricominciarono le mostre, ripresero i prestiti e le donazioni. Un armadio da sagrestia, una collezione di ori e un cospicuo contributo per l’acquisto di un’opera di Defendente Ferrari, poi donata al museo. Fu il penultimo atto. Nel 1960 lasciò azienda e città e si trasferì in Svizzera con l’intenzione di far nascere lui stesso una fondazione. Quattro anni dopo, a Palazzo Madama arrivò – tramite la moglie di Abegg – un piatto Ginori, tutt’oggi nella collezione permanente. Finiva così una lunga love story. Vent’anni dopo, alla sua morte, Villa Abegg – ormai nel Catalogo generale dei Beni Culturali – diventava di proprietà della Città di Torino. Inalienabile, come il suo nome.

Villa Abegg: l’intervista all’Assessore Tresso

Villa Abegg: l’intervista all’Assessore Tresso

Questo articolo fa parte del numero 32 di Web Garden: Villa Abegg

Oggi Web Garden è al Parco di Villa Abegg con Francesco Tresso, assessore al Verde pubblico della Città di Torino, in occasione dei due giorni di apertura straordinaria di questo bellissimo spazio dopo oltre 25 anni di chiusura.

L’evento – inserito nel calendario del Festival del Verde 2024 – è stato possibile grazie agli sforzi congiunti della Città di Torino, dell’ISAFA, dell’Accademia della Agricoltura, dello IED di Torino e, naturalmente, di Web Garden, capofila di questa iniziativa che è diventata realtà grazie al lavoro e all’impegno di un corposo team, composto da soggetti pubblici e privati.

Il Parco di Villa Abegg appartiene alla Città di Torino, che ha subito spalancato le braccia – e il cancello del parco – con entusiasmo e competenza.

In poche battute, Francesco Tresso ci racconta come e perché il Comune abbia accolto questo progetto, che lui stesso aveva già immaginato e che il suo assessorato ha sostenuto, anche economicamente: con uno sguardo sul futuro e qualche idea su come il Parco di Villa Abegg possa continuare a vivere dopo questa apertura, che si è rivelata eccezionale anche per l’importante affluenza di torinesi e visitatori.


video di Francesco Barone

Storia della Madama Reale, di una Vigna e di Torino

Storia della Madama Reale, di una Vigna e di Torino

Questo articolo fa parte del numero 32 di Web Garden: Villa Abegg

In questo numero del magazine interamente dedicato allo splendido parco di Villa Abegg, anche noto come Vigna di Madama Reale, Web Garden vi porta a ripercorrere la storia della figura dell’affascinante ed eroica Cristina Maria di Borbone-Francia, che acquistò nel 1648 quella che era allora solo una piccola vigna per la cifra di 250.000 Lire, per trasformarla in cinque anni nella “Vigna delle Delizie”, in cui trascorse fra ricevimenti e intrighi politici gli ultimi dieci anni del suo regno.

Nata in Francia e figlia di re Enrico IV e della scaltra Maria de’Medici, fu cresciuta nello splendore del Louvre a Parigi. Dai suoi ritratti si evince la sua grande avvenenza: aveva la pelle bianchissima, labbra scarlatte, lineamenti raffinati ed un viso circondato di boccoli castani. Fu data in sposa a soli tredici anni all’allora trentunenne Vittorio Amedeo I, futuro Duca di Savoia, senza che si fossero mai incontrati e fu catapultata ancora bambina a Torino, per sancire l’alleanza francese e sabauda contro le ingerenze spagnole.

La corte torinese era severa e poco avvezza agli sfarzi parigini e la giovane Cristina portò una ventata di grande vitalità nei palazzi sabaudi. Donna di immenso gusto, fascino e importante mecenate delle arti e della cultura (fu tra le altre cose la protettrice di Cartesio), attirò a sé infiniti pettegolezzi che la indicavano come grande libertina, intensamente dedita al tradimento, fino a quello con il Conte Filippo d’Agliè, un cortigiano raffinato e coreografo di corte, che fu per lei un fedele consigliere e con cui intrattenne una lunga storia d’amore che l’accompagnò fino agli ultimi anni della sua vita.

Ma oltre all’aspetto edonistico e sentimentale, questa donna fu capace di atti di vero eroismo in tempi in cui alle donne erano concessi spazi estremamente esigui. Alla morte di suo marito nel 1637, l’allora trentunenne Madama Reale si trovò madre di sei figli ancora minori, quattro femmine e due maschi, e reggente: ruolo che mantenne di fatto per oltre trent’anni anche dopo che suo figlio Carlo Emanuele II ebbe raggiunto l’età di governo.

Una volta assunta la reggenza, Madama Reale si trovò schiacciata fra il fronte filospagnolo, costituito dai cognati Maurizio e dal Principe Tommaso di Carignano-Savoia, e quello francese rappresentato da suo fratello Luigi XIII, che ambiva ad annettere il Piemonte al suo regno. Ma Cristina difese strenuamente l’indipendenza del Piemonte, e si aprì così una lotta fra i suoi sostenitori detti “madamisti” ed i “principisti” fedeli a Carignano che le voleva succedere al trono. Il Ducato ed il Piemonte furono salvati dalla loro protettrice, che firmò nel 1642 un trattato di pace con i cognati e poté consegnare integro ed indipendente il regno al figlio nel 1648.

In vecchiaia questa donna così ebbra di vita cercò la pace, e forse il pentimento dai suoi costumi poco ortodossi, nella fede. Seguiva ben quindici messe al giorno portando una croce sulla schiena e si faceva camminare sul corpo dalle suore carmelitane della Chiesa di Santa Cristina che aveva fatto edificare lei stessa in piazza San Carlo Borromeo.

Madama Reale, morì il 27 dicembre del 1663, e fu sepolta con i semplici abiti di una monaca sotto il coro della Chiesa di Santa Cristina, ormai forse mondata dagli splendori e dagli eccessi della sua vita terrena. Alla sua morte, la “Vigna delle Delizie” divenne luogo di villeggiatura del figlio Carlo Emanuele II in cui vi intratteneva le sue numerose amanti, per poi passare sotto l’egida di diversi proprietari fino a che fu acquistata nel 1932 dall’industriale svizzero Werner Abegg da cui oggi prende il nome.

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Villa Abegg: alla riscoperta di un tesoro cittadino

Villa Abegg: alla riscoperta di un tesoro cittadino

Questo articolo fa parte del numero 32 di Web Garden: Villa Abegg

Nell’inverno 2023, Web Garden ha iniziato ad accarezzare l’idea di adottare un giardino. Il nostro team ha così deciso di impegnarsi in una missione rivolta ai nostri soci, ma anche a tutta la cittadinanza torinese: individuare un giardino pubblico da restituire alla collettività.

Da quel momento sono iniziate le ricerche su quali fossero gli spazi verdi pubblici chiusi da tempo che valesse la pena far riscoprire ai torinesi, e non solo.

Dopo lunghe interlocuzioni con l’Assessorato alla Cura della Città, al Verde pubblico e Parchi della Città di Torino, siamo arrivati alla conclusione che una perla a pochi conosciuta, essendo rimasta chiusa da oltre 25 anni, era il Parco di Villa Abegg

Il nome trae le sue origini dall’ultimo proprietario, Augusto Abegg, figura di spicco nel mondo dell’imprenditoria di inizio ‘900, dirigente d’azienda e filantropo svizzero naturalizzato italiano, cui dedicheremo un articolo. 

Il Parco, in realtà, è molto più antico: risale infatti ai primi anni del ‘600, quando faceva parte della Vigna di Madama Reale dove, tra le sue pertinenze, si trovava la Villa e i suoi giardini all’italiana. Anche sulla storia della Vigna di Madama Reale, dei proprietari originari e della progettazione del giardino e del Parco, troverete un articolo dedicato in questo numero del Magazine di Web Garden.

Tornando al nostro racconto, vi confesso che quando l’assessore Tresso e il suo staff ci hanno proposto, per dare seguito alla nostra iniziativa, il Parco di Villa Abegg siamo rimasti colpiti. Sapevamo dell’esistenza della Villa e del suo giardino – oggi occupati dalla Compagnia di San Paolo – ma ignoravamo l’esistenza di un parco pubblico limitrofo di tale estensione e bellezza.

Da quel momento, senza sosta, abbiamo lavorato per permettere la riapertura del Parco.

Lo spunto per dare vita a questo progetto ci è stato offerto dalla possibilità di approfittare della nuova iniziativa ideata da Giustino Ballato, presidente del Festival del Verde, che a maggio giunge alla sua seconda edizione. L’iniziativa si chiama “Giardini svelati” e consiste nell’apertura di giardini privati altrimenti inaccessibili.

Abbiamo così costruito un programma che permetterà a tutti di accedere, nelle giornate del 25-26 maggio, a questo polmone di verde, chiuso da oltre 25 anni.

L’interlocuzione, tuttavia, non si è limitata al Comune e al Presidente del Festival del Verde. Web Garden ha voluto coinvolgere anche il Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino (DISAFA) e l’Accademia di Agricoltura di Torino, perché ci mancava chi potesse offrire un contributo effettivo alla conoscenza della storia del Parco e delle realtà vegetative presenti in questo luogo meraviglioso. L’entusiasmo dei nostri interlocutori ci ha motivato a perseguire il nostro progetto, ampliandolo anche ad altri soggetti come l’Istituto Europeo di Design di Torino (IED).

In questi ultimi anni, l’Istituto ha aperto una sessione di studio dedicata proprio al Verde e alla sua cura.

Questo prestigioso “parterre” – che vede la collaborazione tra pubblico e privato – consente di fare vivere, a chi accederà in quei giorni al Parco, un’esperienza indimenticabile da un punto di vista didattico, con passeggiate organizzate da illustri professori dell’Università di Torino e del mondo dell’Accademia di Agricoltura, alla scoperta della storia del Parco e del suo mondo vegetale e di scoprire, a cura dello IED, il dialogo esistente tra la Natura e la fotografia all’interno di Villa Abegg.

Un grazie di cuore va a tutti i protagonisti di questo incredibile percorso, che con altruismo e generosità hanno permesso di regalare a tutti i torinesi due giornate alla riscoperta di un gioiello verde della nostra città.

Il nostro auspicio è che questa iniziativa sia solo la prima di tante che ci riserverà il futuro.

Una domenica nelle Langhe in treno

Una domenica nelle Langhe in treno

Domenica 29 ottobre, Web Garden ha portato i suoi soci a vivere un’esperienza unica e suggestiva attraverso il TrEno Enogastronomico che percorre le Langhe, il Roero e il Monferrato.

Un viaggio tra le vigne e le colline, oggi patrimonio dell’Unesco, su un trenino storico, dove nelle antiche carrozze Centoporte  delle Ferrovie Italiane – in servizio tra gli anni 1928 e gli anni ’80 – ti accolgono vagoni completamente ristrutturati, con gli ottoni lucidi delle maniglie, le panche in legno verniciate a nuovo, le belle  tendine di broccato alle finestre come un tempo passato.

Prima di addentrarci nel racconto della giornata tengo a ringraziare la persona che ha reso possibile vivere questa magia: Edoardo Vallarino Gancia. Spinto dal suo amore per il territorio delle Langhe- Monferrato, ha pensato che non ci fosse modo migliore per promuoverlo e valorizzarlo, che quello di fare rivivere la tratta voluta da Cavour: 45 km di binari lungo due storici tracciati che uniscono Asti, Castagnole delle Lanze, Nizza Monferrato, Canelli e Mortara. Quindi ha fondato, con l’aiuto di Gianluigi Barone, la società LMR Events, che consente di vivere un’esperienza emozionale, tra degustazioni e paesaggi da ammirare attraverso i finestrini delle carrozze. Ma non si è limitato a questo.

Una volta giunti a destinazione, ha ideato un percorso enogastronomico, organizzando delle visite guidate presso le famose “ cattedrali sotterranee “, una sosta presso un ristorante tipico di Canelli per assaggiare le varie prelibatezze piemontesi e infine la possibilità di accedere in esclusiva al giardino del Castello Gancia.

Mi sento di dire : missione compiuta.

Torniamo al nostro viaggio.

Saliti a bordo del treno storico alla stazione ferroviaria di Torino Porta Nuova, ci siamo diretti verso Canelli godendo della vista delle colline ed dei vigneti, beneficiando dei colori del foillage autunnale. Nel frattempo eravamo intrattenuti dalla bravissima Elena, nostra guida per tutta la giornata, che ci ha parlato della storia dello spumante, raccontandoci anche simpatici aneddoti come quello del Tubiot: essere gnomesco che per millenni ha scavato senza sosta con il suo piccone le colline, creando così le famose “ cattedrali sotterranee “, oggi patrimonio dell’UNESCO.

Tra una narrazione e l’altra, degustando l’Asti Spumante, con lo sguardo oltre le tendine di broccato, continuavamo ad ammirare i paesaggi dolci e morbidi delle colline ricoperti da filari di vigne e di noccioleti.

Giunti a Canelli, capitale italiana dello Spumante, ci siamo addentrati per le sue stradine verso il Castello Gancia, non senza fermarci ad ammirare un meraviglioso esemplare di Platano al centro della piazzetta storica della città.

Per raggiungere il Castello bisogna inerpicarsi lungo una stradina chiamata la Via degli innamorati: un percorso pedonale ideato dall’artista francese Raymond Peynet dove, oltre a una sua opera, ci sono i lavori di artisti come Massimo Berruti, Antonio Catalano, Manuela Incorvaia.

Attraversato il cancello di ingresso del Castello siamo stati ricevuti dalle statue di Perseo, Prometeo, Melpomene, Zeus e da altre ancora, che ci hanno accompagnato all’interno di un meraviglioso giardino all’italiana, che pare ricondurre agli splendori del Seicento. Un’esplosione di natura sapientemente guidata dall’uomo, curatissimo in ogni dettaglio: dai bossi, potati con varie misure per creare una caratteristica rotonda che definisce gli spazi, al tripudio di cedri e ortensie fino ad arrivare al roseto, dove è piantata una speciale varietà di rosa dedicata dal vivaio Meilland a Emanuela Gancia.

Il nostro guardo scivolava dall’incredibile giardino alle colline ricolme di filari di vigne che si perdevano oltre l’orizzonte.
Terminata la visita ci siamo recati presso l’Osteria dei Meravigliati che si trova in un antico palazzo, anche sede dell’Enoteca Regionale di Canelli e dell’Astesana, dove abbiamo assaggiato piatti tipici piemontesi come la carne cruda, l’insalata russa, agnolotti, guancia di vitella e infine il dolce tipico “ bunet”, il tutto accompagnato da una eccellente degustazione di vini. Il clou della giornata lo abbiamo raggiunto con la visita a una delle cosiddette cosiddette “cattedrali sotterranee” di Canelli, strutture dal fascino unico destinate all’invecchiamento dei vini: capolavori di architettura e ingegneria enologica, dove milioni di bottiglie sono lasciate a fermentare alla temperatura costante di 12*-14* C assumendo gli aromi e i sapori tipici dello spumante e dei vini.

La visita alla Cantina Bosca è stata allietata dal privilegio di avere come guida Polina Bosca, che ci ha condotto con maestria nei vari spazi della “sua” cattedrale, magnifica per la sua imponenza e per l’abbinamento alla bellezza naturale del luogo di installazioni artistiche permanenti, come quelle dello scenografo Guglielminetti, il tutto reso ancora più grandioso dal gioco di luci e suoni. L’intensità e l’orgoglio di illustrarci la storia della sua famiglia e della sua azienda, che si tramanda di generazione in generazione, ha affascinato tutti noi riempiendoci di ammirazione verso questa giovane donna.

Terminata la visita, conclusasi con la degustazione degli spumanti Bosca, siamo ritornati in stazione, felici per l’incredibile giornata appena trascorsa e pronti per riprendere il trenino storico, consapevoli di avere ancora un paio d’ore prima di arrivare a Torino, per continuare a sognare.

Foto di Simone Bonzano – Just Goat

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