Fiori Magici

Fiori Magici

Questo articolo fa parte del numero 31 di Web Garden: I Giardini Magici

“io debbo colmar questo mio paniere di giunco con maligne erbe velenose e fioretti dai succhi balsamici. …
Oh, gran virtù è nelle piante, erbe, pietre, secondo le loro qualità native…”
(Romeo e Giulietta – Shakespeare)

La letteratura inglese, da Shakespeare a Rowling, ha un debole per le erbe, soprattutto quelle velenose – si pensi al generoso impiego di piante tossiche che Agatha Christe fa nei suoi romanzi o all’Erbologia, fra le materie di studio alla Scuola di Stregoneria di Hogwarts – ma l’impiego di fiori e piante per realizzare pozioni, filtri e antidoti risale alla notte dei tempi e va ben oltre i confini di Sua Maestà. 

Le proprietà di fiori e piante hanno attraversato secoli e culture, sono state tramandate come pratiche magiche, sapienze popolari e rimedi galenici. Fiori ritenuti magici accompagnavano i faraoni nel viaggio nell’aldilà, ornavano i giardini dei sultani e, dal VIII secolo, con la conquista della Spagna da parte degli arabi, anche quelli europei. In origine era il giardino in sé ad avere un significato magico e religioso poiché rappresentava la realizzazione tangibile di una aspirazione dell’uomo. Giardino come locus amoenus, luogo di meraviglie abitato dagli dei.

Ce n’è per tutti i gusti, basti pensare all’Eden degli ebrei, all’Eridu degli assiri, all’Ida-Varsha degli indù ed ai boschi sacri dei druidi e dei pagani, laddove fiori e piante abbracciano il mistero dei numeri in arcane simbologie.

A cover of an old book by Shakespeare on a vintage background, illlustration for English and world literature and education

Quella del numero sette, ad esempio che, secondo Ippocrate “per le sue virtù occulte, tende a realizzare tutte le cose; è il dispensatore di vita e fa parte di tutti i cambiamenti”. 

E così, nel Cinquecento si riteneva che il giardino dovesse ospitare sette piante perenni o un multiplo di sette. Un concetto legato probabilmente alla mistica dei numeri che ha nel sette il numero completo, perché è formato dal quattro che rappresenta la materia e dal tre che simboleggia lo spirito e corrisponde quindi alla somma magica dei due elementi. 

Anche Esiodo ci mette del suo, e ne “Le opere e i giorni” consiglia caldamente di mettere a dimora le piante e di seminare i fiori al settimo giorno della luna crescente, che pare fosse un giorno magico. 

Nell’ottocento era Hahnemann che usava erbe e piante nelle sue preparazioni ma solo recentemente viene riconosciuto a Edward Bach il merito di aver scoperto i trentotto rimedi floreali. 

Più indietro nel tempo la tradizione sciamanica dei nativi americani aveva nell’uso delle piante il suo fondamento. Gli sciamani -uomini e donne con particolari doti- comunicavano anche con il mondo vegetale curando, attraverso questa relazione, malanni fisici e ferite ma agivano soprattutto sugli smarrimenti dell’anima, poiché ritenevano che la salute del corpo fosse strettamente correlata a quella dello spirito e della mente.  

La magia del resto è metafora del rapporto dell’uomo con la natura, fa parte di ciò che da sempre l’essere umano crea per sé contro ciò che sfugge al suo controllo e alla sua comprensione, e quindi non è tanto superstizione o arretratezza quanto stimolo per conoscere e dominare tradizioni spesso basate sui reali poteri officinali o venefici delle piante.

Ancora oggi una vecchia leggenda sopravvissuta al tempo ha lasciato il suo strascico di tradizione nei paesi balcanici e vuole che si usi portate agli ammalati un ramo di artemisia, pianta dedicata alla dea Artemide, in segno di guarigione e gioia di vivere. Pare infatti che quando i tre giorni degli Inferi – cioé gli ultimi tre giorni del ciclo lunare – erano passati, la dea Artemide ricomparisse in giardino donando alle piante nuovo impulso di vita. 

Le piante, dunque, possono guarire o avvelenare: nella magia moderna si usano per cure, rituali di purificazione (bagni con sacchetti di erbe) incensi, oli e unguenti per uso cerimoniale e con gli inchiostri magici a base di colorazioni vegetali si scrivono le formule degli incantesimi; le erbe essiccate si indossano o si appendono in casa, vanno colte con la luna piena o crescente ma mai con la nebbia o con le nuvole e adeguatamente “consacrate” per l’occasione. Insomma, per chi vuole approfondire c’è l’imbarazzo della scelta.

E se molte sono le piante utilizzate anche nella magia moderna, tra tutte, la regina è la mandragora, pianta magica fra le magiche è cara a Ecate, dea delle tenebre ed è il simbolo dell’appagamento amoroso e della quiete profonda, tanto da rappresentare il sonno eterno. La troviamo protagonista di molta letteratura, in primis nell’omonima commedia di Machiavelli per le sue proprietà erotiche, ma anche in Shakespeare, nelle novelle di Boccaccio e nel Faust di Goethe. Anche la non meno nobile credenza popolare ne parla, così come più tardi il cinema o il teatro poiché dona il sonno ristoratore ma provoca anche la pazzia. In bilico fra vita e morte, meglio di qualsiasi altra, incarna incertezza ed ambiguità. Anche del nostro tempo.

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E qui un ulteriore aiuto ci arriva dalla Flower Teraphy, una tecnica che affina la capacità di utilizzare l’energia e i potenti effetti terapeutici dei fiori per affrontare i problemi emotivi e sviluppare le proprie abilità psichiche. Una tecnica che consente di lavorare con diverse piante, in base al loro aspetto, al profumo, ai colori e alle loro energie, per rispondere a bisogni e desideri specifici. Sacerdotessa di questa moderna disciplina nata negli USA è Doreen Virtue i cui libri sull’argomento sono stati tradotti in oltre 20 lingue.

Tema ricorrente nelle divinazioni, dalla notte dei tempi, è sicuramente l’amore. 

Il maggior consumo di piante e fiori per pozioni e incantesimi era destinato ad attrarre l’oggetto dei propri desideri. 

Streghe e alchimisti medievali impiegavano gradi quantità di petali di rosa nei loro filtri d’amore, così come gli antichi romani ne spargevano i petali sulle strade durante i matrimoni, non molto lontano da ciò che si fa ancora oggi. 

La lavanda nell’antico Egitto era utilizzata per favorire la pace e la serenità nei rapporti sentimentali, così come le streghe medievali la utilizzavano per favorire la felicità delle relazioni amorose.
La menta, insospettabile potente afrodisiaco, veniva usata nell’Europa medievale nei rituali magici per attirare l’attenzione degli amanti perduti e in pozioni magiche per accendere la passione.
Per suscitare sentimenti romantici e attirare gli amanti desiderati, nell’antica Persia gli alchimisti utilizzavano pozioni a base di gelsomino, fiore associato all’innamoramento e alla dolcezza.

Come in ogni epoca anche oggi sentiamo la necessità di fare parte di un Universo più complesso di quello che è la realtà razionale che riusciamo a definire con i soli nostri sensi, una realtà che percepiamo indistintamente e verso la quale tendiamo per lo più inconsciamente. Un fiore o un albero ne sono la diretta incarnazione

Ma i Tarocchi sono una cosa seria?

Ma i Tarocchi sono una cosa seria?

Questo articolo fa parte del numero 31 di Web Garden: I Giardini Magici

Per Ginevra Roselli Lorenzini, classe 1977, i Tarocchi sono una cosa seria. Così quando le espongo l’intenzione d’intitolare questa intervista «La Taroccata», dall’alto del suo metro e 76 mi lancia un’occhiataccia verde etrusco penetrante come un Dieci di Spade. Intuisco sia un no.

Romana di nascita, torinese d’adozione, è originaria di quella terra d’Etruria i cui abitanti – anticamente – erano maestri nell’arte della divinazione. La chiamavano «La Disciplina». Che sia un caso (cui Ginevra crede poco) o qualche forma di predestinazione (dove la fede è più profonda), la sua passione – così la definisce – comincia a 16 anni «quando iniziai a leggere le carte da poker».

Le carte da poker? È una battuta?

«Per niente. Le carte da poker sono uno strumento molto popolare e attendibile. Qualunque mezzo può diventare divinatorio: c’è chi legge la mano, i fondi di caffè, le nuvole, l’acqua, le pietre. La leggenda narra che Romolo e Remo si affidarono al volo degli uccelli per stabilire dove fondare Roma e chi dovesse esserne re. Io leggo i Tarocchi, che possono essere di molti tipi».

Cioè?

«Esistono i Tarocchi di Marsiglia, di Besançon, quelli siciliani, piemontesi, bolognesi, giapponesi; ci sono i mazzi Visconti-Sforza, Sola Busca, quelli del Mantegna. C’è anche chi disegna o dipinge le proprie carte. Non è importante il “significante” – cioè il mezzo che si utilizza. Ciò che conta è il significato. Io non sono superstiziosa, non credo che i Tarocchi siano magici. Sono solo più codificati e antichi. Generalmente si tratta di 78 carte: 22 Archetipi, o Arcani Maggiori, che affrontano temi metafisici e il percorso dell’anima sulla Terra; e 56 Arcani Minori, che riguardano la nostra vita materiale e quotidiana: l’amore, il denaro, il dolore. Io utilizzo i Rider Waite-Smith, pubblicati a Londra nel 1909».

Ginevra Roselli Lorenzini

Perché non hai iniziato subito con i Tarocchi?

«Occorre un’esperienza di vita che a 16 anni non hai. Le carte da poker sono di più facile interpretazione. È come se un ragazzino imparasse a guidare su una Ferrari. È ragionevole partire con un’utilitaria».   

Quindi le carte da poker sono state il tuo Foglio Rosa?

«Più o meno. Andai in libreria, acquistai un libro, iniziai a studiare, poi a praticare. Quando cominciai a padroneggiare la materia, feci le prime letture». 

Ricordi quando è nata questa passione?

«Da quando ho memoria. Già all’asilo ero attratta da questioni metafisiche, naturalmente come può esserlo una bambina di tre anni: sognavo di volare e di avere poteri magici; le mie eroine erano la Strega di Biancaneve e la Fata Smemorina. Magia, esoterismo, spiritualità. Mi affascinava l’occulto, tutto ciò che potesse esserci oltre la realtà apparente».

Come sei passata dal poker ai Tarocchi?

«Attraverso un lunghissimo stop, dopo una brutta esperienza. A 18 anni stavo leggendo le carte a un conoscente, di cui sapevo poco. Vidi nettamente la morte del padre. Gli feci rimescolare il mazzo, e poi ancora. Niente: usciva sempre la morte, solo che non capivo se fosse già accaduta o dovesse ancora verificarsi. Ero impietrita all’idea di comunicargli la notizia. Venne fuori che quel ragazzo aveva perso il papà a cinque anni, ma lo spavento fu tale che smisi di fare letture. A tutt’oggi non rispondo a domande che riguardino la salute, cosa che mi risulta essere illegale, ma per me è innanzitutto una questione morale. Non compete a me, non sono un medico».

Sei consapevole dello scetticismo che circonda la materia?

«Certo, come sono consapevole del potere manipolatorio che può starci dietro. Chi si presenta a una seduta, quasi sempre ha un problema. È inevitabile che ne parli e si sfoghi. Se tu non metti un freno, se non hai un’etica, puoi manipolarlo facilmente: basta ascoltarlo e sai già cosa dirgli – o cosa vorrebbe sentirsi dire». 

Riesci a spiegarmi in maniera scientifica perché dovrei credere alla divinazione, cioè alla possibilità che tu possa davvero leggere il mio futuro?

«Posso darti una spiegazione metafisica, benché lo stesso Einstein abbia postulato l’illusione del tempo e la sua relatività. Il concetto della divinazione si basa sul fatto che il tempo lineare è solo il modo attraverso cui l’essere umano lo percepisce. Se invece ci basiamo sull’idea di Creato come di un’unica espressione atemporale, già compiuta in tutte le sue variabili e possibilità, ecco che noi siamo contemporaneamente tutto ciò che siamo stati e tutto ciò che saremo. Si chiama “concetto dell’eterno presente” o, come l’ha chiamato Jung, Inconscio Collettivo. Ecco, immagina che la tua intera esistenza sia rappresentata da un gran numero di fotografie messe alla rinfusa su un tavolo. Nel momento in cui tu scegli una foto, da quell’immagine si aggancia una sequenza perfettamente chiara. Solo che nel caos del tavolo tu non la vedi». 

E il libero arbitrio, dove lo mettiamo?

«Sull’argomento ho sentimenti contrastanti. Credo che sia una percezione umana essenziale perché funzionale alla nostra vita terrena, esattamente come lo è la linearità del tempo: illusoria, però necessaria».  

Credi nella reincarnazione?

«Al cento per cento. È l’unico concetto che dia un senso alla nostra esistenza e alla profonda disparità che esiste tra gli esseri umani, così ingiusta».

Non ne vedi l’aspetto consolatorio, se non addirittura manipolatorio, da parte delle religioni? 

«No, l’essere umano e il Creato sono espressioni di Dio – in qualunque modo possiamo concepirlo – e sono caratterizzati da una forte dualità: bene-male, giorno-notte, caldo-freddo, ricco-povero. Questa dualità è più forte nelle prime reincarnazioni e via via si perde, fino ad arrivare a quell’eterno presente dove tutto fluisce».  

Ma concordi nella possibilità di una strumentalizzazione del concetto “reincarnazione”? 

«Certo, le religioni sono strumentali: servono per controllare l’uomo. La spiritualità per renderlo libero. Infatti la religione è giudicante, la spiritualità no».

Torniamo a te. Cinque anni fa, dopo quasi 20 dal grande spavento, hai preso i Tarocchi e sei ripartita. Corretto?

«Non esattamente. Quello che ho fatto a 18 anni è stato smettere di leggere le carte, non di studiarle. Diciamo che il mio interesse intellettuale non è mai venuto meno; ho solo ripreso la pratica».

Dedichi molto tempo allo studio?

«Sono una gran secchiona, ci passo molto ore al giorno e frequento seminari in Italia e in Inghilterra. Più approfondisco e più capisco che posso passarci la vita e avere ancora da imparare».

Molto socratica, e come coniughi la tua anima filosofico-spirituale con la prosaicità di Instagram? Sei appena approdata con @animatarot77 e hai già scollinato i 700 follower.

«’na faticaccia (ride), però che soddisfazione! Instagram è uno strumento come tanti. Sono felice che inizino a scrivermi anche persone che non conosco».

Sincera: in una seduta quanto ci azzecchi?

«Esiste sempre una quota di errore, soprattutto con domande chiuse: sì o no. I Tarocchi spiegano bene i perché e sono un grande strumento di crescita personale e spirituale, anche se ti dicono pure come andrà col fidanzato».

I Giardini Esoterici

I Giardini Esoterici

Questo articolo fa parte del numero 31 di Web Garden: I Giardini Magici

La natura è tradizionalmente ispirazione e strumento del mago, dell’alchimista, dello studioso di esoterismo, che da millenni analizza e misura i cicli ed i ricorsi dell’Universo per trovarvi una connessione metafisica con il divino. Quale luogo quindi si presta meglio a questo connubio fra eterico e materico se non il giardino?

Oasi non solo di contemplazione, ma mappa su cui disegnare precisi percorsi spirituali per l’estasi dell’iniziato e per il piacere del novizio. In Italia ve ne sono diversi, con differente genesi ed altrettanto diverso scopo, ma tutti incredibilmente affascinanti. 

Seguendo un ordine del tutto casuale, Web Garden vi porta alla scoperta dei tre fra i più emozionanti percorsi estetici e spirituali del nostro territorio. Possiamo cominciare con l’opera recente del Giardino dei Tarocchi, ideato nel 1979 dall’artista franco-americana Niki de Saint Phalle. Situato nei pressi di Capalbio, in provincia di Grosseto, è uno degli esempi di arte ambientale più importanti d’Italia. Immerse in quasi due ettari della maremma, si stagliano le ventidue ciclopiche sculture, di una dimensione che varia dai 12 ai 15 metri, che raffigurano gli arcani maggiori del mazzo dei tarocchi.

Bomarzo

Prendendo l’iconografia di questi archetipi, l’artista la rielabora trasformandola in forme sinuose, dai colori intensi, dalle involuzioni rotonde, tra il grottesco e l’erotico. Imponenti e quasi ipnotiche, queste statue, così come gli arcani a cui si riferiscono, raccontano del passaggio dell’anima in terra e di tutte le sue vicissitudini lungo questo viaggio di conoscenza ed introspezione di se stessi e della natura umana. Per preservare questo prezioso luogo, le visite sono limitate, e si svolgono esclusivamente fra aprile ed ottobre.

Si trova invece nella Tuscia viterbese il Sacro Bosco di Bomarzo, realizzato nella seconda metà del Cinquecento da Pier Francesco Orsini, detto Vicino. Si dice che l’incredibile progetto fu opera dello stesso Orsini, anche se alcuni hanno attribuito il lavoro al Vignola o Pirro Ligorio, molto attivi all’epoca. Il parco, noto anche come “giardino dei mostri” è caratterizzato da enormi sculture e strutture in pietra basate su conoscenza misteriche, riconducibili al testo “L’Idea del Theatro” di Giulio Camillo del 1550, in cui l’autore, a cui si sarebbe ispirato il principe Orsini, esprime la sua idea sulla costituzione del cosmo.

In questo luogo i visitatori sono portati a compiere un cammino iniziatico partendo dal punto più basso del giardino, per poi attraversare una selva – simbolo della materia – che conduce verso un cammino di conoscenza e salvezza articolato in tre livelli che rappresentano il mondo, la terra e l’occhio.

Il percorso culmina con il simbolico abbandono della struttura fisica e il ricongiungimento al divino. Il parco nel corso dei secoli cambiò più volte di proprietà, suscitando sempre un grande interesse fra gli studiosi e gli intellettuali. Anche nel corso del ‘900 furono numerosi gli artisti che vi si dedicarono e che vi diedero il proprio contributo, fra questi Salvador Dalì, Michelangelo Antonioni, Paolo Portoghesi e Marcel Duchamp.

Ha un impianto invece del tutto alchemico il giardino fiorentino di Boboli, che accoglie ben 800.000 visitatori l’anno e che dal 2013 è patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Il giardino è stato voluto e concepito sotto l’egida medicea e fu acquisito ed ampliato da Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I. Dal cortile dell’Ammannati inizia un percorso allegorico-alchemico con le due fontane del Carciofo e di Mosè, poste simmetricamente una sull’altra a rappresentare il principio espresso nella tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto “come in cielo, così in terra, come sopra, così sotto”. Si prosegue poi con una serie di simboli astrologici ed alchemici voluti da Cosimo I e dal figlio Francesco, che conducono all’ascesa verso il teatro con un grande obelisco egizio e la statua dell’Abbondanza.

Da qui si prosegue verso il “Viottolone” che porta alla vasca in cui prima dell’odierna scultura di Oceano vi era posta una Venere, custode dei “pomi d’oro” che erano non solo i simboli dello stemma mediceo, ma anche il frutto di cui poteva godere chi aveva compiuto il percorso interiore dell’iniziato. 

Discendere nella terra e risalire con il frutto della conoscenza, questo lo scopo dell’alchimista alla ricerca della verità come nell’antico acronimo VITRIOL: “Visita interiora terrae rettificando invenies occultum lapidem”: visita l’interno della terra e sulla retta via troverai la pietra nascosta, dove la pietra nascosta, o filosofale, rappresenta la congiunzione al divino.

E  dove meglio di un giardino per liberarsi da se stessi e se stessi ritrovare?

L’orto in terrazzo

L’orto in terrazzo

Questo articolo fa parte del numero 30 di Web Garden: Incubatore di vita

L’orto in terrazzo è un’ottima soluzione per chi desidera coltivare le proprie verdure ed erbe aromatiche anche in spazi ristretti. Grazie alla tecnica del vaso, è possibile avere un orto rigoglioso e colorato anche sul balcone di casa. Vediamo insieme come fare un orto in terrazzo in modo semplice e efficace.

Prima di tutto, è importante scegliere la posizione giusta per l’orto. Il terrazzo deve ricevere almeno 4-6 ore di luce solare diretta al giorno per consentire alle piante di crescere in modo sano e rigoglioso. Assicurarsi che il terrazzo sia abbastanza resistente per sopportare il peso dei vasi e che sia ben drenato per evitare ristagni d’acqua.

Una volta individuata la posizione ideale, è il momento di scegliere i vasi e i contenitori adatti per le piante. È importante che i vasi abbiano dei fori di drenaggio sul fondo per evitare che le radici marciscano a causa dell’eccesso di acqua. Si possono utilizzare vasi di plastica, terracotta, ceramica o anche contenitori riciclati come vecchie bottiglie di plastica o cassette di legno.

Per quanto riguarda il terreno, è consigliabile utilizzare un terriccio specifico per ortaggi e piante aromatiche, ricco di sostanze nutritive e ben drenante. È possibile arricchirlo ulteriormente con del compost o dell’humus per garantire una migliore crescita delle piante.

Una volta sistemati i vasi sul terrazzo e riempiti con il terriccio, è il momento di scegliere le piante da coltivare. È possibile optare per ortaggi come pomodori, zucchine, peperoni, melanzane, insalata, rucola, carote e erbe aromatiche come basilico, prezzemolo, timo, salvia e rosmarino. È importante tenere conto delle dimensioni della pianta e del vaso scelto per garantire lo spazio necessario alla crescita.

Durante la fase di coltivazione, è importante seguire alcune semplici regole per garantire il successo dell’orto in terrazzo. Innanzitutto, è fondamentale annaffiare regolarmente le piante, evitando di bagnare le foglie per prevenire malattie fungine. Inoltre, è consigliabile concimare le piante con un concime organico una volta al mese per garantire loro tutti i nutrienti di cui hanno bisogno.

Infine, è importante tenere sotto controllo parassiti e malattie che possono colpire le piante dell’orto in terrazzo. In caso di presenza di afidi, ragni rossi o muffa, è possibile utilizzare rimedi naturali come l’acqua e il sapone nero, l’olio di neem o dei feromoni per attirare insetti predatori.

In conclusione, fare un orto in terrazzo è un’attività gratificante che permette di coltivare verdure fresche e aromatiche anche in spazi ristretti. Con un po’ di pazienza e dedizione, è possibile ottenere un orto colorato e rigoglioso che consentirà di preparare piatti gustosi e sani utilizzando ingredienti freschi e di prima qualità. Se siete appassionati di giardinaggio e volete sperimentare la coltivazione di ortaggi e erbe aromatiche, l’orto in terrazzo è sicuramente la soluzione che fa per voi.

Viaggio in Sicilia

Viaggio in Sicilia

La bellissima città di Palermo ha accolto gli amici di Web Garden nel primo fine settimana di marzo con l’estro che le è consueto. La Sicilia è una regione magica, ma Palermo lo è di più, con i suoi colori e la sua atmosfera dove si fondono in modo naturale tre diverse culture: araba, normanna e spagnola.

Non si può non rimanere incantati dallo sfarzo e dall’unicità di Palazzo Reale, rinominato – con l’avvento della Repubblica – Palazzo dei Normanni, oggi sede dell’Assemblea Regionale. Di questa residenza reale, la più antica d’Europa, abbiamo potuto apprezzare appieno la bellezza grazie alla nostra bravissima guida, Daniela.

Abbiamo molto ammirato la stanza di re Ruggero I: a differenza della Cappella Palatina, reca mosaici che non celebrano un culto religioso ma affermano in modo importante il potere dei reali. Mosaici bizantini in oro zecchino raffiguranti leoni, pavoni, centauri e scene di caccia che danno conforto alla fusione esistente tra le culture diverse.

E che dire della Cappella Palatina, recentemente restaurata, anch’essa ricoperta di mosaici da terra fino al soffitto, realizzato con un legno particolare che si trova nella dorsale montuosa delle Madonìe? Non basta un’intera giornata per godersi tutta la meraviglia di questa basilica siculo-normanna, dal 2015 Patrimonio Unesco dell’Umanità, che il poeta e scrittore francese Guy de Maupassant definì «il più sorprendente gioiello religioso sognato dal pensiero umano».

Sobria ma non per questo meno bella, tanto da essere anch’essa Patrimonio dell’Umanità, è la chiesa di San Giovanni degli Eremiti, cui si accede attraversando un giardino così rigoglioso che sembra inneggiare al paradiso, col suo chiostro abbellito da colonne con capitelli a foglie d’acanto e piante lussureggianti come in un libro di fiabe.

Daniela ha poi insistito per accompagnarci alla Cattedrale, lo straordinario Duomo cittadino con i suoi quattro campanili angolari in stile normanno-gotico: per lei non era pensabile che partissimo senza averla vista, e come darle torto.

Sabato mattina siamo andati a visitare la Valle dei Templi con il suo meraviglioso giardino di Kolymbethra e, poco distante, il Central Cultural Art di Favara. Kolymbethra è molto di più di quanto avevamo raccontato. È un luogo magico e senza tempo. Gli scorci unici che offre tolgono il fiato per la loro bellezza, resa ancora più dolce dai mandorli in fiore che li incorniciano.

Grazie al professor Lo Pilato e alla nostra guida, Gigi, abbiamo appreso che 2500 anni fa l’intera valle che faceva riferimento alla città di Akragas  venne trasformata in un lago per consentire ai 250-300mila abitanti di approvvigionarsi con quello che era – e ancora è – il bene più prezioso: l’acqua.
Kolymbethra in greco significa “piscina”, ed ecco spiegato il rinvenimento di 18 gallerie sotterranee attribuite all’architetto Feace nel 480 a.C. Oggi, grazie a questi tunnel sotterranei, si può godere di una natura florida e rigogliosa tutto l’anno, persino in estate, malgrado il caldo torrido che si registra in questa incredibile terra siciliana.

Anche il tempo è stato clemente. Per quanto le previsioni non fossero inizialmente buone, ci ha invece consentito di goderci il giardino di Kolymbethra e la meravigliosa Valle dei Templi con i suoi monumenti.
Particolare è stata anche la visita al paese di Favara, nel cui centro storico si trova il Central Cultural Farm: galleria d’arte en plein air e residenza per artisti; esempio di come si possa recuperare un territorio investendo sulla cultura.

L’iniziativa, assolutamente pregevole, nasce da una coppia di sposi che, nel 2010, ha acquistato alcune dimore ed edifici, disposti attorno a una corte principale e sette piccoli cortili. Così, nelle piccole vie del centro, oggi si possono trovare opere di artisti emergenti che vogliono trasmettere messaggi trasversali.
Anche l’idea di piantumare all’interno di un’antica dimora, Palazzo Miccichè, esemplari di piante ha l’intento di voler rivendicare la natura, soprattutto in un posto dove l’uomo – attraverso le sue costruzioni – ne ha distrutto, o almeno rovinato, il paesaggio.

Aggiungete a tutto ciò l’allegra compagnia e l’arte culinaria del luogo, che ci ha allietato con le sue prelibatezze (dai supplì alla pasta con le sarde, dagli involtini di pesce spada ai meravigliosi cannoli), gustate sorseggiando vini bianchi come il Catarratto e il Grillo o rossi come il Nero d’Avola, ed ecco che il primo evento 2023 di Web Garden si è felicemente compiuto in amicizia e curiosità, nello splendore della Storia, e naturalmente dell’Arte e dei Giardini.

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