Fiori Magici

Fiori Magici

Questo articolo fa parte del numero 31 di Web Garden: I Giardini Magici

“io debbo colmar questo mio paniere di giunco con maligne erbe velenose e fioretti dai succhi balsamici. …
Oh, gran virtù è nelle piante, erbe, pietre, secondo le loro qualità native…”
(Romeo e Giulietta – Shakespeare)

La letteratura inglese, da Shakespeare a Rowling, ha un debole per le erbe, soprattutto quelle velenose – si pensi al generoso impiego di piante tossiche che Agatha Christe fa nei suoi romanzi o all’Erbologia, fra le materie di studio alla Scuola di Stregoneria di Hogwarts – ma l’impiego di fiori e piante per realizzare pozioni, filtri e antidoti risale alla notte dei tempi e va ben oltre i confini di Sua Maestà. 

Le proprietà di fiori e piante hanno attraversato secoli e culture, sono state tramandate come pratiche magiche, sapienze popolari e rimedi galenici. Fiori ritenuti magici accompagnavano i faraoni nel viaggio nell’aldilà, ornavano i giardini dei sultani e, dal VIII secolo, con la conquista della Spagna da parte degli arabi, anche quelli europei. In origine era il giardino in sé ad avere un significato magico e religioso poiché rappresentava la realizzazione tangibile di una aspirazione dell’uomo. Giardino come locus amoenus, luogo di meraviglie abitato dagli dei.

Ce n’è per tutti i gusti, basti pensare all’Eden degli ebrei, all’Eridu degli assiri, all’Ida-Varsha degli indù ed ai boschi sacri dei druidi e dei pagani, laddove fiori e piante abbracciano il mistero dei numeri in arcane simbologie.

A cover of an old book by Shakespeare on a vintage background, illlustration for English and world literature and education

Quella del numero sette, ad esempio che, secondo Ippocrate “per le sue virtù occulte, tende a realizzare tutte le cose; è il dispensatore di vita e fa parte di tutti i cambiamenti”. 

E così, nel Cinquecento si riteneva che il giardino dovesse ospitare sette piante perenni o un multiplo di sette. Un concetto legato probabilmente alla mistica dei numeri che ha nel sette il numero completo, perché è formato dal quattro che rappresenta la materia e dal tre che simboleggia lo spirito e corrisponde quindi alla somma magica dei due elementi. 

Anche Esiodo ci mette del suo, e ne “Le opere e i giorni” consiglia caldamente di mettere a dimora le piante e di seminare i fiori al settimo giorno della luna crescente, che pare fosse un giorno magico. 

Nell’ottocento era Hahnemann che usava erbe e piante nelle sue preparazioni ma solo recentemente viene riconosciuto a Edward Bach il merito di aver scoperto i trentotto rimedi floreali. 

Più indietro nel tempo la tradizione sciamanica dei nativi americani aveva nell’uso delle piante il suo fondamento. Gli sciamani -uomini e donne con particolari doti- comunicavano anche con il mondo vegetale curando, attraverso questa relazione, malanni fisici e ferite ma agivano soprattutto sugli smarrimenti dell’anima, poiché ritenevano che la salute del corpo fosse strettamente correlata a quella dello spirito e della mente.  

La magia del resto è metafora del rapporto dell’uomo con la natura, fa parte di ciò che da sempre l’essere umano crea per sé contro ciò che sfugge al suo controllo e alla sua comprensione, e quindi non è tanto superstizione o arretratezza quanto stimolo per conoscere e dominare tradizioni spesso basate sui reali poteri officinali o venefici delle piante.

Ancora oggi una vecchia leggenda sopravvissuta al tempo ha lasciato il suo strascico di tradizione nei paesi balcanici e vuole che si usi portate agli ammalati un ramo di artemisia, pianta dedicata alla dea Artemide, in segno di guarigione e gioia di vivere. Pare infatti che quando i tre giorni degli Inferi – cioé gli ultimi tre giorni del ciclo lunare – erano passati, la dea Artemide ricomparisse in giardino donando alle piante nuovo impulso di vita. 

Le piante, dunque, possono guarire o avvelenare: nella magia moderna si usano per cure, rituali di purificazione (bagni con sacchetti di erbe) incensi, oli e unguenti per uso cerimoniale e con gli inchiostri magici a base di colorazioni vegetali si scrivono le formule degli incantesimi; le erbe essiccate si indossano o si appendono in casa, vanno colte con la luna piena o crescente ma mai con la nebbia o con le nuvole e adeguatamente “consacrate” per l’occasione. Insomma, per chi vuole approfondire c’è l’imbarazzo della scelta.

E se molte sono le piante utilizzate anche nella magia moderna, tra tutte, la regina è la mandragora, pianta magica fra le magiche è cara a Ecate, dea delle tenebre ed è il simbolo dell’appagamento amoroso e della quiete profonda, tanto da rappresentare il sonno eterno. La troviamo protagonista di molta letteratura, in primis nell’omonima commedia di Machiavelli per le sue proprietà erotiche, ma anche in Shakespeare, nelle novelle di Boccaccio e nel Faust di Goethe. Anche la non meno nobile credenza popolare ne parla, così come più tardi il cinema o il teatro poiché dona il sonno ristoratore ma provoca anche la pazzia. In bilico fra vita e morte, meglio di qualsiasi altra, incarna incertezza ed ambiguità. Anche del nostro tempo.

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E qui un ulteriore aiuto ci arriva dalla Flower Teraphy, una tecnica che affina la capacità di utilizzare l’energia e i potenti effetti terapeutici dei fiori per affrontare i problemi emotivi e sviluppare le proprie abilità psichiche. Una tecnica che consente di lavorare con diverse piante, in base al loro aspetto, al profumo, ai colori e alle loro energie, per rispondere a bisogni e desideri specifici. Sacerdotessa di questa moderna disciplina nata negli USA è Doreen Virtue i cui libri sull’argomento sono stati tradotti in oltre 20 lingue.

Tema ricorrente nelle divinazioni, dalla notte dei tempi, è sicuramente l’amore. 

Il maggior consumo di piante e fiori per pozioni e incantesimi era destinato ad attrarre l’oggetto dei propri desideri. 

Streghe e alchimisti medievali impiegavano gradi quantità di petali di rosa nei loro filtri d’amore, così come gli antichi romani ne spargevano i petali sulle strade durante i matrimoni, non molto lontano da ciò che si fa ancora oggi. 

La lavanda nell’antico Egitto era utilizzata per favorire la pace e la serenità nei rapporti sentimentali, così come le streghe medievali la utilizzavano per favorire la felicità delle relazioni amorose.
La menta, insospettabile potente afrodisiaco, veniva usata nell’Europa medievale nei rituali magici per attirare l’attenzione degli amanti perduti e in pozioni magiche per accendere la passione.
Per suscitare sentimenti romantici e attirare gli amanti desiderati, nell’antica Persia gli alchimisti utilizzavano pozioni a base di gelsomino, fiore associato all’innamoramento e alla dolcezza.

Come in ogni epoca anche oggi sentiamo la necessità di fare parte di un Universo più complesso di quello che è la realtà razionale che riusciamo a definire con i soli nostri sensi, una realtà che percepiamo indistintamente e verso la quale tendiamo per lo più inconsciamente. Un fiore o un albero ne sono la diretta incarnazione

I Fiori nella Moda

I Fiori nella Moda

Questo articolo fa parte del numero 21 di Web Garden: I fiori nella moda

Il legame fra i fiori e la moda: un rapporto inscindibile, reso irrimediabilmente intrinseco attraverso i secoli, che sono stati testimoni dell’uso dei fiori non solo per decorare magnifici tessuti da oriente a occidente, ma che in epoche più recenti li hanno visti assurgere a simbolo identificativo dei grandi fashion designer. Guardando al passato, per apprezzare la relazione fra estetica e natura, si pensi ai magnifici ramage che ricamavano gli antichi kimono giapponesi, vero e proprio patrimonio mobile delle geishe più ambite delle sale da thè dell’Impero del Sol Levante.

Oppure agli splendidi ed elaboratissimi sari delle maharani indiane, o alle sete cinesi i cui decori floreali sembravano acquarellati da mani piene di grazia. 

Nel diciassettesimo secolo, la “tulipanomania” olandese ha spaziato dalla botanica alla finanza, per finire a ridisegnare le fogge degli abiti delle signore, ispirati a quegli stessi fiori che hanno definito un intero periodo economico e culturale. La mente va poi ai tessuti riccamente decorati della Versailles del Settecento, dominata dalla politicamente inetta, ma esteticamente strepitosa regina Maria Antonietta, vera influencer ante litteram, che faceva acconciare le sue svettanti parrucche di fiori di ogni colore, sfidando caparbiamente la legge di gravità per mano del leggendario parrucchiere Monsieur Léonard.

Ma i fiori e il loro uso nell’abbigliamento non sono appannaggio solo dei potenti e delle loro mise opulente: dal Sud America al Medio ed Estremo Oriente, dall’Africa all’Oceania passando naturalmente per il nostro continente, i fiori, nella loro immediata bellezza, nella loro varietà di forme e di colori, hanno decorato e tuttora abbelliscono i tessuti più raffinati, così come quelli più semplici, perché la natura con il suo richiamo attraversa qualsiasi cultura e classe sociale: è un dono per tutti e a cui tutti sono sensibili.

Spring seamless pattern with blooming sakura, pink peonies plum branches and flying butterflies in Chinese style

Per restare circoscritti a un ambito a noi più prossimo, sia in termini geografici sia storici, si può portare la memoria alla fine del secondo dopoguerra, e al New Look di Christian Dior. Dopo anni di dolori, perdite e sacrifici, il desiderio di tornare non solo a vivere, ma di farlo con la gioia di una vera e propria rinascita, è rappresentato esteticamente dalle nuove silhouette proposte da uno dei più grandi couturier di tutti i tempi. I suoi abiti dal vitino strizzato e dalle ampie gonne ricordano le corolle, i fiori in tutto il loro splendore animano i suoi tessuti e nel 1956 nasce il primo profumo della maison: Diorissimo.

Creato dal naso René Gruau, questa essenza al mughetto, racchiusa allora in un flacone di cristallo sormontato da un tappo a forma di bouquet, è una vera e propria rivoluzione e il suo aroma diventa, e resta tutt’oggi, il simbolo della casa. La relazione fra Dior e i suoi fiori perdura nel tempo e non viene mai abbandonata, ma anzi esaltata, dai diversi creativi che si sono alternati alla sua direzione: basti ricordare le mirabolanti collezioni di John Galliano, ulteriormente abbellite dal trucco scenografico di Pat McGrath, e ammirare quelle odierne e certamente più minimali di Maria Grazia Chiuri. 

Molti sono i designer che si sono identificati e quasi appropriati di un loro fiore distintivo. Mademoiselle Chanel ha la sua camelia: bianca, pura, perfetta, ma semplice e composta, come l’immagine della donna emancipata ed essenziale che ha portato in vita. Le sue camelie sono poi state ulteriormente sublimate dai raffinatissimi gioielli di Fulco da Verdura, per poi essere riprese e declinate in un’infinità di variazioni nel periodo di reggenza presso Chanel del grandissimo e compianto Karl Lagerfeld.

Per il nostro Valentino Garavani è sempre stata la rosa, e tutt’ora questo fiore campeggia nelle collezioni di Pier Paolo Piccioli che interpreta il nuovo Valentino senza dimenticarne la simbologia originaria. E se la rosa sta a Valentino come il mughetto a Dior e la camelia a Chanel, la margherita dalle forme fanciullesche è il simbolo di Marc Jacobs, un designer che, sebbene sia nato come interprete del più distruttivo grunge, non ha tuttavia rinunciato a questo fiore pieno di allegria e spensieratezza. Altrettanto giocose sono le margherite ridenti dell’artista Takashi Murakami, che con i suoi disegni da manga giapponese ha rivoluzionato l’estetica della classicissima pelletteria di Louis Vuitton: una collaborazione che ha rappresentato un punto di rottura e di estrema innovazione nel modo di percepire le vecchie signore, talvolta forse un po’ polverose, della moda.

Close-up view of Indian woman fashion and traditional wear sarees in shop display

E per quanto la relazione fra fiori e moda sia tanto ricca da rendere davvero impossibile citare tutti i meravigliosi risultati che questo amore reciproco ha prodotto e continua a produrre, si pensi a Erdem, i cui abiti sembrano giardini fioriti, a Oscar de La Renta e i suoi look da uptown Manhattan, ai limoni siciliani di Dolce e Gabbana, ai prodigi quasi architettonici di Roberto Capucci, il cui plissé soleil si espande come se desiderasse sbocciare, alle creazioni più concettuali di Viktor e Rolf, fino all’exploit dell’irriverente Jeremy Scott, che nel 2018 per Moschino ha mandato in passerella la statuaria Gigi Hadid fasciata come un vero e proprio bouquet. Fiori sugli abiti, abiti a forma di fiori, fiori nei capelli, sulle scarpe, sulle acconciature e nei gioielli, con il fine ultimo di esaltare il contenuto: il fiore più prezioso, la donna.

Vita senz’acqua

Vita senz’acqua

Questo articolo fa parte del numero 24 di Web Garden: I fiori del deserto

Il cambiamento climatico ed il surriscaldamento globale sono realtà ormai incontrovertibili con cui tutti noi stiamo già purtroppo facendo i conti. Alla luce di un futuro in cui l’economia dell’acqua avrà sempre maggiore rilevanza nelle nostre vite, Web Garden vi propone un excursus non solo fra le piante che più o meno notoriamente si sono adattate a climi aridi, ma anche fra le nuove tecniche di giardinaggio, note come dry gardening, che consentono di creare spazi verdi utilizzando solo un minimo di risorse idriche senza privarsi del piacere di circondarsi di natura.

Le prime piante che sorgono alla mente come maestre nella capacità di sopravvivere senz’acqua sono le succulente, impropriamente conosciute come piante grasse, fra cui i cacti sono una delle varietà più note. Queste specie si sono adattate ad ambienti ostili sviluppando speciali tessuti, i parenchimi acquiferi, che consentono loro di immagazzinare enormi quantità d’acqua durante le piogge, per rilasciarla ad hoc durante i peridi di siccità facendo in modo che i liquidi migrino ai vari distretti della pianta che ne hanno bisogno.

Questa proprietà conferisce alle piante l’aspetto carnoso della loro struttura, che può assumere forme sferiche, colonnari, appiattite o a rosa. Tra le moltissime specie possiamo ricordare l’aloe, il fico d’india, la corona di cristo con i suoi fiori rosa acceso, il peyote, l’agave ed anche l’orchidea phalenopsis aphrodite.

Vi sono delle piante invece che possono sopravvivere in totale assenza di acqua, completamente autonome e, per così dire, autarchiche, come la Tillandsie, della famiglia delle Bromeliacee. Note come “figlie del vento”, ve ne sono oltre cinquecento varietà. Esse sono in grado di assorbire l’umidità dell’aria attraverso squame presenti sulle loro foglie chiamate tricomi. Non richiedono né terra né acqua, necessitano solo di luce e calore e possono crescere perennemente rigogliose.

L’unico accorgimento per mantenerle in vita è quello di vaporizzarle quando l’umidità dell’aria discende sotto la soglia del 30%.La falsa rosa di Gerico poi fa parte di quella particolarissima varietà di piante nota come “piante della resurrezione”, di cui nel mondo vi sono circa 330 specie conosciute. Originaria del deserto di Chihuahua fra Messico e Stati Uniti, ha imparato a resistere alla siccità estrema in un modo del tutto unico rispetto alle altre specie, che sopravvivono modificando il loro metabolismo o cercando di trattenere quanti più liquidi sia loro possibile.

La Selaginella lepidophylla, questa la sua nomenclatura linneana, si lascia seccare fino quasi a morire, tanto da riuscire a resistere a un’umidità del terreno quasi inesistente (fino al 5%). Quando la terra torna a bagnarsi, anche dopo molto tempo dal suo appassire, la pianta si reidrata e recupera perfettamente tutte le sue funzioni.

Tillandsia (Air Plant) Trees for home and garden decoration and places, Indoor garden ideas. Close up.

Per fare fronte alla necessità di ripensare le tecniche di giardinaggio in maniera più sostenibile rispetto alle sfide che sempre più chiaramente le nuove condizioni climatiche impongono alle nostre esistenze, vi è oggi la tendenza al dry gardening, ossia alla ricerca di creare giardini con quelle varietà che richiedono poca irrigazione, e che hanno pertanto anche l’ulteriore vantaggio di imporre una bassissima manutenzione, consentendo un risparmio sia di risorse che di energie e tempo di cura.

Queste nuove tecniche prendono il nome di xeriscaping, un nuovo termine coniato dal greco “xeros” (asciutto) e dall’inglese “landscaping” (paesaggismo). Si tratta di ripensare alla concezione degli spazi verdi con l’intento di creare degli ecosistemi quasi autosufficienti, che richiedano per esempio anche solo un paio d’irrigazioni l’anno. La scarsità d’acqua ha il beneficio anche di rallentare la crescita delle piante, che avranno quindi minore necessità di essere potate, e di ridurre nutrimento alle infestanti.

Non è nemmeno necessario guardare troppo lontano per trovare le varietà adatte al nostro giardino asciutto: la flora mediterranea si è perfettamente adattata nei secoli ad un clima piuttosto arido, come quello costiero e meridionale presente nel nostro Paese. Sono moltissime ad esempio le piante aromatiche adatte a questo scopo, come il rosmarino, la salvia ed il timo, o gli alberi dai profumatissimi fiori tipici del nostro territorio, come l’oleandro ed il corbezzolo, le graminacee ornamentali come la nassella tenuissima, l’erba dai capelli blu, oppure il penniseto. Si può pensare di giocare sulle cromie del grigio delle varie specie di artemisia, o di sbizzarrirsi fra i colori variopinti della gazania e la lantania.

Queste piante si sono già dimostrate capaci di adattarsi a condizioni estreme, e così come ci insegna ancora una volta Madre Natura, sarà nostro compito fare lo stesso.

La flora degli dei

La flora degli dei

Questo articolo fa parte del numero 22 di Web Garden: I fiori degli dei

Da Oriente a Occidente i fiori, la più elevata espressione artistica del mondo vegetale, sono stati da sempre associati alle divinità e con loro diverse piante, accomunate al sacro per sottolinearne la simbologia, le proprietà o la provenienza.

In Giappone, la caducità della vita umana, tanto meravigliosa quanto breve e fragile, è rappresentata dallo sbocciare dei fiori di sakura, i celebri ciliegi.

La leggenda è riportata nel Kojiki, il primo libro giapponese mai scritto, e narra della bellissima Sakuya-Hime “la principessa che invoglia i boccioli a fiorire”, innamorata di Ninigi, “radioso principe del cielo”. I due giovani vogliono sposarsi, ma il padre della ragazza, Ohoyamatsumi, dio delle montagne, acconsente solo a patto che sia presa in sposa anche la sorella, la brutta Iwa Naga-Hime, “principessa roccia dura”.

Ninigi inorridito la rifiuta e trascorre invece la prima notte di nozze con l’amata. Il padre delle due fanciulle, umiliato ed offeso, lancia pertanto un anatema che decreta il destino dell’umanità intera. Le due ragazze sono legate da un sortilegio alla vita degli esseri umani.

Non potranno mai andare in sposa separate, ma mentre Iwa Naga-Hime è portatrice per gli uomini di solidità e durata, Sakuya-Hime avrebbe regalato loro solo la fuggevole bellezza di un albero in fiore. Poiché il principe Ninigi ha scelto solo la bella innamorata, da allora siamo condannati ad una vita bellissima, ma fugace.

Rimanendo ancora nella tradizione asiatica il fiore di loto, che riesce a mantenere la sua immacolata purezza nonostante affondi le proprie radici nel fango, si dice abbia generato Buddha fra i suoi petali.

Per le sue peculiari caratteristiche rappresenta quindi la possibilità di mantenersi puliti dalle sporcizie del mondo, l’elevazione spirituale, la resurrezione. I suoi petali idrofobi infatti restano intonsi nonostante crescano nelle paludi e la velocità di crescita del suo stelo rimanda alla nostra capacità di ergerci verso il divino.

Anche i faraoni egizi erano rappresentati vicino a questi fiori, poiché il loto, con la sua capacità di produrre semi anche dopo centinaia di anni, è simbolo di immortalità.

Nella tradizione occidentale sono un’infinità i fiori e gli alberi che hanno origine divina, e la leggenda della loro genesi ricorre frequente in molte opere classiche, fra cui le Metamorfosi di Ovidio, teatro di infelici destini per una nutrita serie di malcapitate ninfe.

Una delle storie più note, e rappresentata nell’arte dalla sublime scultura di Gian Lorenzo Bernini “Apollo e Dafne” della Galleria Borghese a Roma, narra della trasformazione della bella ninfa Dafne in una pianta di alloro per mano di suo padre Peneo, dio fluviale della Tessaglia, con lo scopo di salvarla dalle bramosie del dio Apollo, a cui è da allora consacrata la pianta.

Anemos era invece una ninfa della corte di Chloris, la dea dei fiori. I venti Zefiro e Borea erano entrambi invaghiti di lei e, contendendosela, generavano terribili bufere. Chloris, per proteggere i suoi fiori dalle furie dei venti, trasformò anche la ninfa in un anemone, condannandola a perdere i petali al soffio di Borea (la tramontana). Quando il più dolce Zefiro primaverile giunge a carezzarlo, l’anemone è già avvizzito.

Si deve invece al gaudente dio Dioniso la nascita dell’edera. Si narra infatti che, preoccupato delle spericolatezze a cui si dedicava l’amico Cisso durante le feste in suo onore, il dio lo trasformò in una pianta simbolo di attaccamento e fedeltà: il Cissus per l’appunto, ossia la più nota edera, a cui furono poi attribuite proprietà terapeutiche contro l’ebbrezza. Nell’arte, Dioniso è soventemente rappresentato con il capo cinto da una corona di questo rampicante.

Anche l’iconologia e l’iconografia cristiane sono ricchissime di rimandi alla flora ed alla fauna. Ne scegliamo uno su tutti, il giglio bianco, citato nell’Antico Testamento a più riprese come simbolo della speranza per la liberazione del popolo d’Israele. Osea (14, 6-8) invita alla conversione in questo bellissimo passo: “Sarò come rugiada per Israele; esso fiorirà come un giglio e metterà radici come un albero del Libano, si spanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell’olivo e la fragranza del Libano. Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, coltiveranno le vigne, famose come il vino del Libano.”

Secondo il Nuovo Testamento invece, il giglio di Pasqua cresceva nel Getsemani dove Gesù, tradito da Giuda, aveva versato lacrime e sudore. Il giglio è infine anche associato alla Madonna, “giglio fra i cardi,” e ai santi per indicarne il candore, l’innocenza ed il loro affidarsi a Dio.

Andrea Corneo: il signore delle Camelie

Andrea Corneo: il signore delle Camelie

Questo articolo fa parte del numero 17 di Web Garden: Il Giardino dei Semplici

Una lunga tradizione di famiglia lega Andrea Corneo a Villa Anelli e al suo meraviglioso giardino. Nato e cresciuto proprio lì, in quella splendida proprietà affacciata sul Lago Maggiore, Andrea Corneo è uno dei massimi esperti italiani di camelie.

Appassionato botanico, è anche il presidente della Società Italiana della Camelia.ato il fiore più grande al mondo. 

Web Garden: di cosa si occupa la società che preside?

Andrea Corneo: la Società Italiana della Camelia nasce nel 1965 a Cannero Riviera (Verbano-Cusio-Ossola) per iniziativa dell’ingegner Antonio Sevesi, a seguito di una bellissima mostra di fiori recisi che si tenne qualche mese prima in quel luogo. Nel 2000 la sede venne spostata a Verbania. Ha come scopo la ricerca storica e il reperimento di antiche varietà, oltre a un approfondimento tecnico e scientifico su queste piante, ma ha anche l’obiettivo di diffondere e fare riscoprire la loro bellezza. Infatti, se fino all’Ottocento questo fiore aveva avuto un incredibile successo, come dimostrano i tanti quadri che lo ritraggono e i romanzi che lo citano, nel Novecento ha subìto un lento e inarrestabile declino.

Che cosa fanno i soci ?

Abbiamo soci italiani e stranieri che, essendo collezionisti, selezionano nuove varietà che vengono ibridate da semi diversi o anche dallo stesso seme. Dopo di ciò, chiedono alla Società di pubblicare sulla sua rivista le nuove varietà. Oggi esistono circa 25mila varietà coltivate (cultivar)di camelie, all’interno di circa 250 specie botaniche.

La camelia è anche protagonista di mostre e concorsi?

In America e Inghilterra esistono concorsi di fiori recisi di camelie. In Italia, in occasione del congresso internazionale organizzato ogni due anni dalla International Camelia Society, ci sono dei “pre” e dei “post tour” durante i quali visitiamo diversi giardini con importanti collezioni di camelie. In tali occasioni si organizzano anche mostre e altri eventi dedicati a questo fiore.

Quando è stato il primo congresso?

A Stresa nel 1972. Da allora è sempre stato organizzato ogni due anni, a eccezione del 2020 a causa del Covid. È un appuntamento molto sentito dagli appassionati. Il prossimo si terrà a Verbania nel 2023.

È difficile coltivare la pianta di camelia?

Assolutamente no, ma servono alcune accortezze. Appartenendo alle piante acidofile, occorre che il terreno sia acido, che la pianta non sia esposta in pieno sole e che la terra sia sempre umida ma non troppo bagnata, per evitare che le radici marciscano. Se coltivata in vaso, bisogna evitare il ristagno d’acqua sul fondo.

Passiamo a Villa Anelli, che cosa ci racconta?

È un giardino storico di metà Ottocento che si affaccia sul lago. Essendo su una posizione declive è stato pensato con diversi terrazzamenti, tali da consentire di percorrerlo. Ci sono molti esemplari di camelie. Alcune risalgono alla sua nascita, una ventina; tuttavia la grande coltivazione di questa pianta inizia negli anni Sessanta e Settanta, a cura di Antonio Sevesi, uomo importante nella vita di mia nonna che, con arte e passione, si dedicò al giardino. Oggi il parco della villa conta oltre 450 varietà di camelie. Alcune piante raggiungono i 6-7 metri d’altezza.

Ha una camelia preferita?

No, sono tutte splendide. A seconda dell’anno e della stagione, però, ce n’è sempre una che mi dà più soddisfazione di altre per come fiorisce.

Esiste un colore che fa da filo conduttore al giardino di Villa Anelli?

No, ci sono molti colori, che vanno dal bianco al rosso al rosa.

Qual è un colore impossibile per le camelie?

Non esistono camelie blu, mentre per quelle gialle ci stiamo lavorando. Quest’ultime sono molto particolari e delicate. Noi le abbiamo, ma le teniamo in serra a causa della loro fragilità. Una nuova specie di camelia è la Changii , che è stata ibridata con la Japonica per ottenere una fioritura della pianta anche in estate.

La fioritura della camelia non è in primavera?

Normalmente si hanno camelie a fioritura autunnale o primaverile. Ecco perché stiamo provando a coltivare questa nuova specie, così da avere anche una fioritura estiva.

Ci racconti una curiosità?

Poiché da ogni seme nasce una nuova camelia, abbiamo l’usanza che quando arriva una camelia particolare la si chiami con un nome di famiglia. Quindi c’è una camelia che ha il nome di mia nonna, Alessandra Anelli, e di mia madre Giovanna Barbara, entrambe dedicatale da Antonio Sevesi, di mia sorella Benedetta Corneo e, ovviamente, di mia moglie, Orsola Poggi dedicate da me.