Ma i Tarocchi sono una cosa seria?

I Tarocchi e la divinazione, ne parliamo con una vera esperta, Ginevra Roselli Lorenzini.

Questo articolo fa parte del numero 31 di Web Garden: I Giardini Magici

Per Ginevra Roselli Lorenzini, classe 1977, i Tarocchi sono una cosa seria. Così quando le espongo l’intenzione d’intitolare questa intervista «La Taroccata», dall’alto del suo metro e 76 mi lancia un’occhiataccia verde etrusco penetrante come un Dieci di Spade. Intuisco sia un no.

Romana di nascita, torinese d’adozione, è originaria di quella terra d’Etruria i cui abitanti – anticamente – erano maestri nell’arte della divinazione. La chiamavano «La Disciplina». Che sia un caso (cui Ginevra crede poco) o qualche forma di predestinazione (dove la fede è più profonda), la sua passione – così la definisce – comincia a 16 anni «quando iniziai a leggere le carte da poker».

Le carte da poker? È una battuta?

«Per niente. Le carte da poker sono uno strumento molto popolare e attendibile. Qualunque mezzo può diventare divinatorio: c’è chi legge la mano, i fondi di caffè, le nuvole, l’acqua, le pietre. La leggenda narra che Romolo e Remo si affidarono al volo degli uccelli per stabilire dove fondare Roma e chi dovesse esserne re. Io leggo i Tarocchi, che possono essere di molti tipi».

Cioè?

«Esistono i Tarocchi di Marsiglia, di Besançon, quelli siciliani, piemontesi, bolognesi, giapponesi; ci sono i mazzi Visconti-Sforza, Sola Busca, quelli del Mantegna. C’è anche chi disegna o dipinge le proprie carte. Non è importante il “significante” – cioè il mezzo che si utilizza. Ciò che conta è il significato. Io non sono superstiziosa, non credo che i Tarocchi siano magici. Sono solo più codificati e antichi. Generalmente si tratta di 78 carte: 22 Archetipi, o Arcani Maggiori, che affrontano temi metafisici e il percorso dell’anima sulla Terra; e 56 Arcani Minori, che riguardano la nostra vita materiale e quotidiana: l’amore, il denaro, il dolore. Io utilizzo i Rider Waite-Smith, pubblicati a Londra nel 1909».

Ginevra Roselli Lorenzini

Perché non hai iniziato subito con i Tarocchi?

«Occorre un’esperienza di vita che a 16 anni non hai. Le carte da poker sono di più facile interpretazione. È come se un ragazzino imparasse a guidare su una Ferrari. È ragionevole partire con un’utilitaria».   

Quindi le carte da poker sono state il tuo Foglio Rosa?

«Più o meno. Andai in libreria, acquistai un libro, iniziai a studiare, poi a praticare. Quando cominciai a padroneggiare la materia, feci le prime letture». 

Ricordi quando è nata questa passione?

«Da quando ho memoria. Già all’asilo ero attratta da questioni metafisiche, naturalmente come può esserlo una bambina di tre anni: sognavo di volare e di avere poteri magici; le mie eroine erano la Strega di Biancaneve e la Fata Smemorina. Magia, esoterismo, spiritualità. Mi affascinava l’occulto, tutto ciò che potesse esserci oltre la realtà apparente».

Come sei passata dal poker ai Tarocchi?

«Attraverso un lunghissimo stop, dopo una brutta esperienza. A 18 anni stavo leggendo le carte a un conoscente, di cui sapevo poco. Vidi nettamente la morte del padre. Gli feci rimescolare il mazzo, e poi ancora. Niente: usciva sempre la morte, solo che non capivo se fosse già accaduta o dovesse ancora verificarsi. Ero impietrita all’idea di comunicargli la notizia. Venne fuori che quel ragazzo aveva perso il papà a cinque anni, ma lo spavento fu tale che smisi di fare letture. A tutt’oggi non rispondo a domande che riguardino la salute, cosa che mi risulta essere illegale, ma per me è innanzitutto una questione morale. Non compete a me, non sono un medico».

Sei consapevole dello scetticismo che circonda la materia?

«Certo, come sono consapevole del potere manipolatorio che può starci dietro. Chi si presenta a una seduta, quasi sempre ha un problema. È inevitabile che ne parli e si sfoghi. Se tu non metti un freno, se non hai un’etica, puoi manipolarlo facilmente: basta ascoltarlo e sai già cosa dirgli – o cosa vorrebbe sentirsi dire». 

Riesci a spiegarmi in maniera scientifica perché dovrei credere alla divinazione, cioè alla possibilità che tu possa davvero leggere il mio futuro?

«Posso darti una spiegazione metafisica, benché lo stesso Einstein abbia postulato l’illusione del tempo e la sua relatività. Il concetto della divinazione si basa sul fatto che il tempo lineare è solo il modo attraverso cui l’essere umano lo percepisce. Se invece ci basiamo sull’idea di Creato come di un’unica espressione atemporale, già compiuta in tutte le sue variabili e possibilità, ecco che noi siamo contemporaneamente tutto ciò che siamo stati e tutto ciò che saremo. Si chiama “concetto dell’eterno presente” o, come l’ha chiamato Jung, Inconscio Collettivo. Ecco, immagina che la tua intera esistenza sia rappresentata da un gran numero di fotografie messe alla rinfusa su un tavolo. Nel momento in cui tu scegli una foto, da quell’immagine si aggancia una sequenza perfettamente chiara. Solo che nel caos del tavolo tu non la vedi». 

E il libero arbitrio, dove lo mettiamo?

«Sull’argomento ho sentimenti contrastanti. Credo che sia una percezione umana essenziale perché funzionale alla nostra vita terrena, esattamente come lo è la linearità del tempo: illusoria, però necessaria».  

Credi nella reincarnazione?

«Al cento per cento. È l’unico concetto che dia un senso alla nostra esistenza e alla profonda disparità che esiste tra gli esseri umani, così ingiusta».

Non ne vedi l’aspetto consolatorio, se non addirittura manipolatorio, da parte delle religioni? 

«No, l’essere umano e il Creato sono espressioni di Dio – in qualunque modo possiamo concepirlo – e sono caratterizzati da una forte dualità: bene-male, giorno-notte, caldo-freddo, ricco-povero. Questa dualità è più forte nelle prime reincarnazioni e via via si perde, fino ad arrivare a quell’eterno presente dove tutto fluisce».  

Ma concordi nella possibilità di una strumentalizzazione del concetto “reincarnazione”? 

«Certo, le religioni sono strumentali: servono per controllare l’uomo. La spiritualità per renderlo libero. Infatti la religione è giudicante, la spiritualità no».

Torniamo a te. Cinque anni fa, dopo quasi 20 dal grande spavento, hai preso i Tarocchi e sei ripartita. Corretto?

«Non esattamente. Quello che ho fatto a 18 anni è stato smettere di leggere le carte, non di studiarle. Diciamo che il mio interesse intellettuale non è mai venuto meno; ho solo ripreso la pratica».

Dedichi molto tempo allo studio?

«Sono una gran secchiona, ci passo molto ore al giorno e frequento seminari in Italia e in Inghilterra. Più approfondisco e più capisco che posso passarci la vita e avere ancora da imparare».

Molto socratica, e come coniughi la tua anima filosofico-spirituale con la prosaicità di Instagram? Sei appena approdata con @animatarot77 e hai già scollinato i 700 follower.

«’na faticaccia (ride), però che soddisfazione! Instagram è uno strumento come tanti. Sono felice che inizino a scrivermi anche persone che non conosco».

Sincera: in una seduta quanto ci azzecchi?

«Esiste sempre una quota di errore, soprattutto con domande chiuse: sì o no. I Tarocchi spiegano bene i perché e sono un grande strumento di crescita personale e spirituale, anche se ti dicono pure come andrà col fidanzato».