Le alte vette dell’archittetura verticale

Le piante rappresentano circa l’80% della biomassa del pianeta e boschi e foreste, ma che cos’è un bosco? 

Questo articolo fa parte del numero 26 di Web Garden: i Boschi

Dal celebre Bosco Verticale di Milano alla Città-Foresta cinese di Liuzhou, l’architettura del futuro (ma anche del presente) opera sempre più in sinergia con la botanica. Per creare ecosistemi compatibili con gli insediamenti umani. Con due vie di fuga in caso di Apocalisse: le città-galleggianti e una colonia verde su Marte.

Dici “bosco verticale” e pensi alle due celebri torri di Milano, progettate da Stefano Boeri e inaugurate il 10 ottobre 2014: 94 specie vegetali, 711 alberi, 5mila arbusti e 15mila piante perenni. L’equivalente di due ettari di foresta che, in 186 metri d’altezza (110 una torre, 76 l’altra), filtrano le polveri sottili, attenuano l’inquinamento acustico e depurano l’aria, sottraendo anidride carbonica ed emettendo ossigeno. Sono le bio-costruzioni più famose e “instagrammate”, però non sono inedite.

Prima che il mondo premiasse questo capolavoro green, nel 2007 a Torino – con il consueto understatement sabaudo – l’architetto Luciano Pia terminava il progetto di Condominio 25, primo esperimento italiano di bioarchitettura ecosostenibile in città. Un edificio di 63 appartamenti, 150 alberi ad alto fusto, rivestimenti in larice, verde verticale in facciata e verde pensile sui tetti per un totale di 150 litri di ossigeno liberati ogni ora.

Acros Fukuoka,Complex building located in the Tenjin area, Fukuoka, Kyushu, Japan, daytime

Dopo il successo di Milano, l’intraprendente portavoce internazionale degli ecosistemi urbani ecosostenibili ha iniziato a pianificare “boschi” in tutto il mondo, dalle Ca’ delle Alzaie di Treviso alla Torre dei Cedri di Losanna, dalle Foreste Verticali di Hannover, Il Cairo, Tirana e Nanchino a quella Bianca di Parigi, fino a immaginare una città-foresta a nord della metropoli cinese di Liuzhou che, per fronteggiare l’emergenza climatica, nel 2017 ha approvato un progetto che ospiterà 30mila persone, 175 ettari di case, uffici, centri commerciali, scuole e ospedali, 40mila alberi e 1 milione di piante.

È che a volte, come insegna James Bond, il mondo non basta. Così Stefano Boeri ha programmato, entro il 2117,  la costruzione di una colonia di Shanghai in formato “Vertical Forest” sul pianeta Marte; là dove – spiega lo studio d’architettura – «i semi eco-sistemici viaggerebbero grazie a una stazione spaziale interplanetaria» (e no, le stazioni spaziali orbitano, non viaggiano) permettendo «la creazione di un’atmosfera e di un clima favorevole alla vita delle piante e degli umani»: stessa ipotesi fantascientifica del romanzo “The Martian” di Andy Weir (2011), portato sul grande schermo da Ridley Scott nel 2015.

Bello e impossibile.

Saltando come Tarzan tra le liane del tempo, le prime costruzioni green della Storia sono cosa antica. Iniziano con i leggendari giardini pensili di Babilonia: un immenso polmone verde con strutture a gradoni, piante esotiche e irrigazione artificiale costruito nel 600 a.C. sotto re Nabucodonosor II – leggendari perché, nonostante le dettagliate descrizioni degli storici Erodoto e Strabone, gli scavi archeologici a Babilonia (oggi Al-Hillah, Iraq) non ne mostrano traccia. 

Vivi e vegeti, invece, sono i 7 lecci secolari che svettano tutt’oggi in cima alla Torre Guinigi di Lucca, eretta nel Trecento e considerata il primo, vero bosco verticale italiano.  

Aerial view of Santos city, buildings on the waterfront avenue, county seat of Baixada Santista, on the coast of Sao Paulo state, Brazil.

Altro balzo di liana e si arriva al Novecento, con le Case popolari di Vienna di Friedensreich Hundertwasser, antesignano della bioarchitettura, che a metà Anni Ottanta realizzò un edificio di 52 appartamenti, destinato a famiglie indigenti, con un giardino pensile su ogni terrazza. Meno di 10 anni dopo, ecco lo stupefacente Acros di Fukuoka, Giappone, progettato nel 1995 dall’architetto argentino Emilio Ambasz: 100mila metri quadrati in centro città con 14 giardini terrazzati, 6mila metri quadrati di verde, 50mila piante e un totale di 120 varietà. Da qui è (dichiaratamente) partito l’architetto francese Jean Nouvel per realizzare la sua Rosewood Tower di San Paolo, Brasile, primo grattacielo al mondo a impatto zero. 

Altro continente, altro bosco verticale: il Tao Zhu Yin Yuan di Taiwan – 93,2 metri d’altezza, 23mila alberi e una copertura verde del 246% – opera del belga Vincent Callebaut, che ha firmato anche i progetti del grattacielo verde Dragonfly (New York) e della città galleggiante Lilypad: 500mila metri quadrati a forma di fiore di loto nel mezzo dell’oceano (quale oceano, è informazione non pervenuta), destinati a quei rifugiati climatici che vedranno le proprie terre inghiottite dalle acque. Ipotesi tristemente più realistica di quella marziana.

Dagli anni Duemila a oggi, da Oriente a Occidente, tra le alte vette dell’architettura sostenibile si stagliano il malesiano Ken Yeang (National Library, Singapore), lo studio londinese Gustafson Porter + Bowman (Gardens by the Bay, ancora Singapore), il vietnamita Vo Trong Nghia (Chicland Hotel di Danang, Vietnam) e il duo austriaco-cinese Chris Precht and Dayong Sun, con i progetti delle Arcades di Tel Aviv (Israele), della Tree Tower di Toronto (Canada) e di One With the Birds, hotel in bambù modulare e trasportabile, che si potrà estendere sia in orizzontale sia in verticale.

Come tutta l’eco-edilizia di un futuro che è già presente, anzi: urgente e necessario.