La Leggenda di Chanel nr. 5

Coco Chanel era un’affermata creatrice di moda. Un giorno, prendendo a prestito il fazzoletto dell’amante, era nata la leggenda di Chanel N°5.

Questo articolo fa parte del numero 23 di Web Garden: Essenze d’estate

C’è chi dice Cannes, chi Biarritz. Qualcuno Grasse. Di sicuro era una località di villeggiatura, dove Coco Chanel e il granduca Dmitrij Pavlovič Romanov stavano trascorrendo una vacanza romantica. Era il 1921. Dmitrij Pavlovič aveva 30 anni. Era cugino primo dello zar Nicola II, da poco assassinato dai bolscevichi, ed era fuggito dalla Russia dopo la Rivoluzione d’ottobre.

Coco Chanel, 8 anni più grande, era un’affermata creatrice di moda. Un giorno, prendendo a prestito il fazzoletto dell’amante, percepì una fragranza mai sentita. Ne restò incantata. Da tempo cercava un’essenza nuova, “un profumo da donna che sappia di donna”. Stava per nascere la leggenda di Chanel N°5.

All’inizio degli anni Venti, nei profumi persisteva ancora il sentore della Belle Époque, la scia di un romanticismo che a Coco piaceva pochissimo. Le fragranze esaltavano un unico fiore per volta. Le donne sapevano soltanto di violetta o di peonia, oppure di mimosa, a seconda dei giorni, dell’umore e della forma della boccetta sulla loro toilette. Il profumo femminile era monotematico e invadente.

Chanel non voleva “nessun olezzo di rose o mughetto”, perché di olezzo si trattava. Nell’arte profumiera del tempo, la totale mancanza di essenze sintetiche non permetteva alla fragranza di mantenersi a lungo. Il suo odore svaniva in fretta. Il solo modo per farlo durare era eccedere nell’uso: una volgarità inaccettabile per il sensibile olfatto di Mademoiselle, intollerante a qualsiasi esagerazione che non fossero la magrezza e la ricchezza.

Ed eccola a Cannes – o Biarritz, o forse Grasse – a blandire Dmitrij Pavlovič per conoscere il segreto del suo profumo. Non dovette insistere a lungo. Dmitrij non aveva più un copeco e dipendeva finanziariamente da Coco, e anche la sorella Marija Pavlovna aveva rapporti d’affari con Mademoiselle.

Esule a Parigi come tanta nobiltà zarista sfuggita alla Rivoluzione, raffinata e altrettanto squattrinata, possedeva un’innata attitudine per gli affari. Consapevole della formidabile destrezza nel ricamo delle aristocratiche sue connazionali (che altro fare nei lunghi inverni russi?), Marija Pavlovna aveva aperto un’azienda tessile che aveva come maggior cliente proprio Chanel. Le contingenze erano tali che né lei né il fratello potessero negare alcunché all’inarrestabile Coco. 

Ma fingiamo che fu amore. Durante quella vacanza, Dmitrij Pavlovič presentò all’amante il “naso” franco-russo Ernest Beaux, anch’egli riparato in Francia dopo la caduta dei Romanov. Figlio secondogenito di Edouard Beaux, profumiere di corte, era famoso per aver creato, nel 1913, un’essenza in onore di Caterina di Russia. Soprattutto, stava introducendo in profumeria le aldeidi, componenti sintetici che permettevano di esaltare le fragranze e mantenerle durevoli, non più effimere. Fu una rivoluzione. 

Da qui la leggenda s’infittisce. Si racconta che Coco fosse così ossessionata dal suo profumo da mandare Ernest Beaux fino al Circolo Polare Artico per cercare ispirazione nell’odore dei laghi illuminati dal Sole di Mezzanotte. All’epoca delle mono-fragranze lei pretendeva un’impronta unica, misteriosa e memorabile. Chiese più gelsomino, l’estratto più prezioso.

Ernest Beaux aggiunse rose di maggio, vetiver di Haiti, ylang ylang, legno di sandalo, fiori d’arancio, olio essenziale di neroli, fava Tonka del Brasile. Compose un bouquet con 80 essenze, tra cui la prodigiosa aldeide 2-metil-1-decanale, priva di odore ma capace di accentuare gli altri.

La maratona olfattiva si concluse a Parigi, nella boutique di Chanel in rue Cambon 31. Ernest Beaux si presentò con 10 boccette numerate. Coco scelse la numero 5 e lasciò che quel numero – che diceva le portasse fortuna – facesse il resto. Non ci fu pubblicità. N°5 era venduto soltanto nella sua boutique. Coco lo indossava e si affidava al passaparola, mentre Parigi impazziva in un effluvio di aldeide e gelsomino.

Come contenitore scelse lo stesso flacone che Ernest Beaux le aveva consegnato: una bottiglia da farmacia trasparente, sobria ed essenziale, così diversa dagli elaborati flaconi in voga negli Anni ’20. In vetro pregiato, oppure in cristallo per le clienti più importanti, ne fece smussare gli angoli e disegnare il celebre tappo a diamante, che riprende la geometria di Place Vendôme; lei che, invece di comprare casa, abitava proprio lì, in una suite dell’Hotel Ritz. 

Fu al Ritz che, nel 1937, Mademoiselle posò come modella per Harper’s Bazaar, diventando – per la prima volta nella storia dell’alta moda – testimonial del suo stesso profumo. Subito dopo la Liberazione, i soldati americani facevano la fila per acquistarne una confezione da portare a mogli e fidanzate. Pochi anni dopo, Marilyn Monroe lo consacrò con la celebre frase “a letto indosso solo due gocce di Chanel N°5”. Nel 1959 il flacone si guadagnò un posto al MoMa di New York, dov’è tuttora esposto.

Nel 1985 Andy Warhol lo celebrò con le serigrafie “Ads: Chanel”.

Nel 2021, a 100 anni dalla sua nascita, Chanel N°5 era ancora il profumo più venduto al mondo: 80 milioni di boccette, un flacone ogni 32 secondi. Se Coco voleva qualcosa che durasse, ecco, c’è riuscita.