Castello di Montecavallo – Vigliano Biellese (BI)

Castello di Montecavallo – Vigliano Biellese (BI)

Il Castello di Montecavallo venne costruito da Filiberto Avogadro di Collobiano intorno al 1830, sui resti di una casaforte appartenente alla famiglia dal 1200. Il progetto, affidato all’architetto Dupuy, rappresenta una delle rare espressioni Neogotiche di cui si trova traccia nella zona.

Posizionato su una collina a circa 5km dal centro di Biella, il Castello di Montecavallo è circondato da giardino, boschi e vigne. Il giardino ed il parco, disegnati contemporaneamente al Castello, sono la tipica rappresentazione di ciò che si definisce “giardino all’italiana”: roseti, glicine, camelie, rododendri, ortensie…

Da allora la tenuta appartiene alla stessa famiglia che nei secoli si è presa cura di questo luogo e delle sue vigne, facendo dell’azienda vinicola Castello di Montecavallo un punto di riferimento per la viticultura d’eccellenza del Biellese.

Nel 2021 l’azienda è passata nelle mani della nuova generazione, Tomaso e Martina Incisa della Rocchetta. Il nuovo team persegue l’obiettivo di trasformare Castello di Montecavallo in una delle aziende vinicole leader del nord Piemonte. A tal fine, gli ultimi due anni hanno visto una serie di cambiamenti che hanno comportato una ristrutturazione dei vigneti e della cantina, una nuova strategia di branding e comunicazione, una rinnovata gamma di prodotti e lo sviluppo dell’ospitalità ricettiva, con percorsi di degustazione vini e visite alle bellezze storiche di questo luogo.

Fondamentale anche l’obiettivo di preservazione della biodiversità intorno alle vigne, così da accertarsi che la viticultura non la comprometta: i boschi confinano infatti direttamente con la vigna, rendendo possibile la naturale interazione tra diverse varietà di flora e fauna ed evitando le coltivazioni intensive.



Casa Luzi – Torino

Casa Luzi – Torino

A Sassi, a due passi dalla Dentera sulla collina torinese, quello di Villa Luzi è un giardino con un’anima potente, l’anima della casa e di chi l’ha progettata, indissolubilmente legati l’uno all’altra. 

Piantumato seguendo le Affinità Elettive di Goethe il giardino dialoga apertamente con la casa in un rimando constante di scorci e prospettive e in un alternarsi di pieni e di vuoti, di luce e di penombra, la filosofia dell’architettura organica ispirata a Frank Lloyd Wright si sente tutta e trasporta il visitatore in un giardino dal respiro profondo, in una perfetta osmosi fra fuori e dentro.

Nacque prima la casa, poi fu la volta del giardino: colti da una sorta di horror vacui gli architetti Luzi e Jaretti in quel vasto pezzo di collina torinese vollero creare uno spazio onirico e fantasioso in cui poter vivere e lavorare – infatti il giardino ospita ancora l’edificio un po’ futurista che fu lo studio di architettura dei due maestri. E così un semplice prato pressoché pianeggiante diventò un susseguirsi di avvallamenti e leggeri rialzi, pianori, oasi e collinette in cui la luce gioca ad ogni ora del giorno, regalando suggestioni e, sicuramente,  sempre nuove ispirazioni. 

Oggi a prendersi cura del giardino di circa 2000 mq è il figlio dell’architetto Luzi, Andrea, che ne ha lasciato intatto il fascino e la filosofia di fondo, “limitandosi” a contenere e gestire l’esuberanza della moltitudine di piante messe a dimora agli inizi degli anni Sessanta. Dall’ingresso si susseguono gigantesche quinte di bambù a sfiorare il cielo, una imponente betulla nera che sembra un severo guardiano, poi cespugli di deutzie e spiree spiccano sul verde del prato dove un gruppo di invidiabili lagerstroemie aspettano il loro turno per tingersi di rosa intenso.

Juniperus orizontalis, viburni, iris, antiche peonie e rose banskia circondano la facciata della casa avvicinandosi alla quale a creare la vera magia è un immenso tiglio che piega i rami quasi a terra e, intrecciandoli con il boschetto di bambu, introduce in una sorta di giardino segreto che gira intorno all’edifico. 

Ma, seppure pieno della sua indiscutibile bellezza, il giardino esprime davvero il pensiero dei progettisti, dall’interno della casa con la quale dialoga in maniera continua e necessariamente indissolubile. 

Andando via, facendo il percorso all’inverso, mi pare di vederli lì Luzi e Jaretti, seduti al fondo di quello che era un grande prato di fieno a immaginare e progettare questo spazio inaspettato per farlo diventare una vera e propria galleria emozionale.

Foto e Video di Marco Beck Peccoz



Evento a Villa Souchon

Evento a Villa Souchon

Un dejeuner sur l’herbe a Villa Souchon (via della Cartiera 47, Fossano – CN) insieme a Fondazione Time2 

Domenica 5 maggio, la residenza privata Villa Souchon aprirà le porte del suo giardino per ospitare un’occasione di scoperta e incontro con Fondazione Time2, realtà piemontese fondata da Antonella e Manuela Lavazza. La Fondazione lavora per promuovere i diritti dei giovani con disabilità nel passaggio all’età adulta.

Tra i propri progetti, Fondazione Time2 promuove un gruppo di trekking: 40 giovani con disabilità che hanno l’opportunità di esplorare suggestivi luoghi del Piemonte.

Il 5 maggio, l’evento di trekking farà tappa a Villa Souchon in collaborazione con Web Garden. Questo permetterà ai partecipanti di scoprire un luogo unico: il giardino ideato dall’ingegnere Paul Souchon, insieme alla moglie Marie Bernard e all’architetto Valabrega. Le geometrie che caratterizzano il giardino sono complementari e armoniche con quelle della casa e l’assetto paesaggistico, pur essendo di inizio 900, si rifà alla filosofia dei giardini “après Le Notre” (paesaggista della Reggia di Versailles). Il giardino è un esempio di fantasia e armonia dove la natura nel fondersi con la casa dona al visitatore l’impressione di trovarsi davanti un quadro di un impressionista dell’800.

L’evento non solo offrirà la possibilità di esplorare questo gioiello verde, ma rappresenterà anche un momento di incontro tra gli associati di Web Garden e i partecipanti al trekking di Fondazione Time2. Sarà un’opportunità piacevole per discutere di temi legati alla disabilità e all’inclusione nella splendida cornice di Villa Souchon.

Foto e Video di Marco Beck Peccoz



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Giardino dell’ES – Villa La Sughera

Giardino dell’ES – Villa La Sughera

Testo di Tiziano Lera

Kairos“… come dicono gli arabi, l’uomo di sicuro conosce solo la mamma: tutto il resto è incontrato… L’uomo può incontrare donne, uomini, animali ma anche luoghi. lo ho incontrato quel lembo di territorio, assurdo per le sue caratteristiche uniche: è il territorio collinare più vicino al mare di tutta la Versilia, a un’altezza di circa 250 m su un massiccio di calcare cavernoso, esposto al cammino del sole in tutte le stagioni, distante dal libeccio marino e protetto dalle Apuane dal vento di tramontana, in un microclima unico con presenza di piante e animali sia autoctoni che migratori, in particolare rapaci e farfalle, che in tutta la Versilia si trovano solo in questa zona: per sintetizzare, un lembo di Corsica.

Regina è la sughera, seguita da tutti gli altri alberi con sottobosco di mirto, corbezzolo, ginepro, lentisco, phillyrea, lantana, agrifoglio, maggiociondolo fino all’euphorbia delle isole, helichrysum, orchidee, genziane, ciclamini, helleborus… In tutte le stagioni è un continuo tripudio di fioriture e dei loro profumi spontanei.

Questo territorio collinare è il più vicino al mare, si trova sulla via Francigena e sulla linea di guardia dei castelli e gode della vista di ben otto isole, Corsica, Elba,Gorgona, Capraia, Montecristo, Palmaria, Tino e talvolta le isole Porquerolles, e delle Alpi Marittime francesi. Alle spalle si trovano le Apuane, in particolare il monte Altissimo, da cui Michelangelo estraeva lo “statuario” per le sue sculture.

Quindi, consapevole della preziosità di questo luogo, mi sono sentito responsabile e custode della sua trasmissione, intatto, al futuro.

Ho ideato un’associazione che si chiama “La Periploca” — visto che alla Sughera questa rara liana del Quaternario è presente, insieme a una felce nana che esiste solo qui e sul monte Olimpo — per proteggere e far capire i valori del nostro territorio.

Ne è nato un libro sulla Via dell’Arte, realizzato insieme ai professori dell’Università di Pisa (visto che il mio motto come architetto è “storia-arte-natura-architettura”, e che seguendo questo percorso forse si incontra “la poesia”) partendo da geologia, archeologia, storia, climatologia, flora e fauna. Con questa pubblicazione ho racchiuso tutto in una sorta di scatola nera per consegnare alla politica una testimonianza esatta dei valori e dell’importanza del mio territorio. Il progetto è piaciuto talmente tanto che Botero ha fatto il disegno della copertina, Luzi mi ha dedicato una poesia e il Papa ha benedetto il libro.

“Il giardino-non giardino” della Sughera è costituito da un “percorso zen”, con soste — nel senso di possibilità di sedersi, bere acqua sorgiva, gustare un frutto o un fiore o un profumo — e viste paesaggistiche e valori estetici e culturali che variano a seconda delle stagioni o in base alla posizione della sosta in zona ombratile o solare, Questi punti, individuati per le loro valenze e per la loro energia ctonia, secondo il Feng Shui sono carichi di ch‘i, inondati da triboelettricità, l’energia ionica creata dalla brezza di mare mentre attraversa le piante balsamico-aromatiche mediterranee, che riequilibra, attraverso la respirazione, le energie interiori.

Ho chiamato queste soste “estetico-estatiche” perché anche chi non pratica yoga ritrova se stesso attraverso una meditazione naturale o spontanea.

Il mio giardino, come dicevo al duca Amedeo d’Aosta durante il convegno internazionale “| protagonisti del paesaggio” tenutosi al Vittoriale, cui ho partecipato come relatore, è il giardino delle piante rubate, delle piante trovate, delle piante salvate: questo vuol dire talee prese senza offendere la pianta madre, piante morenti raccolte nei cassonetti oppure salvate dai cantieri dove altrimenti sarebbero state tagliate.

Non c’è giorno in cui non semini, non pianti, non faccia una talea o divida un cespo di una pianta. È una formadi maniacalità, in cui la mia presenza e la mia attività di giardiniere-sacerdote del mio piccolo tempio è continuamente stimolata, in cui mi sento continuamente in colpa e continuamente gioisco per qualcosa che tripudia, vive, soffre e muore.

Sui tavoli delle soste “estetico-estatiche” si trovano dei miei scritti, e in particolare nell’ultima postazione:“ciò che più amo del mio giardino è quello spazio fra l’abbandono e la cura”.

In accordo con questa filosofia, sono state mantenute le coltivazioni storiche esistenti, castagneto, oliveto, vigna, frutteto e orto, ed è stata creata una fattoria autosufficiente con bovini di razza Jersey, scelti per il latte ricco di proteine e per la dimensione adatta alle caratteristiche orografiche del luogo, maiali Cinta senese, capre apuane, polli, conigli, anatre, piccioni e cavalli, tutti nei loro ambiti naturali allo stato brado.

Tenendo conto del microclima eccezionale, partendo sempre da semi o da talee, ho creato intorno alla casa un agrumeto con decine di qualità, fra cui la papeda di Mauritius, il cedro mano di Buddha, il pomelo, il lime ecc., e una collezione di piante tropicali che fruttificano come l‘avocado, il passion fruit, il noce pecan o anche il banano, la phoenix dactylifera e altre. Così come fiori incredibili tra cui la jacaranda e l’aristolochia gigantea, aromi meravigliosi come la canfora oppure forme inusuali come la chorisia speciosa…

Naturalmente il giardino non è solo dell’uomo ma anche della donna e ognuno ha i suoi fiori: da qui nasce una collezione, in omaggio a mia moglie Lalla, di rose antiche e profumate e di ortensie, naturalmente poste in maniera da non intaccare la macchia mediterranea autoctona.

Questo progetto è frutto dell’amore e della ricerca dell’omeostasi fra le essenze preesistenti e quelle inserite, autoctone e non, in maniera tale che l’equilibrio fra le specie sia mantenuto nel tempo.

Come il giardino anche le costruzioni, le strade, i percorsi sono realizzati con materiali e tecniche reperiti sul luogo, come in antico, e con materiali di recupero o riciclati. Questa realtà in divenire è non solo l’abitazione della mia famiglia, ma anche un centro d’arte e di cultura con un laboratorio di scultura, di architettura, di pittura e una piccola fonderia, con ospiti e amici del mondo dell’arte come Botero, Finotti, Ciulla, Barberi, Treccani, Cascella, Timer, Kan Yasuda, Mitoraj, o della poesia come è stato Luzi.

La Sughera è la summa della mia visione di architetto del paesaggio, quella che ho chiamato il “giardino dell’Es” in omaggio al grande filosofo Georg Groddeck con cui mi identifico.

Tiziano Lera

Foto di Tiziano Lera



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Agricooltur, le serre aeroponiche – Carignano

Agricooltur, le serre aeroponiche – Carignano

Un nuovo modo di immaginare l’agricoltura: Agricooltur® e le serre aeroponiche.

L’aeroponica è un metodo di coltivazione innovativo che permette alle piante di svilupparsi fuori dal terreno.

Le radici vengono nebulizzate con acqua e sostanze nutritive in un ambiente completamente controllato che riduce quasi del tutto la diffusione di parassiti e malattie tipiche della coltivazione in terra, senza dover impiegare insetticidi o antiparassitari potenzialmente dannosi per la salute dell’uomo, delle piante e dell’ambiente.

Inoltre, la coltivazione indoor consente di ottenere risultati straordinari in termini di velocità, quantità e, soprattutto, qualità.

In questo modo Agricooltur® trasforma qualcosa di antico, come l’agricoltura, e va a creare un presente d’avanguardia, qualcosa del tutto nuovo.

La coltivazione delle piante avviene all’interno dei siti produttivi chiamati The Plant, serre altamente tecnologiche che ricreano l’ambiente ideale per la crescita degli ortaggi. 

Qui, appositi filtri permettono di purificare l’aria in entrata dagli elementi inquinanti e di restituire aria ossigenata all’esterno, rendendo la struttura un vero e proprio polmone verde per l’ambiente.

La struttura è costituita da un container modificato ed allestito per alloggiare due sistemi di coltivazione Aerosmart. Al fine di garantire l’illuminazione naturale necessaria all’accrescimento delle piante, le pareti del modulo sono parzialmente sostituite da pannelli in policarbonato compatto, e la copertura in pannelli in policarbonato alveolare.

Hortus è dotato di ventole a filtro che consentono al modulo di immettere aria pulita dall’esterno ed espellere aria arricchita di ossigeno grazie alla fotosintesi delle piante contenute all’interno. Un sistema di condizionamento consente di gestire la temperatura all’interno del modulo l’acqua di condensa viene recuperata, arricchita di fertilizzanti naturali e utilizzata per la coltivazione.

Foto e Video di Marco Beck Peccoz



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