Da Oriente a Occidente i fiori sono stati da sempre associati alle divinità per sottolinearne la simbologia, le proprietà o la provenienza.

Questo articolo fa parte del numero 22 di Web Garden: I fiori degli dei

Da Oriente a Occidente i fiori, la più elevata espressione artistica del mondo vegetale, sono stati da sempre associati alle divinità e con loro diverse piante, accomunate al sacro per sottolinearne la simbologia, le proprietà o la provenienza.

In Giappone, la caducità della vita umana, tanto meravigliosa quanto breve e fragile, è rappresentata dallo sbocciare dei fiori di sakura, i celebri ciliegi.

La leggenda è riportata nel Kojiki, il primo libro giapponese mai scritto, e narra della bellissima Sakuya-Hime “la principessa che invoglia i boccioli a fiorire”, innamorata di Ninigi, “radioso principe del cielo”. I due giovani vogliono sposarsi, ma il padre della ragazza, Ohoyamatsumi, dio delle montagne, acconsente solo a patto che sia presa in sposa anche la sorella, la brutta Iwa Naga-Hime, “principessa roccia dura”.

Ninigi inorridito la rifiuta e trascorre invece la prima notte di nozze con l’amata. Il padre delle due fanciulle, umiliato ed offeso, lancia pertanto un anatema che decreta il destino dell’umanità intera. Le due ragazze sono legate da un sortilegio alla vita degli esseri umani.

Non potranno mai andare in sposa separate, ma mentre Iwa Naga-Hime è portatrice per gli uomini di solidità e durata, Sakuya-Hime avrebbe regalato loro solo la fuggevole bellezza di un albero in fiore. Poiché il principe Ninigi ha scelto solo la bella innamorata, da allora siamo condannati ad una vita bellissima, ma fugace.

Rimanendo ancora nella tradizione asiatica il fiore di loto, che riesce a mantenere la sua immacolata purezza nonostante affondi le proprie radici nel fango, si dice abbia generato Buddha fra i suoi petali.

Per le sue peculiari caratteristiche rappresenta quindi la possibilità di mantenersi puliti dalle sporcizie del mondo, l’elevazione spirituale, la resurrezione. I suoi petali idrofobi infatti restano intonsi nonostante crescano nelle paludi e la velocità di crescita del suo stelo rimanda alla nostra capacità di ergerci verso il divino.

Anche i faraoni egizi erano rappresentati vicino a questi fiori, poiché il loto, con la sua capacità di produrre semi anche dopo centinaia di anni, è simbolo di immortalità.

Nella tradizione occidentale sono un’infinità i fiori e gli alberi che hanno origine divina, e la leggenda della loro genesi ricorre frequente in molte opere classiche, fra cui le Metamorfosi di Ovidio, teatro di infelici destini per una nutrita serie di malcapitate ninfe.

Una delle storie più note, e rappresentata nell’arte dalla sublime scultura di Gian Lorenzo Bernini “Apollo e Dafne” della Galleria Borghese a Roma, narra della trasformazione della bella ninfa Dafne in una pianta di alloro per mano di suo padre Peneo, dio fluviale della Tessaglia, con lo scopo di salvarla dalle bramosie del dio Apollo, a cui è da allora consacrata la pianta.

Anemos era invece una ninfa della corte di Chloris, la dea dei fiori. I venti Zefiro e Borea erano entrambi invaghiti di lei e, contendendosela, generavano terribili bufere. Chloris, per proteggere i suoi fiori dalle furie dei venti, trasformò anche la ninfa in un anemone, condannandola a perdere i petali al soffio di Borea (la tramontana). Quando il più dolce Zefiro primaverile giunge a carezzarlo, l’anemone è già avvizzito.

Si deve invece al gaudente dio Dioniso la nascita dell’edera. Si narra infatti che, preoccupato delle spericolatezze a cui si dedicava l’amico Cisso durante le feste in suo onore, il dio lo trasformò in una pianta simbolo di attaccamento e fedeltà: il Cissus per l’appunto, ossia la più nota edera, a cui furono poi attribuite proprietà terapeutiche contro l’ebbrezza. Nell’arte, Dioniso è soventemente rappresentato con il capo cinto da una corona di questo rampicante.

Anche l’iconologia e l’iconografia cristiane sono ricchissime di rimandi alla flora ed alla fauna. Ne scegliamo uno su tutti, il giglio bianco, citato nell’Antico Testamento a più riprese come simbolo della speranza per la liberazione del popolo d’Israele. Osea (14, 6-8) invita alla conversione in questo bellissimo passo: “Sarò come rugiada per Israele; esso fiorirà come un giglio e metterà radici come un albero del Libano, si spanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell’olivo e la fragranza del Libano. Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, coltiveranno le vigne, famose come il vino del Libano.”

Secondo il Nuovo Testamento invece, il giglio di Pasqua cresceva nel Getsemani dove Gesù, tradito da Giuda, aveva versato lacrime e sudore. Il giglio è infine anche associato alla Madonna, “giglio fra i cardi,” e ai santi per indicarne il candore, l’innocenza ed il loro affidarsi a Dio.