Posidonia, la dea del Mediterraneo

Posidonia, la dea del Mediterraneo

Questo articolo fa parte del numero 215di Web Garden: Praterie Sommerse

È intitolata al dio greco del mare: infatti ha qualità divine. È la Posidonia oceanica, una pianta acquatica antica e tenace, endemica del Mediterraneo, che contrasta l’erosione delle coste, produce ossigeno e offre riparo a un’incalcolabile varietà di pesci e molluschi, che tra le sue foglie si cibano, si nascondono e si riproducono come conigli.

Tanto per dare i numeri, che rendono bene: un metro lineare di prateria sommersa previene dalla scomparsa parecchi metri di litorale. Distruggere un metro di posidonieto (la prateria acquatica, appunto) equivale ad annientare la spiaggia antistante.

Sì, proprio quella bella caletta dove le lunghe foglie secche di Posidonia, spiaggiate perpendicolarmente al bagnasciuga, ci danno tanto fastidio e dove i bambini schifano gli egagropili – che detti così non si capisce, ma se parliamo di “kiwi di mare” o “polpette di Nettuno” a tutti vengono in mente le palline marroncine e feltrose che ai bagnanti più sensibili ricordano il colore e gli effetti di un attacco di colite.

School of fish Sarpa salpa with seagrass Posidonia oceanica underwater in the Mediterranean sea, Cabo de Gata Nijar, Almeria, Andalusia, Spain

Ecco, quelle deiezioni marine – assolutamente innocue e pulite – sono i residui fibrosi di Posidonia oceanica che si accumulano sui litorali, compattati e spinti dalle onde. Sono queste palline (tra cui, disgustati, ogni estate facciamo la gimkana) a pulire le acque da tonnellate di plastica, per lo più PET, che poi sarebbe lo scodinzolante acronimo del polietilene tereftalato: riciclabile, certo, ma se resta spappolato in fondo al mare mica tanto. 

Una ricerca condotta nel 2021 dall’Università di Barcellona ha stimato che ogni chilogrammo di egagropilo elimina dal mare 1.470 detriti (cioè pezzettini) di plastica, per un totale di 867 milioni di detriti l’anno. Gli egagropili sono una flotta di spazzini che non fa altro se non svolgere il proprio lavoro. Finché non ci si mette di traverso l’uomo.

Intanto, già solo il fatto che si chiami “oceanica” ma si trovi esclusivamente nel mare Mediterraneo dovrebbe far sorgere un sospetto di estinzione. In tempi remoti, la Posidonia aveva una massiccia presenza nelle acque salate del Pianeta, ben più vasta di oggi. Ma facciamo pure che l’umanità sia incolpevole. Le barche, quelle no. 

Ogni volta che si getta l’àncora in un posidonieto ci si porta via un pezzo di prateria sommersa. E non solo le foglie, cosa già di per sé devastante per la buona salute delle coste. Per evitare l’insabbiamento, la Posidonia oceanica cresce molto lentamente in verticale, creando sul fondale formazioni dette “matte”: un intreccio fitto di radici e rizomi (la parte sotterranea del fusto, ndr) che si alza di un metro ogni secolo.

Strappare la “matte” equivale a distruggere decenni di lavoro vegetale e creare passaggi attraverso cui penetra l’acqua salata, che erode la struttura e provoca la morte della prateria. Se è vero – e lo è – che ogni metro quadrato di Posidonia rilascia nell’ambiente fino a 20 litri di ossigeno al giorno, più si distruggono le praterie sommerse e meno ossigeno avremo a disposizione.

Nel frattempo, la Posidonia si difende. Oggi le sue praterie occupano 38 mila chilometri quadrati di fondali sabbiosi all’interno del bacino del Mediterraneo, una superficie equivalente a 6 volte l’isola di Manhattan, e custodiscono esemplari antichissimi.

Nel 2006, nel mare tra Ibiza e Formentera, dentro una prateria di 700 chilometri quadrati è stata scoperta una pianta di Posidonia lunga 8 mila metri, che i marcatori genetici hanno calcolato avere 100 mila anni: la stessa età dell’uomo di Neanderthal (quello estinto) quando dall’Asia scollinò in Medio Oriente. Secondo gli scienziati, questa pianta è uno degli organismi viventi più grandi e longevi al mondo.

E mentre le praterie a Posidonia si sono evolute fino a diventare una comunità climax, cioè un ecosistema che ha già raggiunto lo stadio finale della propria evoluzione, la comunità umana su questo concetto ha da lavorarci ancora un po’.

Le alghe in cucina

Le alghe in cucina

Questo articolo fa parte del numero 25 di Web Garden: Praterie sommerse

Oggi sull’onda della moda culinaria fusion ci paiono una novità magari un po’ stravagante, ma nella realtà le alghe sono presenti sulle tavole dell’uomo fin dai tempi più antichi. Utilizzate da molte popolazioni costiere soprattutto cinesi, giapponesi, maori e hawaiane ma anche africane (intorno al lago Ciad), queste vere e proprie verdure di mare furono utilizzate – e poi dimenticate – persino nel Mediterraneo prima dell’era cristiana.

Del resto sono le piante commestibili più antiche del mondo, oltre che le prime forme vegetali comparse sulla Terra.

Da sempre nelle cucine orientali se ne fa largo uso, mentre in Europa, segnatamente in Bretagna,  sono arrivate intorno al XVII secolo quando si scoprì che anche quelle europee potevano arricchire la gamma degli aromi locali e oggi sono un ingrediente importante della cucina bretone, ma non solo. 

Da allora infatti alcune alghe europee hanno ottenuto lo status di aromi, di condimenti o di vere e proprie spezie:

  • Con la lattuga di mare essiccata e ridotta in fiocchi, ad esempio, si ottiene uno squisito burro mantecato.
  • La rossa porfiria, dal sapore lievemente affumicato, pare eccellente per insaporire uova o pasta sfoglia.
  • Il finocchio di mare sminuzzato si può aggiungere all’avocado per dargli una “spinta” in più. 
  • Unire ai cibi la frusta della strega ridotta in polvere conferirà loro un aroma quantomeno originale. 

Di alghe oggi si parla più in termini di coltivazioni che di raccolta spontanea, non solo perché hanno conquistato le tavole di mezzo mondo ma perché rispondono agli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite poiché i loro benefici a livello ambientale ed economico sono ormai chiari: possono infatti fornire cibo a molte persone e quindi ridurre l’uso di suolo per produrre alimenti, sono le principali produttrici di ossigeno sulla Terra, contribuiscono a ridurre l’acidificazione degli oceani e sono in grado di proteggere le barriere coralline. 

Ma quali sono le alghe commestibili?

In natura ne esistono almeno 20.000 specie e quelle commestibili sono quelle marine classificate in alghe rosse, verdi e brune. 

Considerate un vero e proprio superfood, sono ricche di proteine e sali minerali come sodio, potassio, calcio e magnesio e di vitamine (A, C, E e vitamina B12) e poverissime di carboidrati.

Comunque le si usi, le alghe offrono numerosi benefici grazie ai nutrienti che contengono, infatti si ritiene che combattano la stanchezza, rafforzino il sistema immunitario, riattivino circolazione e metabolismo e regolarizzino i livelli ematici e del colesterolo.

Molteplici quelle impiegate in cucina; in Occidente quelle più popolari sono: 

Alga Kombu e Alga Wakame: di sapore dolce, possono essere consumate sia crude che cotte. Ottime per zuppe, minestre, legumi. 

Alga Nori (lattuga di mare): venduta secca va tostata leggermente sulla fiamma finché diventa verde. Questa qualità è quella più utilizzata per preparare il sushi e ha la proprietà di ridurre il colesterolo e i depositi di grassi. 

Alga Kelp: da cuocere in acqua bollente con peperoncino e salsa di soia, è un ingrediente tipico dell’insalata di mare giapponese. 

Alga dulce: ha un gusto che ricorda il bacon, è ricca di proteine e vitamine. 

Salicornia: molto sapida, si trova in quantità sulle rive dell’Oceano Atlantico, si sbollenta per gustarla come snack salato o si compra in vasetti per condire la pasta. 

Agar Agar: composto gelatinoso che si ricava dall’alga rossa tengusa. Dal sapore forte e deciso va ammorbidita prima di mangiarla. Utilizzata nell’industria come addensante per creme e budini.

Alga Hijiki: è un’alga marrone che viene prima bollita e poi essiccata, cucinata in padella o servita con il pesce.

Alga Carragheen  (lichene d’Irlanda): alga rossa, parte della tradizione alimentare irlandese, dove viene gustata nelle zuppe. Vi si preparano anche decotti e infusi, bevande alcoliche fermentate. E’ utilizzata inoltre come gelificante e addensante. 

Alga Umibudo (uva di mare): una specie di caviale vegetale, ha minuscole foglie a forma di perla che in bocca rilasciano il sapore del mare. Viene venduta fresca e consumata per lo più in Giappone, Malesia e nelle Filippine.

L’alga Spirulina, la Klamath, la Clorella, la Fucus e l’Ecklonia Cava, vengono invece utilizzate come ingredienti per integratori anticellulite, snellenti e lassativi. 

In commercio le troviamo generalmente essiccate in confezioni sigillate, pertanto devono essere reidratate prima dell’utilizzo. E’ sufficiente tuffarle in acqua calda e lasciarle in ammollo fino a quando tornano morbide, dopodiché possono essere consumate in insalata o in piatti più elaborati. 

Oggi le ricette a base di alghe sono moltissime e non è necessario essere cuochi provetti per cimentarsi nel loro utilizzo per ricette un po’ diverse. Addirittura la tradizione gastronomica siciliana ci offre un piatto tipico di questa terra dalle contaminazioni straordinarie, proprio a base di alghe, un vero concentrato di mare. Si tratta del Mauru, un’insalata a base di alghe rosse locali (Chondrus crispus, Calliblepharis jubata, Grateloupia filicina e Gigartina acicularis) condita semplicemente con acqua e limone.

Dal cuore della Sicilia al Giappone, la cucina dimostra – ancora una volta – che intorno ad un tavolo si riscoprono radici comuni talvolta impensate.

Boschi sommersi

Boschi sommersi

Questo articolo fa parte del numero 25 di Web Garden: Praterie sommerse

Sotto la superficie degli oceani si cela una magnifica biodiversità, dove i raggi del sole filtrano attraverso l’acqua per portare nutrimento ad un ecosistema unico, quello dei boschi sommersi di alghe.

Questi incredibili paesaggi sottomarini, dominati da una cospicua diversità di specie di vegetali, giocano un ruolo fondamentale nel mantenere la salute del nostro pianeta e nel garantire la sussistenza alle innumerevoli specie sottomarine.

Web Garden vi condurrà nell’affascinante mondo dei giardini subacquei, esplorando il loro apporto ecologico, le specie che lo abitano e le minacce che affrontano a causa dei cambiamenti climatici.

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Il polmone verde delle foreste sommerse è costituito dalle alghe kelp, che rappresenta uno degli habitat più produttivi e biodiversificati del pianeta Terra.

Così come le loro corrispettive terrestri, queste foreste marine servono a far respirare gli oceani, e attraverso la fotosintesi producono una porzione significativa dell’ossigeno totale necessario alla vita. Le alghe kelp sono una specie di marcroalghe marrone e costituiscono il primo abitante di questo ricco ecosistema acquatico.

Queste alghe svettano dalle profondità dei fondali fino a raggiungere enormi altezze, creando così delle strutture verticali che vanno a costituire un complesso habitat tridimensionale che ospita una moltitudine di organismi.

La biodiversità delle foreste sommerse è davvero stupefacente. Questi regni nascosti nella profondità dei mari sono abitati da specie di forma e dimensione tanto varie da spaziare dal micro plancton ai grandi predatori. L’intricata struttura delle alghe kelp consente ai piccoli pesci di rifugiarsi dalle specie carnivore, e a queste un fertile terreno di caccia.

Uno degli abitanti di questi regni sono le lontre. Questi giocosi mammiferi sono noti per arrotolarsi nelle alghe kelp durante il sonno, così da non essere trascinati via dalla corrente. Le lontre a loro volta giocano un ruolo vitale nel mantenere la salute dei boschi di kelp: ghiotte di ricci marini, impediscono che la loro popolazione si accresca eccessivamente e che decimi il letto algoso, il che porterebbe a conseguenze nefaste per tutto l’ecosistema subacqueo. 

Le foreste di kelp hanno un effetto positivo di cui anche noi beneficiamo. Hanno infatti il compito di immagazzinare grandi quantità di anidride carbonica, contribuendo a mitigare le variazioni climatiche. Così come i boschi emersi, quelli sommersi giocano il compito di regolatori climatici grazie allo stoccaggio del carbonio nella loro biomassa.

Nonostante il loro ruolo fondamentale all’interno dell’ecosistema, anche le praterie sottomarine sono soggette ad una moltitudine di minacce che deriva direttamente dal comportamento dell’uomo. L’innalzarsi delle temperature dell’acqua, diretta conseguenza del surriscaldamento climatico, impatta duramente sull’equilibrio di questo ecosistema.

Mari troppo caldi conducono ad un impoverimento di alghe kelp, e una maggiore acidità dell’acqua influisce negativamente sulla loro capacità di costruire la loro propria struttura di carbonato di calcio. Anche la pesca intensiva reca un danno sostanziale a queste preziose alghe.

L’impoverimento di specie essenziali come le lontre ed i pesci erbivori innesca una reazione a catena che porta al degrado dell’ambiente erboso sottomarino. Pertanto è fondamentale che vi siano sforzi espliciti e concertati per preservarne l’integrità, implementando regole per una pesca sostenibile, stabilendo oasi marine protette ed in generale stimolando la consapevolezza alla preservazione di questi tesori tanto fondamentali sotto come sopra la superficie dei mari.

I boschi sommersi sono fondamentali non solo per la loro intrinseca bellezza, ma per il contributo che nel perfetto equilibrio della Natura ogni elemento porta all’assoluto del sistema. Questi ambienti ricchi di vita e generatori di vita, parte di un ecosistema ricchissimo e complesso ed abitati da moltissime specie animali, richiedono la nostra attenzione e la nostra cura per il benessere della vita sottomarina e per l’equilibrio delle specie terrestri, inclusa la nostra. Salvaguardarne il futuro diventa quindi non solo una responsabilità, ma una necessità che si deve al pianeta ed alle generazioni che lo erediteranno.