L’acqua nella preistoria

L’acqua nella preistoria

Questo articolo fa parte del numero 24 di Web Garden: i Fiori del Deserto

Nell’aprile del 2018, a Khorixas, nella regione di Kunene, in una zona desertica della Namibia a 500 chilometri dall’Angola, si verificò un fenomeno atmosferico insolito. Piovve. Ananias Nghifikwa, un ragazzo che lavorava come guida in quello che avrebbe dovuto essere il villaggio di una tribù Himba, ma che in realtà era una ricostruzione per turisti, mi chiese un passaggio verso casa “per farti vedere il villaggio vero”.

Mi avrebbe indicato lui la strada. Nel suo ottimo inglese, lingua ufficiale del Paese, mi pregò di fare una “una piccola deviazione”. Voleva vedere una cosa.

La “cosa” era una vasta prateria in mezzo al nulla. Avvicinandomi col fuoristrada a noleggio vidi lunghi fili d’erba cresciuti sulla sabbia. Erano sottili e radi. Avrebbero avuto vita breve. Ananias disse che aveva visto l’erba solo un’altra volta, nove anni prima, quand’era adolescente. Perciò ci passava a piedi ogni giorno, andando e tornando dal lavoro anche se gli toccava allungare. Presto l’erba sarebbe seccata e non sapeva quando – o se – l’avrebbe rivista.

Al contrario di Ananias, la “cosa” non mi colpì in maniera eccezionale. Sapevo di fioriture nel deserto ben più maestose, e a qualcuna avevo assistito. Avevo mancato quella formidabile di Atacama, in Cile, il più arido deserto al mondo: così estremo da essere scelto dalla NASA per i test sul suolo di Marte.

In quell’area inospitale tra il Pacifico e la Cordigliera delle Ande, 200 specie di piante hanno imparato a sopravvivere all’aridità. Ogni 5-7 anni, quando l’Oceano è attraversato dalla corrente devastatrice de “El Niño”, poche gocce di pioggia bastano a riempire chilometri di fiori rosa, bianchi, lilla e viola.

Sand blowing over sand dunes in wind, Sahara desert

La mia prima esperienza era stata più modesta. Anni prima, a Gilf Kebir, nel remoto Sahara egiziano al confine tra Libia e Sudan, stavo fotografando piccoli fiori e cespugli solitari che spuntavano tra le dune. La guida che mi aveva accompagnato nei tre giorni di pista sabbiosa dall’ultima strada asfaltata era irritata dalle soste. “Smettila con queste foto, non è niente di straordinario”.

Disse che, un tempo, il Grande Mare di Sabbia era una distesa lussureggiante. “Qui è pieno d’acqua. Pie-no!” aveva spiegato mostrandomi la Grotta dei Nuotatori, un’infilata di pitture rupestri del Neolitico, scoperte nel 1933 dall’ungherese László Almásy. Raffigurava uomini nell’atto di tuffarsi e sguazzare. D’istinto cercai una pozza; l’aria era rovente.

Rientrata in Italia, mi documentai. Era vero. Il Sahara custodisce una delle più grandi riserve idriche sotterranee del Pianeta. Si chiama “acqua fossile”: 150 mila chilometri cubi d’acqua dolce incarcerate tra i 500 e i 3500 metri di profondità, retaggio di un’era meso-neolitica in cui il Sahara era un immenso giardino, pioveva come ai tropici e ci abitavano ippopotami, antilopi, giraffe, elefanti e uri, progenitori dei bovini domestici.

Gli uomini si nutrivano soprattutto di pesce – laghi e fiumi non mancavano – e le prime comunità agricole coltivavano piante e cereali selvatici.

Panorama inside canyon aka guelta Bashikele , East Ennedi, Chad

Nel 2011 a Takarkori, nel Sahara libico, un gruppo di archeologi italiani aveva dissotterrato 200 mila semi risalenti al Neolitico, stoccati in piccoli gruppi circolari, mentre le analisi biochimiche avevano rivelato tracce di yogurt e formaggi sul 30% del vasellame emerso dagli scavi, prova che la lavorazione del latte non era un’attività sporadica. Poi l’asse terrestre aveva iniziato la sua oscillazione di 2 gradi, che gli scienziati stimano avvenga ogni 20 mila anni. I monsoni avevano smesso di soffiare, le piogge di cadere. La sabbia avanzava. Dovevo assolutamente vedere in faccia quell’acqua preistorica.

Alla fine di quell’anno tornai nel Sahara, tra Djanet e Tamanranset, dove l’estremo sud dell’Algeria si incunea tra il Mali e il Niger. Mi era chiaro che l’acqua fossile potevo trovarla soltanto nelle oasi, dove i fiumi sotterranei, incontrando una depressione, sgorgano in una sorgente. Fino lì, a parte memorabili scorpacciate di datteri, le mie incursioni nelle oasi erano state deludenti. Tunisia, Israele, Marocco. Alcune erano mete turistiche, altre bacini artificiali. Molte – quelle più misere – sopravvivevano immagazzinando la poca acqua piovana. Le oasi di Djanet e Tamanranset non facevano eccezione. Accanto alle antiche abitazioni in terra, modeste costruzioni in cemento ospitavano famiglie nomadi sedentarizzate, che a malapena sopravvivevano di agricoltura e pastorizia. 

Fu una guida berbera, con cui mi intendevo a gesti, ad accompagnarmi lungo i margini del Tassili n’Ajjer. Ai bordi di quell’altopiano, proprio al mezzo del Sahara, la sabbia aveva lasciato spazio alla montagna: per alcuni giorni incontrai soltanto canyon, grotte, gole, archi, colonne vertiginose e maestose cattedrali scolpite nell’arenaria da millenni di erosione. E acqua, tantissima acqua. L’ultimo giorno mi tuffai in una guelta scavata nella roccia, profondissima, gelida. Ero eccitata come una bambina. Onestamente non so se ho davvero nuotato nell’acqua preistorica, io e la guida non ci capivamo, e a pensarci bene mi basta crederlo.

Vita senz’acqua

Vita senz’acqua

Questo articolo fa parte del numero 24 di Web Garden: I fiori del deserto

Il cambiamento climatico ed il surriscaldamento globale sono realtà ormai incontrovertibili con cui tutti noi stiamo già purtroppo facendo i conti. Alla luce di un futuro in cui l’economia dell’acqua avrà sempre maggiore rilevanza nelle nostre vite, Web Garden vi propone un excursus non solo fra le piante che più o meno notoriamente si sono adattate a climi aridi, ma anche fra le nuove tecniche di giardinaggio, note come dry gardening, che consentono di creare spazi verdi utilizzando solo un minimo di risorse idriche senza privarsi del piacere di circondarsi di natura.

Le prime piante che sorgono alla mente come maestre nella capacità di sopravvivere senz’acqua sono le succulente, impropriamente conosciute come piante grasse, fra cui i cacti sono una delle varietà più note. Queste specie si sono adattate ad ambienti ostili sviluppando speciali tessuti, i parenchimi acquiferi, che consentono loro di immagazzinare enormi quantità d’acqua durante le piogge, per rilasciarla ad hoc durante i peridi di siccità facendo in modo che i liquidi migrino ai vari distretti della pianta che ne hanno bisogno.

Questa proprietà conferisce alle piante l’aspetto carnoso della loro struttura, che può assumere forme sferiche, colonnari, appiattite o a rosa. Tra le moltissime specie possiamo ricordare l’aloe, il fico d’india, la corona di cristo con i suoi fiori rosa acceso, il peyote, l’agave ed anche l’orchidea phalenopsis aphrodite.

Vi sono delle piante invece che possono sopravvivere in totale assenza di acqua, completamente autonome e, per così dire, autarchiche, come la Tillandsie, della famiglia delle Bromeliacee. Note come “figlie del vento”, ve ne sono oltre cinquecento varietà. Esse sono in grado di assorbire l’umidità dell’aria attraverso squame presenti sulle loro foglie chiamate tricomi. Non richiedono né terra né acqua, necessitano solo di luce e calore e possono crescere perennemente rigogliose.

L’unico accorgimento per mantenerle in vita è quello di vaporizzarle quando l’umidità dell’aria discende sotto la soglia del 30%.La falsa rosa di Gerico poi fa parte di quella particolarissima varietà di piante nota come “piante della resurrezione”, di cui nel mondo vi sono circa 330 specie conosciute. Originaria del deserto di Chihuahua fra Messico e Stati Uniti, ha imparato a resistere alla siccità estrema in un modo del tutto unico rispetto alle altre specie, che sopravvivono modificando il loro metabolismo o cercando di trattenere quanti più liquidi sia loro possibile.

La Selaginella lepidophylla, questa la sua nomenclatura linneana, si lascia seccare fino quasi a morire, tanto da riuscire a resistere a un’umidità del terreno quasi inesistente (fino al 5%). Quando la terra torna a bagnarsi, anche dopo molto tempo dal suo appassire, la pianta si reidrata e recupera perfettamente tutte le sue funzioni.

Tillandsia (Air Plant) Trees for home and garden decoration and places, Indoor garden ideas. Close up.

Per fare fronte alla necessità di ripensare le tecniche di giardinaggio in maniera più sostenibile rispetto alle sfide che sempre più chiaramente le nuove condizioni climatiche impongono alle nostre esistenze, vi è oggi la tendenza al dry gardening, ossia alla ricerca di creare giardini con quelle varietà che richiedono poca irrigazione, e che hanno pertanto anche l’ulteriore vantaggio di imporre una bassissima manutenzione, consentendo un risparmio sia di risorse che di energie e tempo di cura.

Queste nuove tecniche prendono il nome di xeriscaping, un nuovo termine coniato dal greco “xeros” (asciutto) e dall’inglese “landscaping” (paesaggismo). Si tratta di ripensare alla concezione degli spazi verdi con l’intento di creare degli ecosistemi quasi autosufficienti, che richiedano per esempio anche solo un paio d’irrigazioni l’anno. La scarsità d’acqua ha il beneficio anche di rallentare la crescita delle piante, che avranno quindi minore necessità di essere potate, e di ridurre nutrimento alle infestanti.

Non è nemmeno necessario guardare troppo lontano per trovare le varietà adatte al nostro giardino asciutto: la flora mediterranea si è perfettamente adattata nei secoli ad un clima piuttosto arido, come quello costiero e meridionale presente nel nostro Paese. Sono moltissime ad esempio le piante aromatiche adatte a questo scopo, come il rosmarino, la salvia ed il timo, o gli alberi dai profumatissimi fiori tipici del nostro territorio, come l’oleandro ed il corbezzolo, le graminacee ornamentali come la nassella tenuissima, l’erba dai capelli blu, oppure il penniseto. Si può pensare di giocare sulle cromie del grigio delle varie specie di artemisia, o di sbizzarrirsi fra i colori variopinti della gazania e la lantania.

Queste piante si sono già dimostrate capaci di adattarsi a condizioni estreme, e così come ci insegna ancora una volta Madre Natura, sarà nostro compito fare lo stesso.