Il bosco dei pensieri di Fontanafredda

Il bosco dei pensieri di Fontanafredda

Questo articolo fa parte del numero 26 di Web Garden: I Boschi

Nel cuore delle Langhe, più precisamente all’interno della tenuta vitivinicola di Fontanafredda di proprietà dell’imprenditore Oscar Farinetti, esiste un villaggio narrante che ti consente di immergerti nella natura e di contemplare in tutta la sua bellezza l’ultimo bosco rimasto intatto nella Langa del Barolo, tra piante secolari, vigneti e noccioleti. Anche il nome scelto per indicare questo paradiso è evocativo di quanto il visitatore troverà: il Bosco dei Pensieri. 

Un libro da sfogliare all’aria aperta, da leggere camminando e da contemplare in silenzio. 

Il percorso si articola in dodici tappe, tutte segnalate dalla presenza di una panchina all’inizio di ogni stazione e corredate di aforismi d’autore – una raccolta di testi della letteratura mondiale – e di bozzetti originali della disegnatrice tedesca Alexandra Von Bassewitz.

Le poesie e i racconti sono stati pensati da Oscar Farinetti e affidati al poeta Pier Mario Giovannone per evidenziare i punti più panoramici e aiutare il visitatore a immergersi nella storia e nella geografia del paesaggio di Langa, tra 12 ettari e oltre 40.000 varietà di piante, con passeggiate da 20 o da 45 minuti, durante le quali si possono incontrare gli abitanti del bosco.

Solo alla fine dell’ultima tappa, dopo essersi persi nei propri pensieri e nella contemplazione della Natura, si scopre il senso del percorso: essere tutt’uno con se stessi, con le proprie emozioni e, se si è fortunati, con la persona che ti accompagna.

Le alte vette dell’archittetura verticale

Le alte vette dell’archittetura verticale

Questo articolo fa parte del numero 26 di Web Garden: i Boschi

Dal celebre Bosco Verticale di Milano alla Città-Foresta cinese di Liuzhou, l’architettura del futuro (ma anche del presente) opera sempre più in sinergia con la botanica. Per creare ecosistemi compatibili con gli insediamenti umani. Con due vie di fuga in caso di Apocalisse: le città-galleggianti e una colonia verde su Marte.

Dici “bosco verticale” e pensi alle due celebri torri di Milano, progettate da Stefano Boeri e inaugurate il 10 ottobre 2014: 94 specie vegetali, 711 alberi, 5mila arbusti e 15mila piante perenni. L’equivalente di due ettari di foresta che, in 186 metri d’altezza (110 una torre, 76 l’altra), filtrano le polveri sottili, attenuano l’inquinamento acustico e depurano l’aria, sottraendo anidride carbonica ed emettendo ossigeno. Sono le bio-costruzioni più famose e “instagrammate”, però non sono inedite.

Prima che il mondo premiasse questo capolavoro green, nel 2007 a Torino – con il consueto understatement sabaudo – l’architetto Luciano Pia terminava il progetto di Condominio 25, primo esperimento italiano di bioarchitettura ecosostenibile in città. Un edificio di 63 appartamenti, 150 alberi ad alto fusto, rivestimenti in larice, verde verticale in facciata e verde pensile sui tetti per un totale di 150 litri di ossigeno liberati ogni ora.

Acros Fukuoka,Complex building located in the Tenjin area, Fukuoka, Kyushu, Japan, daytime

Dopo il successo di Milano, l’intraprendente portavoce internazionale degli ecosistemi urbani ecosostenibili ha iniziato a pianificare “boschi” in tutto il mondo, dalle Ca’ delle Alzaie di Treviso alla Torre dei Cedri di Losanna, dalle Foreste Verticali di Hannover, Il Cairo, Tirana e Nanchino a quella Bianca di Parigi, fino a immaginare una città-foresta a nord della metropoli cinese di Liuzhou che, per fronteggiare l’emergenza climatica, nel 2017 ha approvato un progetto che ospiterà 30mila persone, 175 ettari di case, uffici, centri commerciali, scuole e ospedali, 40mila alberi e 1 milione di piante.

È che a volte, come insegna James Bond, il mondo non basta. Così Stefano Boeri ha programmato, entro il 2117,  la costruzione di una colonia di Shanghai in formato “Vertical Forest” sul pianeta Marte; là dove – spiega lo studio d’architettura – «i semi eco-sistemici viaggerebbero grazie a una stazione spaziale interplanetaria» (e no, le stazioni spaziali orbitano, non viaggiano) permettendo «la creazione di un’atmosfera e di un clima favorevole alla vita delle piante e degli umani»: stessa ipotesi fantascientifica del romanzo “The Martian” di Andy Weir (2011), portato sul grande schermo da Ridley Scott nel 2015.

Bello e impossibile.

Saltando come Tarzan tra le liane del tempo, le prime costruzioni green della Storia sono cosa antica. Iniziano con i leggendari giardini pensili di Babilonia: un immenso polmone verde con strutture a gradoni, piante esotiche e irrigazione artificiale costruito nel 600 a.C. sotto re Nabucodonosor II – leggendari perché, nonostante le dettagliate descrizioni degli storici Erodoto e Strabone, gli scavi archeologici a Babilonia (oggi Al-Hillah, Iraq) non ne mostrano traccia. 

Vivi e vegeti, invece, sono i 7 lecci secolari che svettano tutt’oggi in cima alla Torre Guinigi di Lucca, eretta nel Trecento e considerata il primo, vero bosco verticale italiano.  

Aerial view of Santos city, buildings on the waterfront avenue, county seat of Baixada Santista, on the coast of Sao Paulo state, Brazil.

Altro balzo di liana e si arriva al Novecento, con le Case popolari di Vienna di Friedensreich Hundertwasser, antesignano della bioarchitettura, che a metà Anni Ottanta realizzò un edificio di 52 appartamenti, destinato a famiglie indigenti, con un giardino pensile su ogni terrazza. Meno di 10 anni dopo, ecco lo stupefacente Acros di Fukuoka, Giappone, progettato nel 1995 dall’architetto argentino Emilio Ambasz: 100mila metri quadrati in centro città con 14 giardini terrazzati, 6mila metri quadrati di verde, 50mila piante e un totale di 120 varietà. Da qui è (dichiaratamente) partito l’architetto francese Jean Nouvel per realizzare la sua Rosewood Tower di San Paolo, Brasile, primo grattacielo al mondo a impatto zero. 

Altro continente, altro bosco verticale: il Tao Zhu Yin Yuan di Taiwan – 93,2 metri d’altezza, 23mila alberi e una copertura verde del 246% – opera del belga Vincent Callebaut, che ha firmato anche i progetti del grattacielo verde Dragonfly (New York) e della città galleggiante Lilypad: 500mila metri quadrati a forma di fiore di loto nel mezzo dell’oceano (quale oceano, è informazione non pervenuta), destinati a quei rifugiati climatici che vedranno le proprie terre inghiottite dalle acque. Ipotesi tristemente più realistica di quella marziana.

Dagli anni Duemila a oggi, da Oriente a Occidente, tra le alte vette dell’architettura sostenibile si stagliano il malesiano Ken Yeang (National Library, Singapore), lo studio londinese Gustafson Porter + Bowman (Gardens by the Bay, ancora Singapore), il vietnamita Vo Trong Nghia (Chicland Hotel di Danang, Vietnam) e il duo austriaco-cinese Chris Precht and Dayong Sun, con i progetti delle Arcades di Tel Aviv (Israele), della Tree Tower di Toronto (Canada) e di One With the Birds, hotel in bambù modulare e trasportabile, che si potrà estendere sia in orizzontale sia in verticale.

Come tutta l’eco-edilizia di un futuro che è già presente, anzi: urgente e necessario.

Boschi e Foreste, la Pelliccia della Terra

Boschi e Foreste, la Pelliccia della Terra

Questo articolo fa parte del numero 26 di Web Garden: i Boschi

Taci. Su le soglie

del bosco non odo

parole che dici

umane; ma odo

parole più nuove

che parlano gocciole e foglie

lontane.(Gabriele D’Annunzio – La pioggia nel pineto)

Se questa poesia restituisce come nessuna la magia e la sensualità del bosco tanto che pare di coglierne l’umidità, i silenzi e il fruscio delle foglie, la premessa – mestamente prosaica ma assolutamente necessaria – è che per parlare di boschi e farlo in maniera esaustiva, un editoriale non basta. Tante sono infatti le considerazioni da fare su questo argomento quanti i punti di vista dai quali lo si può affrontare, poiché i boschi sono natura e ambiente, ecologia, ma anche economia, pedagogia, pittura, scienza, medicina, e poi cultura, sociologia, salute, alimentazione, poesia…

Rifugio, luogo oscuro, spazio magico; nei boschi ci immergiamo fin da bambini (ahinoi, per poi dimenticarcene) grazie al fatato mondo delle favole che dei boschi fa dimora di animali fantastici o temibili, folletti e fate. Esso simboleggia un luogo inviolato e misterioso che invita all’esplorazione, al superamento del limite, al confronto con le proprie paure. 

Ma foreste e boschi diventano paesaggi culturali quando guidano l’ispirazione di artisti e poeti. I grandi maestri dell’arte da secoli si sono lasciati sedurre dalla loro malìa, come quello di Fontainebleau che, verso la metà dell’Ottocento, ha ispirato profondamente la famosa Scuola di Barbizon che amava dipingere alberi e panorami di questo luogo ai piedi di Parigi. Ma ancora prima, verso la metà del Seicento, ritroviamo boschi e foreste nei paesaggi ideali di Claude Lorrain o nel naturalismo pittorico di John Constable, che tra la fine del 700 e l’inizio dell’Ottocento fa dei boschi preziosi elementi nei suoi ritratti di paesaggi inglesi. 

Le piante rappresentano circa l’80% della biomassa del pianeta e boschi e foreste, che con un po’ di fantasia potremmo immaginare come la “pelliccia della terra”, ospitano più o meno 60.000 specie diverse di alberi; ma che cos’è un bosco? 

Early morning in the green summer forest

Secondo la legislazione ambientale italiana si definisce bosco un territorio che occupa almeno 2.000 metri quadrati con una larghezza minima di 20 metri e i suoi alberi devono raggiungere un’altezza di almeno 5 metri. 

Una foresta, invece, è un territorio molto più vasto, incolto e selvaggio, che deve raggiungere quantomeno i 10.000 m². 

In ogni caso gli ecosistemi forestali sono una componente fondamentale del capitale naturale mondiale e per quanto riguarda l’Italia sono l’infrastruttura verde più importante, pari ad una superficie di 11.054.458 ettari che copre quasi il 37% del territorio nazionale.

A livello mondiale, come ci ricordano le Nazioni Unite – che hanno proclamato il 2011 Anno Internazionale delle Foreste e il 25 marzo Giornata Internazionale delle Foreste – queste rivestono il 31% delle terre emerse e oltre 1,6 miliardi di persone vi fanno affidamento per guadagnarsi da vivere. 

Nel 2019, secondo il Rapporto Foreste 2022 di Legambiente, per la prima volta dopo secoli, il territorio nazionale ricoperto da boschi ha superato quello impiegato a fini agricoli e l’Italia è diventato un paese forestale senza averne contezza. Negli ultimi 80 anni infatti si è assistito ad un triplicarsi della superficie forestale italiana complessiva per via dell’abbandono di gran parte delle terre agricole nelle aree più svantaggiate, ma anche grazie ad una gestione conservativa del patrimonio forestale in applicazione di una norma stringente a tutela degli ecosistemi boschivi italiani che sono tra i più diversificati d’Europa, con una straordinaria rilevanza ecologica e ambientale. 

Le nostre faggete, i boschi di rovere, roverella e farnia, le cerrete e i castagneti, le leccete, così come i boschi di abete rosso e i carpineti, rappresentano il nostro tesoro verde, un unicum straordinario risultato di profonde trasformazioni territoriali e  socio-economiche avvenute nel corso dei secoli; elementi identitari molto forti non solo del nostro paesaggio ma anche della nostra cultura e della nostra storia. 

Tuttavia all’aumento dei valori ecologici attribuiti ai boschi italiani, non è sempre corrisposta un’uguale consapevolezza sociale, il che li espone ad eventi estremi sempre più frequenti, come testimonia tristemente la cronaca degli ultimi anni, dalla  tempesta Vaia dell’ottobre 2018 che distrusse la pregiata foresta dei violini a Paneveggio agli incendi o alle trombe d’aria che ogni anno devastano le foreste. Eventi sempre più distruttivi che indeboliscono la struttura del bosco compromettendone la capacità di controllo del dissesto idrogeologico e causando al contempo un danno ambientale ulteriore e “nascosto” se si tiene presente che un bosco nel suo processo di crescita assorbe ogni anno circa 12 tonnellate di CO2 per ettaro. Per comprendere meglio questo dato basta pensare che se si abbatte un tiglio di 100 anni, per avere lo stesso apporto di ossigeno si dovranno piantare circa 2000 tigli.

Boschi e foreste sono infatti immense “fabbriche” per la produzione di ossigeno, fondamentali dunque per la sottrazione di anidride carbonica e quindi oggi più importanti che mai. Ma un bosco non è solo ciò che si vede, anzi, è soprattutto ciò che non si vede: sotto le chiome degli alberi, il suolo e innumerevoli microorganismi svolgono un ruolo fondamentale per la salute del bosco stesso perché, in un infinito ciclo di nascita e morte, rappresentano un costante rigeneratore della vita, con tronchi e foglie in decomposizione e la presenza di nicchie ecologiche fondamentali per molte specie animali. Insomma, sotto la canopia c’è un mondo a sé, un microcosmo brulicante che permette alla piante di vivere e riprodursi contribuendo allo stoccaggio del carbonio. 

Ma non solo.

green forest

I boschi fanno molto di più; contribuiscono al ciclo dell’acqua e prevengono gli smottamenti del terreno. Difatti liberano vapore acqueo per poi accumularlo lentamente attraverso il filtraggio delle chiome e del sottobosco. Inoltre una foresta in ottima salute è anche perfettamente in grado di prevenire lo scorrimento superficiale delle acque e il dilavamento del suolo. Il fogliame fitto e denso poi, riesce a catturare forti quantità di pioggia torrenziale e a diminuirne la forza al suolo, riducendone quindi l’impatto devastante ed evitando o contenendo lo scivolamento del terreno e quindi le frane. La stessa cosa fanno le radici, non semplici apparati nutrizionali ma vere e proprie “dita” che àncorano la pianta al terreno rendendo quest’ultimo più compatto e stabile. L’enorme potere degli alberi di un bosco nell’impedire l’erosione del suolo sta proprio nella complessa interazione fra la chioma, i vari strati delle piante più basse del sottobosco fino ai funghi, ai muschi e alle invisibili parti in decomposizione, per arrivare infine, al fondamentale rapporto suolo-radici.

Ma perché tutto ciò si formi occorre molto tempo e l’intervento disastroso dell’uomo lo compromette profondamente, degradando quell’ecosistema che, forti del nostro errato antropocentrismo, continuiamo a pensare come altro da noi.

Le piante sono una forma di vita differente. Complessa e fondamentale. 

Gli studi più moderni, quelli degli scienziati di fama mondiale Suzanne Simard e  Stefano Mancuso per intenderci, hanno riscritto uno dei paradigmi della teoria evoluzionistica, quello secondo cui era la competizione fra le piante a modellare le foreste. Le ricerche di Simard e Mancuso invece hanno stabilito l’esatto contrario, ovvero che è la collaborazione fra le piante a garantire la vita di un  bosco e che una foresta naturale è un unico organismo, una grande società, antica ed intricata, costituita da una rete di alberi connessi fra loro direttamente, attraverso le radici, come a tenersi per mano a centinaia. Una relazione attraverso la quale le piante si scambiano acqua, elementi nutritivi ed informazioni sull’ambiente. Un mondo affascinante ed incredibile che fa di una passeggiata in un bosco molto ma molto di più che una semplice scampagnata.

Le piante sono capaci di cose straordinarie che a fatica riusciamo a ricondurre ai vegetali: sono capaci di cure parentali. Quando un seme cade a terra in una foresta, prima di arrivare ad una altezza tale che gli consenta la fotosintesi passano ovviamente molti anni e, ci dicono gli esperti, qui entrano in gioco proprio le cure parentali. In quegli anni l’alberello viene alimentato dagli alberi adulti che, attraverso le connessioni radicali, gli forniscono zuccheri e il nutrimento necessario per crescere. 

Ma non solo gli elementi nutritivi, anche carbonio, segnali di allarme ed ormoni transitano da una pianta all’altra attraverso i circuiti sotterranei. I segnali di allarme chimico generati da un albero preparano gli altri al pericolo e se un albero sta per morire può anche lasciare la sua quota di carbonio in eredità ai vicini. 

La Simard, in trent’anni di ricerche ha scoperto che i fili fungini collegano tra di loro quasi tutti gli alberi di una foresta, anche se sono di specie diverse. Le sue ultime ricerche suggeriscono che queste reti sono presenti anche nelle praterie, nella tundra come nella macchia, insomma ovunque ci sia vita terrestre. Collaboratori simbiotici che uniscono tutte le terre del pianeta in immense reti viventi di dimensioni e complessità inimmaginabili. 

Ma non è tutto qui, perché il bosco ci cura. 

Non solo per il fatto che moltissimi principi attivi delle nostre medicine sono di origine vegetale, ma perché l’immensa energia di un bosco può alleviare molti nostri malanni, quali ansia, ipertensione ecc, come insegna la Forest Terapy o Forest Bathing o se preferite lo Shinrin-Yoku, ovvero l’immergersi nei boschi. Si tratta di una pratica che ha preso piede in Giappone negli anni 80 per poi diffondersi in Occidente, dopo che si sono manifestati i suoi effetti benefici sulla salute. Comunque la vogliate chiamare, una immersione totale nella natura, può diventare un’esperienza globale che sollecita i cinque sensi con una apparentemente semplice camminata fra gli alberi. Questa pratica ci educa all’ascolto dei suoni di un bosco, alla capacità di respirarne i profumi, ad osservare le variazioni della luce che filtra tra i rami e, soprattutto, alla sensibilità necessaria per stabilire il contatto con la terra. Perché, com’è ormai ampiamente dimostrato, essere in armonia con la natura permette al sistema nervoso di riequilibrarsi, rafforza le difese immunitarie, abbassa la frequenza cardiaca, aumenta la capacità di concentrazione e la memoria.

Come può una foresta fare tutto questo? Secondo il Professor Qing Li, immunologo e uno dei massimi esperti al mondo di medicina forestale che da quasi trent’anni si occupa di Shinrin-Yoku, tutto ciò è possibile grazie ad un insieme di fattori: innanzi tutto i nostri sensi sono in grado di generare effetti terapeutici. Suoni, colori, sapori, sensazioni e odori ci influenzano profondamente. L’olfatto in particolare è molto potente ed è in grado di trasmettere sensazioni e stati d’animo, come dimostra la diffusione dell’aromaterapia. Inoltre in una foresta l’aria ha una maggiore concentrazione di ossigeno ed è ricca di fitoncidi ovvero gli oli naturali che fanno parte del sistema di difesa e di comunicazione degli alberi. Oli essenziali dunque che attraverso l’olfatto agiscono sui nostri sistemi nervoso e vascolare e sono in grado di prevenire o curare lo stress psico-fisico.

Dunque da Cappuccetto Rosso in poi il bosco diventa il luogo dell’esperienza, del perdersi e del ritrovarsi e oggi più che mai del fermarsi, uno degli atti fondamentali della vita, per guardare finalmente dentro noi stessi.  

Grazie alla conoscenza e al rispetto, l’immersione totale nella natura ci insegna nuovamente a respirare e ad ascoltare, curandoci lesioni dell’anima che magari avevamo appena intravisto. 

E allora, se teniamo presente tutto questo, la nostra prossima escursione in uno bosco avrà certamente un’altra consapevolezza.