I Giardini Botanici nel Mondo

I Giardini Botanici nel Mondo

Questo articolo fa parte del numero 17 di Web Garden: Il Giardino dei Semplici

L’origine dei giardini botanici è antichissima e culturalmente trasversale. Inizialmente luoghi in cui si coltivavano piante medicinali, unica fonte di cura un tempo disponibile, le prime tracce della loro esistenza risalgono all’epoca egizia del faraone Tutmosi III con il giardino di Karnak, ma erano noti anche nell’antica Atene, a Roma e fra gli Aztechi, con il grande giardino voluto da Montezuma e successivamente distrutto dagli spagnoli.

La loro diffusione crebbe durante il Medioevo, quando i religiosi coltivavano horti sanitatis all’interno dei monasteri e presso le università di medicina e farmacia. Nel Rinascimento e con la scoperta delle Americhe la funzione dei giardini botanici si espanse a quella di luoghi di raccolta e ricerca scientifica, dove specie diverse venivano osservate e classificate. Oggi nel mondo ve ne sono di meravigliosi, diversissimi tra loro per flora, paesaggio, storia e spirito.

Non si può iniziare alcun excursus se non dai Kew Gardens di Londra. Patrimonio universale dell’UNESCO, raccolgono circa 50.000 specie diverse, conferendo a questo luogo il pregio della maggiore biodiversità al mondo. Ubicati a circa 10 km dalla capitale inglese, fra Richmond Upon Thames e Kew, si estendono su una superficie di 120 ettari che comprende arboreti, serre, pagode e persino una vera e propria foresta pluviale nella Palm House, una serra innovativa edificata negli anni ’40 del diciannovesimo secolo, oggi vero e proprio simbolo di questi giardini e custode di un habitat in felice contrasto con il freddo clima britannico.

Kirstenbosch Botanical Garden di Cape Town city.

Considerato uno dei più bei giardini del continente africano, il Kirstenbosch Botanical Garden, istituito nel 1913 lungo le pendici della Table Mountain di Città del Capo, in Sud Africa, ha la peculiarità di essere il primo giardino botanico al mondo dedicato alla coltivazione delle specie vegetali autoctone. Vi si curano infatti 7000 varietà di piante diverse, molte delle quali rare oppure a rischio di estinzione e tutte provenienti dall’Africa meridionale.

La Botanical Society Conservatory è una serra dedicata alla conservazione le piante provenienti dalle regioni aride, ma all’interno di questo splendido giardino che si estende su 30 ettari vi sono anche una foresta, un fymbos (una sorta di vegetazione a macchia), un giardino pensile dedicato alle erbe aromatiche, uno dedicato alle piante medicinali del luogo ed un parco di sculture.

Butchard Gardens, Vancouver

I Butchard Gardens sull’isola di Vancouver, a mezz’ora dalla città di Victoria, sono ancora gestiti privatamente dalla famiglia che li ha creati e che ogni anno accoglie migliaia di visitatori. Tanto belli da essere proclamati nel 2004 “sito storico nazionale del Canada”, si estendono su 22 ettari ed oltre a raccogliere un’incredibile varietà di piante, ospitano moltissime specie di uccelli ornamentali provenienti da tutto il mondo. La loro particolarità è quella di offrire la possibilità di godere di giardini molto diversi fra loro: poco dopo l’ingesso vi è un sunken garden (giardino infossato), ma i visitatori possono scegliere di passeggiare nel roseto, a cui si accede tramite un viale fiorito, oppure nel giardino italiano, in quello giapponese o ancora in quello mediterraneo. Il tutto è attraversato da cascatelle e corsi d’acqua ed animato dal cinguettio di uccelli variopinti.

Koishikawa Korakuen, Tokyo

Inaspettata oasi di pace nel cuore pulsante della frenetica Tokyo, i giardini Koishikawa Korakuen risalgono al periodo Edo (1603-1867). Voluti dal signore feudale Yorifusa, furono portati a compimento da suo figlio Shun Shunsui nel 1669. Questo luogo è caratterizzato da una diversità di scorci e vedute ed all’estetica nipponica si somma una forte influenza stilistica cinese. Raggiunge il suo maggiore splendore durante la primavera con la fioritura dei celebri sakura, i ciliegi giapponesi, ma si colora del rosso degli aceri in autunno e gode della fioritura dei pruni alla fine dell’inverno. Tra i paesaggi in miniatura fatti da camminamenti di pietra, laghetti e colline, in fondo al giardino si trova anche un piccolo campo di riso. 

Inhotim, Brumadinho, Brasile.

A completare questo piccolo giro del mondo per giardini botanici vi è l’Inhotim Institute and Botanical Gardens di Brumandinho, in Brasile. A circa 60 km da Belo Horizonte, questo progetto è nato dalla volontà del magnate Bernardo Paz con l’intento originario di ospitare la sua collezione d’arte, una delle maggiori collezioni private del paese ed una delle più reputate al mondo. Dal 2011 però la proprietà è anche un giardino botanico: ospita circa cinquemila specie di piante diverse, di cui mille e duecento sono solo le palme. Inoltre, questo è l’unico giardino dell’America Latina a coltivare il Carrion Flower, una specie nativa dell’Asia e considerato il fiore più grande al mondo. 

Api in alta quota

Api in alta quota

Questo articolo fa parte del numero 16 di Web Garden: Il linguaggio della Natura: le api.

Tra le 20mila specie di api che ronzano sulla Terra, la più diffusa si è formata sopravvivendo alle glaciazioni. Si chiama Apis mellifera ligustica, meglio conosciuta come “ape italiana”: quella che vediamo in primavera e in estate mentre passa di fiore in fiore per catturare nettare e polline. Nonostante questa immagine bucolica di petali, pistilli e prati colorati, alle api il caldo piace pochissimo. Lo sanno bene gli apicoltori, che in estate spostano le arnie in zone riparate dal sole, mentre le api ventilatrici si danno un gran daffare sbattendo freneticamente le ali – due paia ciascuna – per rinfrescare l’alveare. 

A differenza di quanto credono i più, le api italiane stanno benissimo nelle regioni fredde e nelle zone montane. In inverno, quando le arnie sono coperte di neve, gli alveari respirano perché la neve è permeabile: all’interno non si forma un eccesso di anidride carbonica né di umidità. Basta che le famiglie siano forti e abbiano una scorta sufficiente di mieli e sciroppi. 

Un vecchio manuale americano (L’ape e l’arnia; 1921) mostrava immagini di un esperimento estremo: famiglie di api sopravvissute in piena salute a un inverno in cui le temperature erano arrivate a -30 gradi e il vento a 27 chilometri l’ora. E, nel suo Bee Behavior (1980), il celebre apicoltore statunitense Stephen Taber (1924-2008) spiegava le tecniche di conduzione degli alveari dalla Svezia al Canada, garantendo la possibilità di fare apicoltura produttiva anche dove il clima è freddo e la stagione del raccolto breve. 

All’inizio degli Anni Duemila, l’apicoltore finlandese Pekka Tuomanen riusciva a produrre in soli 2 mesi tra gli 80 e i 100 kg per alveare. Un record di maestria: e tutto con l’ape italiana.

Benché nell’ultima grande glaciazione le pianure non esistessero, spesso chi vive di apicoltura preferisce le regioni pianeggianti. È una condizione climatica che allontana l’Apis mellifera ligustica dal suo habitat naturale, ignorandone la millenaria memoria generica. Come direbbe Nanni Moretti, «continuiamo così, facciamoci del male»: perché – scrive Gabriele Milli nel visitatissimo blog apicolturaonline.it – andando avanti con questo sistema «si impoverisce irrimediabilmente l’Apis mellifera ligustica di una caratteristiche fondamentale: la sua estrema adattabilità». 

Slow Food, che di biodiversità ne capisce, nel 2012 ha avviato il Presidio dell’ape nativa della Sierra Norte di Puebla (Messico). Qui, a un’altitudine media di 1.825 metri, vive una razza speciale di ape senza pungiglione, che gli indigeni chiamano Pisilnekmej (nome scientifico: Scaptotrigona Mexicana), allevata in arnie composte da due vasi di terracotta da cui si ricava un miele speziato e piccante al naso, con note di agrumi in bocca, usato come alimento o come medicinale. 

Più vicino a noi, se Germania e Austria hanno una lunga tradizione di mieli di montagna, l’Italia non è da meno. Gli apiari in quota sono numerosi sugli Appennini del Centro-Nord (700-1.000 metri), sulle Prealpi Lombarde, dove si produce un ottimo miele d’acacia (già di per sé piuttosto redditizio), in Trentino e in Alto Adige, dove il miele è superlativo: quello sudtirolese di Imkerei Hieslerhof, ad Avelengo (tra i 1.290 e i 1.600 metri in provincia di Bolzano), nel 2016 è stato premiato con l’oro dall’Associazione apicoltori. 

Tra i migliori prodotti italiani, selezionati dal 1981 dall’Osservatorio Nazionale Miele attraverso il Concorso Tre Gocce d’Oro, ci sono il Millefiori di Alta Montagna delle Alpi (vallata dolomitica) e il Miele di rododendro, prodotto in Piemonte nei pascoli di alta montagna. Certo, occorre duro lavoro. Lo stesso svolto delle api bottinatrici, che ronzano nei prati dall’alba al tramonto: appena tre secondi per ogni fiore e poi via, subito a impollinarne altro e a prelevarne il nettare dal fondo del calice – il nettario – arrivando a visitare 2mila corolle al giorno. E ricominciare daccapo la mattina dopo. 

Apiari integrati: uno “zzzz” che insegna e guarisce

Apiari integrati: uno “zzzz” che insegna e guarisce

Questo articolo fa parte del numero 15 di Web Garden: Il linguaggio della Natura: le api.

Per le api, il 2017 è stato un anno cruciale: l’Onu ha istituito una Giornata Mondiale dedicata a questi preziosissimi insetti, che si celebra ogni 20 maggio e riconosce la loro importanza strategica per il nostro ecosistema.

Dopo non poche alzate di scudi, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha stabilito che le api sono a gravissimo rischio estinzione a causa di molteplici fattori, tra cui l’eccessiva urbanizzazione a discapito del loro habitat naturale, l’inquinamento ambientale e l’uso fuori controllo dei pesticidi. Secondo gli esperti, le ripercussioni di un mondo senza api sarebbero così gravi da stravolgere il volto della Natura e del nostro stesso Pianeta.

Da quella storica Assemblea, gli interventi per la sensibilizzazione e la salvaguardia delle api si sono moltiplicati, in nome della tutela della biodiversità di flora, fauna e di tutti quegli ecosistemi – non pochi – che soffrirebbero per la loro scomparsa. Così sono nati gli apiari integrati, concetto inizialmente ostico ai più, che esprime null’altro se non un nuovo, moderno e rispettoso concetto di apicoltura e api-cultura. Il primo apiario integrato d’Italia è nato a Marostica, in provincia di Vicenza, sulle colline di San Luca. Qui, Andrea Dal Zotto ha realizzato un’area protetta dove è possibile studiare, osservare e – in definitiva – imparare a rispettare le api e il loro universo.

L’apiario ingrato è composto da una struttura in legno cui vengono collegate, esternamente, le arnie destinate alla produzione del miele, a loro volta modificate per permettere ai profumi provenienti dagli alveari di saturare l’aria sia interna sia esterna. I benefici sono numerosi e interessanti. L’apiario integrato consente, ad esempio, di coniugare l’apicoltura con la pratica dell’api-aroma, speciale trattamento di
aromaterapia, e con quella dell’api-sound: là dove ascoltare il suono delle api è molto più che sentire un banale “zzzz”.

Sempre più studi hanno dimostrato che respirare l’aria di un alveare rafforza il sistema immunitario. Che sia merito delle resine o degli olii essenziali sprigionati dalla cera, del propoli o dello stesso miele, una serie di respiri profondi in compagnia delle api solleva lo spirito e fortifica il corpo. Questo tipo di aromaterapia ha un’azione curativa e benefica sull’apparato respiratorio e combatte le infiammazioni e i mali di stagione – quanto meno attenuandoli in maniera significativa. Non meno importante è l’api-sound, aiuto prezioso contro lo stress. Il ronzio delle api, con la sua frequenza di 432Hz, è perfetto per la meditazione e per le pratiche di rilassamento.

L’apiario integrato svolge così molteplici funzioni, sia didattiche sia curative. E, dal 2017 a oggi, sono nati numerosi progetti e altrettanto numerosi apiari. Uno tra gli ultimi a essere inaugurato è il Wonder Bee di Grottole, piccolo comune vicino a Matera (Basilicata), ideato nel 2020 su progetto dall’apicoltore Rocco Filomeno assieme a Davide Tagliabue e Carlo Roccafiorito. L’idea era creare un modello riproducile in scala, in modo da diventare una risorsa per l’intero territorio. Una missione felicemente compiuta, assieme all’obiettivo di fare conoscere alle persone – ma soprattutto ai bambini – le api, il loro mondo meraviglioso e l’importanza sostanziale che hanno per
l’ecosistema.

Lo scrittore Mario Rigoni Stern scriveva che «le api sono un insieme e non individui»: per loro è impossibile sopravvivere fuori dalla comunità. Ciascuno di questi incredibili insetti conosce la propria ragione d’essere e adempie ai propri doveri istintivamente, senza che nessuno glielo insegni, imponga o solleciti.

L’ape regina ha il solo compito di deporre le uova per garantire la longevità della famiglia, ed è così solerte da depositarne tra le 2 e le 3mila al giorno. I fuchi non devono far altro che fecondare la regina. Le api operaie, nomen omen, assolvono a tutte le altre mansioni: ci sono le api che puliscono le cellette; le api ceraiole che costruiscono e manutengono i favi di cera; le api becchine che eliminano dall’alveare le api
morte; le api guardiane, sentinelle formidabili nate per sorvegliare che nessuno entri nell’alveare.

C’è poi l’ape impollinatrice, la più importante tra tutte, che ha un ruolo fondamentale per garantire e mantenere la biodiversità della flora, e di conseguenza di tutti gli esseri viventi. Volando di fiore in fiore, su specie differenti di piante spontanee e d’interesse agricolo, si sporca il corpo e le zampette di polline, per poi trasportarlo su altri fiori permettendone la riproduzione. Così, se oggi l’incredibile e organizzato universo delle api non è più un mondo conosciuto soltanto da entomologhi, apicoltori e addetti ai lavori, un grazie va anche agli apiari integrati, che stanno avvicinando tantissime persone al loro piccolo, grande, imprescindibile “zzzz”.

Riordinando l’Universo

Riordinando l’Universo

Questo articolo fa parte del numero 11 di Web Garden: la Matematica della Natura.

Vogliamo celebrare la Natura, l’equilibrio e la perfezione del creato, tratti che portano a pensare che quanto osserviamo sia l’opera di un’intelligenza sublime e superiore.


In Scozia, dal 1989, poco lontano dalla cittadina di Dumfries, sorge il “Giardino della Speculazione Cosmica”, dove ogni pianta, arbusto e specchio d’acqua nasce dall’incontro tra botanica, geometria, fisica, biologia, algebra, astronomia. Una vasta riproduzione artificiale che si snoda su 12 ettari e ci ricorda che, in Natura, nemmeno un petalo sfugge alle misteriose e perfette leggi della matematica.

Ogni anno, la prima domenica di maggio, per un solo giorno su 365 apre al pubblico “The Garden of Cosmic Speculation”: delizia privata di laghi artificiali e scalinate bianche che si snoda attraverso 12 ettari di installazioni geometriche e forme eccentriche, risultato degli attenti calcoli di botanici, fisici e matematici, in un incontro ben poco casuale di piante, fiori, arbusti, terrazze e specchi d’acqua, piccole colline, ponti, siepi, opere d’arte.

Il Giardino della Speculazione Cosmica si trova a Dumfries, Scozia, cittadina di “pinnacoli, timpani e torrette” – 125 chilometri a Sud-Ovest di Glasgow e 21,748 miglia dal confine inglese – che The Guardian descrive come “uscita dalla matita dei fumettisti della Disney” e che, all’ultimo censimento, contava 47.568 persone, tanto per restare sull’aritmetica.

Per approfittare dell’unico giorno annuale di apertura, pagando l’accessibile ticket di 6 sterline (interamente devolute alla ricerca sul cancro), serve rigore: pianificare la visita con metodo scientifico, salvo appartenere a quell’insignificante percentuale matematica dell’eccezione che conferma la regola. 

Creato nel 1989 dall’architetto paesaggista Charles Jencks e dalla seconda moglie Maggie Keswick, artista e designer (morta di cancro 6 anni dopo), il Giardino della Speculazione Cosmica si divide in 5 aree maggiori e 40 sezioni che celebrano geometria, fisica, astronomia e biologia, ispirando le proprie forme – tangibili o intellettuali – alla struttura del DNA e alla teoria delle Stringhe, al Big Bang e ai buchi neri, fino alla successione di Fibonacci, là dove Matematica e Natura diventano tutt’uno.

Non è bizzarro che un frattale, figura geometrica che replica se stessa su grandezze diverse, in cui ogni porzione è uguale all’insieme, sia presente in quasi tutte le 64.000 specie di alberi al mondo? Si chiama “auto-similarità”, dove ogni ramo è simile, o proporzionalmente identico, all’intero albero; ogni rametto, la replica in miniatura del ramo principale. Coste, profili di montagne, nuvole, cristalli di ghiaccio e una vasta varietà di foglie e fiori sono frattali della Natura; così come gigli, girasoli, margherite, broccoli e cavolfiori, rosa canina e asteracee racchiudono in sé la successione di Fibonacci: 3 petali, 5, 8, 13, 21, 34, 52, 89. 

Nel Giardino della Speculazione Cosmica tutto questo conta. Letteralmente. La Cascata dell’Universo si compone di 25 passaggi, gli stadi evolutivi della Terra; la Serra geometrica dei Sei Sensi invita ad ampliare le nostre 5 percezioni; le spirali rosse del ponte Paradiso-Inferno indagano il rapporto tra nascita, vita e morte; la collina Snail Mound, che riprende la figura della conchiglia delle lumache, simboleggia ancora una volta la sequenza di Fibonacci.

Per chi è attratto dal misterioso, indiscutibile legame tra Numeri e Natura, più vicino e accessibile c’è il Frutteto Matematico del Parco di Monza, rispristinato da meno di 10 anni su un disegno del 1803 dell’architetto Luigi Canonica, seguace di una moda assai diffusa tra ‘700 e ‘800, quando nei parchi delle maggiori capitali europee non mancava mai un Frutteto Matematico.

Qui, sulla speculazione filosofica vince la geometria;  anzi, la Sezione Aurea: 572 alberi da frutta disposti su 20 filari per un totale di 3.100 chilometri, tutti re-impiantati all’interno di un cerchio che si trova nel centro matematico di un grande rombo, formato da 4 viali e una raggiera di altri 16, più 2 circolari concentrici. Opera dell’uomo che s’inchina alla perfezione della Natura, e a quel perfetto enigma matematico che mette ordine nell’Universo.

Momenti di rassicurante ciclicità

Momenti di rassicurante ciclicità

Questo articolo fa parte del numero 9 di Web Garden: Autunno Sensoriale

È un’esplosione dei sensi l’autunno che si riserva di non trascurare alcuno stimolo: gusto, olfatto, vista e tatto.


Da quando Marcel Proust, in una pagina di «Dalla parte di Swann», assaggia una madeleine intinta nel thè e la «giornata cupa» si trasfigura in una radiosa domenica d’infanzia – nel tempo in cui «zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio» quel dolcetto che sembra «lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo» – da allora, il potere di profumi e sapori è rivelato. Il gusto e l’olfatto sono piaceri immediati e, insieme, evocazioni capaci di trasportarci altrove. 

Così è l’autunno, la stagione di mezzo, che – come la primavera – ha in sé una memoria di sensi perfetta nella sua nitidezza; rassicurante nella sua immutata ciclicità. In città è l’odore delle caldarroste per strada che arriva alle narici prima ancora di avvistarne il carretto. È la fretta di sbucciarle per la nostra ingordigia: quelle in cima piene e gustose, ustionanti da soffiarci; le ultime deludenti, dure e freddine, di solito abitate da un verme.

L’abilità truffaldina dei caldarrostai è sempre sottovalutata, ma ci regala un battito d’infanzia e la stessa speranza, ogni volta disattesa, che la castagna perfetta sia davvero sul fondo, mentre raspiamo il sacchetto con i polpastrelli neri e le briciole di bruciato sotto le unghie.  

Nelle case – almeno in quelle dove il cambio di stagione segue le regole assennate delle nonne – è l’odore della naftalina, con il suo sentore spiacevole e pungente. I grandi cercano di cacciarlo via, arieggiando; i bambini restano a interrogarsi sul gusto: miraggio irraggiungibile per i più piccoli, indispettiti per non poter dare nemmeno una leccatina a quella pallina tonda e perfetta, bianca e lucida come una promessa di zucchero.Fuori dalle città, l’autunno è il profumo dei boschi di montagna e delle campagne dell’entroterra, perché il mare è diventato odore di acqua stantia e di umidità senza gusto, se non quello di infilarsi nelle ossa.

Tra le colline, le vette e le pianure in attesa di nuove semine si apre la stagione venatoria, e i cacciatori che hanno conquistato la loro preda di sera ne mangiano il fegato cotto con le cipolle. I più affamati, il primo piatto di polenta della stagione. Per chi aborre la caccia, la montagna è ugualmente ricca di gusti e soddisfazioni. L’odore della terra umida, delle foglie bagnate dalla pioggia e – nell’aria – il profumo lontano della resina, quella dei primi ceppi bruciati nel caminetto, mentre un riccio di castagno cade da un albero e la domenica si va per funghi, meglio se porcini: un piacere alla portata di tutti, però da maneggiare con cura, competenza e umiltà. Il fungo è il gusto dell’autunno per eccellenza; sublime o micidiale, se non si fa attenzione. È il cugino accessibile e popolare del tartufo, che invece non si trova senza possederne il mestiere e un cane addestrato.

Il tartufo è il trionfo dei sensi, che appaga in un colpo solo olfatto, vista e gusto, anche se è nell’odore il suo godimento sublime. È nelle albe autunnali che il trifolaio, che per tradizione va immaginato con mantello e bastone, svanisce dentro i banchi di nebbia e le nuvole basse, seguendo il suo «naso» a quattro zampe in un paesaggio di colori infiammati e licheni sdrucciolevoli; camminando fino a quando «bau», il tesoro è dissepolto.


Una passeggiata fra i veleni

Una passeggiata fra i veleni

Questo articolo fa parte del numero 8 di Web Garden: Infinito

Nel mese di Halloween – festa pagana di fine ottobre che riporta in vita i morti e, talvolta, spaventa a morte i vivi – il Magazine di Web Garden si cimenta con l’Aldilà tra serietà e leggerezza dall’antico al moderno, dal serio al leggero.


“Lasciate ogni speranza voi ch’intrate”: il monito che accoglie Dante al suo ingresso all’Inferno ben si adatterebbe ai visitatori del Poison Garden del castello di Alnwick, il giardino più velenoso del mondo.

Pesanti cancelli di ferro nero come la notte, decorati da inquietanti teschi, si aprono su un giardino interamente dedicato alle piante velenose, molte delle quali conducono a morte certa, che sia dolcemente o fra atroci dolori: ce n’è per tutti i gusti.

Capita sovente infatti che alcuni visitatori più temerari ed incuranti delle regole imposte all’ingresso del giardino, svengano o siano colti da malori, nonostante le protezioni di cui sono obbligatoriamente forniti per potersi addentrare fra i viali.

Questo luogo unico al mondo è il frutto degli sforzi della Duchessa di Northumbeland, Jane Percy, che ricevette in eredità la proprietà nel 1995 in seguito alla morte inaspettata del cognato e del nipote. Il magnifico castello ha sede nel Nord dell’Inghilterra, al confine con la Scozia, ed è stato anche utilizzato come set per i primi due film della celebre saga di Harry Potter.

Oggi il parco di Alnwick si estende su 14 ettari ed è divenuto una delle principali attrazioni turistiche della regione, richiama più di 600,000 visitatori l’anno.

Quando i nuovi proprietari vi entrarono in possesso, il giardino era da tempo in completo disuso e suo marito affidò a Lady Percy il compito di rimetterlo in sesto, pensando forse che si sarebbe dilettata a piantare qualche roseto e curare un orto. Ma la duchessa, ispirata da un viaggio in Italia in cui aveva visitato uno dei giardini Medici dedicato alle piante tossiche, aveva in mente un progetto assai più originale ed ambizioso.

Nel 1996 ingaggiò l’architetto paesaggista Jaques Wirtz, che aveva lavorato alle Tuileries di Parigi ed al giardino della residenza presidenziale francese, ed insieme decisero di reinventare completamente questo luogo.

Il Poison Garden contiene oltre cento piante tossiche o velenose: il capo giardiniere, Trever Jones, cura le sue piante interamente coperto da una tuta protettiva, guanti ed una visiera che gli cela il volto, perché l’intossicazione e l’avvelenamento provocato dalle specie di cui si occupa potrebbe avvenire non solo per contatto, ma anche per inalazione dei loro effluvi.

Queste piante pericolosissime nascondono spesso le loro proprietà dietro un aspetto del tutto innocuo.

Accanto a specie dalle ben note proprietà narcotiche, come la coca, la cannabis, il tabacco o i papaveri da cui si estrae l’oppio, vi si trova la Atropa Belladonna, le cui bacche sono letali (ne bastano appena quattro per uccidere un bambino), la Strychnos Nux-Vomica, dalla quale deriva la stricnina, il Lauburnum, un albero i cui bei fiori gialli uccidono, o l’Aconitum, dai graziosi fiori blu e dalle bacche velenosissime. Nel caso di questa pianta però non ci si deve solo astenere dal cibarsi delle sue bacche: ad uccidere sarebbero anche le foglie, le radici e gli stemmi. Toccare la panace invece induce una reazione fototossica che brucia la pelle, procurando vesciche e ferite che possono continuare ad affliggere il malcapitato per sette anni.

Uno degli aspetti più interessanti di questa raccolta di piante a dir poco ostili all’uomo, è il riconoscere fra di esse diverse varietà estremamente comuni nei nostri giardini. Molti non sanno per esempio che l’alloro può essere altamente tossico e che da esso si estrae il cianuro. La pianta preferita dalla duchessa è però la Brugmansia, o Tromba degli Angeli, una pianta tropicale che proviene dal Sud America: prima di uccidere sprigiona proprietà altamente afrodisiache. Le donne vittoriane più audaci erano solite conservare uno dei suoi fiori sul tavolo da gioco e inalare piccole quantità del suo polline per elicitare un’esperienza psicotropa simile a quella che si ottiene oggi con l’LSD.

Questo progetto così unico e per certi aspetti spiritoso, è stato concepito anche con uno scopo pedagogico: Lady Percy sostiene infatti che offra l’opportunità ai bambini di apprendere gli effetti nefasti delle droghe in un modo del tutto originale, coinvolgendoli ed interessandoli senza dar loro l’impressione di impartire una lezione.