Villa Abegg: l’intervista all’Assessore Tresso

Villa Abegg: l’intervista all’Assessore Tresso

Questo articolo fa parte del numero 32 di Web Garden: Villa Abegg

Oggi Web Garden è al Parco di Villa Abegg con Francesco Tresso, assessore al Verde pubblico della Città di Torino, in occasione dei due giorni di apertura straordinaria di questo bellissimo spazio dopo oltre 25 anni di chiusura.

L’evento – inserito nel calendario del Festival del Verde 2024 – è stato possibile grazie agli sforzi congiunti della Città di Torino, dell’ISAFA, dell’Accademia della Agricoltura, dello IED di Torino e, naturalmente, di Web Garden, capofila di questa iniziativa che è diventata realtà grazie al lavoro e all’impegno di un corposo team, composto da soggetti pubblici e privati.

Il Parco di Villa Abegg appartiene alla Città di Torino, che ha subito spalancato le braccia – e il cancello del parco – con entusiasmo e competenza.

In poche battute, Francesco Tresso ci racconta come e perché il Comune abbia accolto questo progetto, che lui stesso aveva già immaginato e che il suo assessorato ha sostenuto, anche economicamente: con uno sguardo sul futuro e qualche idea su come il Parco di Villa Abegg possa continuare a vivere dopo questa apertura, che si è rivelata eccezionale anche per l’importante affluenza di torinesi e visitatori.


video di Francesco Barone

Ma i Tarocchi sono una cosa seria?

Ma i Tarocchi sono una cosa seria?

Questo articolo fa parte del numero 31 di Web Garden: I Giardini Magici

Per Ginevra Roselli Lorenzini, classe 1977, i Tarocchi sono una cosa seria. Così quando le espongo l’intenzione d’intitolare questa intervista «La Taroccata», dall’alto del suo metro e 76 mi lancia un’occhiataccia verde etrusco penetrante come un Dieci di Spade. Intuisco sia un no.

Romana di nascita, torinese d’adozione, è originaria di quella terra d’Etruria i cui abitanti – anticamente – erano maestri nell’arte della divinazione. La chiamavano «La Disciplina». Che sia un caso (cui Ginevra crede poco) o qualche forma di predestinazione (dove la fede è più profonda), la sua passione – così la definisce – comincia a 16 anni «quando iniziai a leggere le carte da poker».

Le carte da poker? È una battuta?

«Per niente. Le carte da poker sono uno strumento molto popolare e attendibile. Qualunque mezzo può diventare divinatorio: c’è chi legge la mano, i fondi di caffè, le nuvole, l’acqua, le pietre. La leggenda narra che Romolo e Remo si affidarono al volo degli uccelli per stabilire dove fondare Roma e chi dovesse esserne re. Io leggo i Tarocchi, che possono essere di molti tipi».

Cioè?

«Esistono i Tarocchi di Marsiglia, di Besançon, quelli siciliani, piemontesi, bolognesi, giapponesi; ci sono i mazzi Visconti-Sforza, Sola Busca, quelli del Mantegna. C’è anche chi disegna o dipinge le proprie carte. Non è importante il “significante” – cioè il mezzo che si utilizza. Ciò che conta è il significato. Io non sono superstiziosa, non credo che i Tarocchi siano magici. Sono solo più codificati e antichi. Generalmente si tratta di 78 carte: 22 Archetipi, o Arcani Maggiori, che affrontano temi metafisici e il percorso dell’anima sulla Terra; e 56 Arcani Minori, che riguardano la nostra vita materiale e quotidiana: l’amore, il denaro, il dolore. Io utilizzo i Rider Waite-Smith, pubblicati a Londra nel 1909».

Ginevra Roselli Lorenzini

Perché non hai iniziato subito con i Tarocchi?

«Occorre un’esperienza di vita che a 16 anni non hai. Le carte da poker sono di più facile interpretazione. È come se un ragazzino imparasse a guidare su una Ferrari. È ragionevole partire con un’utilitaria».   

Quindi le carte da poker sono state il tuo Foglio Rosa?

«Più o meno. Andai in libreria, acquistai un libro, iniziai a studiare, poi a praticare. Quando cominciai a padroneggiare la materia, feci le prime letture». 

Ricordi quando è nata questa passione?

«Da quando ho memoria. Già all’asilo ero attratta da questioni metafisiche, naturalmente come può esserlo una bambina di tre anni: sognavo di volare e di avere poteri magici; le mie eroine erano la Strega di Biancaneve e la Fata Smemorina. Magia, esoterismo, spiritualità. Mi affascinava l’occulto, tutto ciò che potesse esserci oltre la realtà apparente».

Come sei passata dal poker ai Tarocchi?

«Attraverso un lunghissimo stop, dopo una brutta esperienza. A 18 anni stavo leggendo le carte a un conoscente, di cui sapevo poco. Vidi nettamente la morte del padre. Gli feci rimescolare il mazzo, e poi ancora. Niente: usciva sempre la morte, solo che non capivo se fosse già accaduta o dovesse ancora verificarsi. Ero impietrita all’idea di comunicargli la notizia. Venne fuori che quel ragazzo aveva perso il papà a cinque anni, ma lo spavento fu tale che smisi di fare letture. A tutt’oggi non rispondo a domande che riguardino la salute, cosa che mi risulta essere illegale, ma per me è innanzitutto una questione morale. Non compete a me, non sono un medico».

Sei consapevole dello scetticismo che circonda la materia?

«Certo, come sono consapevole del potere manipolatorio che può starci dietro. Chi si presenta a una seduta, quasi sempre ha un problema. È inevitabile che ne parli e si sfoghi. Se tu non metti un freno, se non hai un’etica, puoi manipolarlo facilmente: basta ascoltarlo e sai già cosa dirgli – o cosa vorrebbe sentirsi dire». 

Riesci a spiegarmi in maniera scientifica perché dovrei credere alla divinazione, cioè alla possibilità che tu possa davvero leggere il mio futuro?

«Posso darti una spiegazione metafisica, benché lo stesso Einstein abbia postulato l’illusione del tempo e la sua relatività. Il concetto della divinazione si basa sul fatto che il tempo lineare è solo il modo attraverso cui l’essere umano lo percepisce. Se invece ci basiamo sull’idea di Creato come di un’unica espressione atemporale, già compiuta in tutte le sue variabili e possibilità, ecco che noi siamo contemporaneamente tutto ciò che siamo stati e tutto ciò che saremo. Si chiama “concetto dell’eterno presente” o, come l’ha chiamato Jung, Inconscio Collettivo. Ecco, immagina che la tua intera esistenza sia rappresentata da un gran numero di fotografie messe alla rinfusa su un tavolo. Nel momento in cui tu scegli una foto, da quell’immagine si aggancia una sequenza perfettamente chiara. Solo che nel caos del tavolo tu non la vedi». 

E il libero arbitrio, dove lo mettiamo?

«Sull’argomento ho sentimenti contrastanti. Credo che sia una percezione umana essenziale perché funzionale alla nostra vita terrena, esattamente come lo è la linearità del tempo: illusoria, però necessaria».  

Credi nella reincarnazione?

«Al cento per cento. È l’unico concetto che dia un senso alla nostra esistenza e alla profonda disparità che esiste tra gli esseri umani, così ingiusta».

Non ne vedi l’aspetto consolatorio, se non addirittura manipolatorio, da parte delle religioni? 

«No, l’essere umano e il Creato sono espressioni di Dio – in qualunque modo possiamo concepirlo – e sono caratterizzati da una forte dualità: bene-male, giorno-notte, caldo-freddo, ricco-povero. Questa dualità è più forte nelle prime reincarnazioni e via via si perde, fino ad arrivare a quell’eterno presente dove tutto fluisce».  

Ma concordi nella possibilità di una strumentalizzazione del concetto “reincarnazione”? 

«Certo, le religioni sono strumentali: servono per controllare l’uomo. La spiritualità per renderlo libero. Infatti la religione è giudicante, la spiritualità no».

Torniamo a te. Cinque anni fa, dopo quasi 20 dal grande spavento, hai preso i Tarocchi e sei ripartita. Corretto?

«Non esattamente. Quello che ho fatto a 18 anni è stato smettere di leggere le carte, non di studiarle. Diciamo che il mio interesse intellettuale non è mai venuto meno; ho solo ripreso la pratica».

Dedichi molto tempo allo studio?

«Sono una gran secchiona, ci passo molto ore al giorno e frequento seminari in Italia e in Inghilterra. Più approfondisco e più capisco che posso passarci la vita e avere ancora da imparare».

Molto socratica, e come coniughi la tua anima filosofico-spirituale con la prosaicità di Instagram? Sei appena approdata con @animatarot77 e hai già scollinato i 700 follower.

«’na faticaccia (ride), però che soddisfazione! Instagram è uno strumento come tanti. Sono felice che inizino a scrivermi anche persone che non conosco».

Sincera: in una seduta quanto ci azzecchi?

«Esiste sempre una quota di errore, soprattutto con domande chiuse: sì o no. I Tarocchi spiegano bene i perché e sono un grande strumento di crescita personale e spirituale, anche se ti dicono pure come andrà col fidanzato».

Intervista a Bartolomeo Marco Divià, Agricooltur S.p.A.

Intervista a Bartolomeo Marco Divià, Agricooltur S.p.A.

Questo articolo fa parte del numero 30 di Web Garden: Incubatore di vita

Questo mese il Magazine di Web Garden approfondisce il tema delle coltivazioni fuori suolo, con particolare riguardo alla nuova frontiera solcata dalla startup Agricooltur, relativa alla creazione di serre aeroponiche. Abbiamo avuto la fortuna di intervistare l’imprenditore Bartolomeo Marco Divià, Presidente e Amministratore Delegato di questa geniale società.

Dottor Divià come è nata l’idea di creare una serra aeroponica?

“Arrivo dal settore dell’automazione industriale e lavoravo con il gruppo Auchan. Un giorno mi avevano contattato perché stavano ristrutturando un negozio in via Romania a Torino. In quella circostanza, ascoltando il discorso di due tecnici, mi è venuto in mente di proporre l’inserimento di una serra all’interno del negozio.

Il concetto che ho sviluppato, insieme ad Alessandro Boniforte e Stefano Ferrero, è stato quello di fornire un prodotto vivo al consumatore attraverso una tecnologia innovativa a basso impatto ambientale.

Se nelle colture idroponiche la terra è sostituita dall’acqua, nell’agricoltura aeroponica le piante nascono e crescono fuori dal terreno, senza alcun tipo di substrato di coltivazione, con le radici che fluttuano nell’aria, in un ambiente artificiale come una serra. Le piantine sono inserite in vasche in Pvc perforate per il loro sostegno e la loro crescita. Le radici sono libere e vengono nebulizzate con una soluzione composta da acqua e sostanze nutritive. Le vasche sono poste ad altezza uomo per agevolare le operazioni manuali la cui dimensione e forma varia a seconda delle caratteristiche della pianta coltivata. 

In questo modo, le piante riescono a svilupparsi senza terreno e viene risparmiato fino al 95% di acqua rispetto all’orto tradizionale e il 60% rispetto alla cultura idroponica.

L’assenza di trattamenti non incide sulla gamma. Direi che il sistema chiuso e monitorato riduce drasticamente l’impiego di trattamenti fitosanitari tipici delle colture in terra. Il risultato è quello di un prodotto sano e gustoso, senza trattamenti, che privilegia la sostenibilità, con un effetto positivo sotto vari aspetti, in primis la shelf life – cioè la sua durabilità.

Un ulteriore aspetto che tengo a sottolineare oltre al risparmio di acqua, all’assenza di trattamenti e alla limitata presenza di fertilizzanti, meno del 10%, è la scelta di una produzione capillare e di prossimità, andando a coltivare vicino ai luoghi di consumo, per ridurre gli sprechi e limitare gli spostamenti su gomma diminuendo di conseguenza le immissioni di gas serra nell’atmosfera”.

Quanta strada avete fatto dal primo negozio di via Romania?

“Agricooltur, è una startup nata nel 2018 e da allora a oggi posso dire che operiamo su vari livelli, dalla ristorazione alle soluzioni per il real estate fino alla moderna distribuzione: abbiamo avviato un progetto con Carrefour in 13 negozi di Milano e Torino, che vorremo sviluppare a livello nazionale. Sempre nel segno della sostenibilità.

Nei reparti ortofrutta dei punti vendita i clienti possono trovare le nostre piante di basilico e le insalate con le radici intatte, protetti da un packaging in carta waterproof 100% riciclabile; una volta a casa basta aggiungere poca acqua per avere un prodotto che resta fresco e vivo fino a 15 giorni fuori dal frigo. La nostra gamma di prodotti è molto ampia: spazia da erbe aromatiche come salvia ananas menta marocchina e menta bergamotto a coltivazioni speciali usate anche per guarnire i piatti (amaranto, kale green e red, mizuna green e red, nasturzio, pimpinella, tatsoi, vene cress)”.

E nei ristoranti?

“Oggi nei migliori ristoranti del mondo si lavora molto sulla sostenibilità, sul rispetto della natura e sulla freschezza dei prodotti. Quindi penso che gli chef abbiano tutto l’interesse a utilizzare ortaggi, micrortaggi ed erbe aromatiche per creare accostamenti gustativi e cromatici, e inserire così un elemento di sorpresa nel piatto. La coltura aeroponica offre loro la possibilità di avere sempre a portata di mano materie prime freschissime applicando un metodo agricolo virtuoso.Alla ristorazione e ai privati Agricooltur offre soluzioni personalizzate con diversi sistemi che permettono di coltivare in modo autonomo, di conservare le piante oppure di esporle a casa o nei locali. A catalogo abbiamo sistemi aeroponici indoor di dimensioni che variano dal mezzo metro fino ai due metri per soddisfare ogni esigenza di spazio per chi desidera avere la propria serra casalinga. Progettiamo inoltre sistemi aeroponici per produzioni più ampie ideali per i ristoranti e per il real estate.”

Come avviene la distribuzione?

“Agricooltur progetta, produce e installa i siti aeroponici, mentre la conduzione, la commercializzazione e la distribuzione dei prodotti avviene attraverso Urbancooltur società agricola da noi partecipata al 50% che si occupa della gestione operativa e della coltivazione nei nostri siti a Milano, Genova e Carignano (TO). Il nostro obbiettivo è espandere la rete in maniera capillare per coltivare il più possibile vicino al luogo del consumo”. 

La startup si chiama Agricooltur: perché questo nome?

“Il nome nasce da un gioco di parole. In piemontese l’agricoltore si chiama “agricoltur”; e così, limitandoci ad aggiungere una “o”, abbiamo dato un tocco di internazionalità rimanendo però legati al nostro territorio”.

Ho letto che recentemente avete ottenuto un finanziamento importante.

“La nostra realtà, diventata recentemente SpA, ha un’anima tecnologica e propone un format innovativo. Ciò ha suscitato l’interesse di Sinergia Venture Fund, fondo specializzato prevalentemente in startup e Pmi innovative, che ha creduto in noi aprendo un round di aumento di capitale da 5 milioni di euro”.

È un sogno che si realizza?

“Oggi siamo presenti oltre che a Carignano dove è iniziata la nostra avventura, nel cuore di Milano, nel complesso di CityLife, con una serra di 16×8 metri dotata di impianto elettrico, idraulico e di un sistema automatico di aerazione e di micro-climatizzazione; a Genova, dove abbiamo appena inaugurato una nuova serra nella Radura della Memoria, l’area sottostante il nuovo Ponte San Giorgio. In realtà, presso il Porto Antico di Genova, eravamo già presenti con Hortus. Un orto aeroponico trasportabile in cui è possibile coltivare a cm zero dando vita di fatto ad una coltivazione urbana partecipativa. Si tratta di un container di ultima vita che anziché andare in discarica viene da noi trasformato in una serra altamente tecnologica creando un piccolo polmone verde grazie all’installazione di elementi funzionali al recupero di acqua, trasformazione di energia e filtrazione dell’aria in entrata.Certamente ottenere la fiducia da parte di questo prestigioso fondo, oltre a farci molto piacere, fa onore al nostro motto che è “per cambiare il mondo partiamo dalle radici” e ci consentirà di evolverci sempre di più nel mercato nazionale e di iniziare a sviluppare quello internazionale”.

Intervista a Franco Martinetti

Intervista a Franco Martinetti

Questo articolo fa parte del numero 27 di Web Garden: Tartufo il tesoro nascosto

Che cos’è il tartufo?

«Il tartufo è un fungo ipogeo. Molti sbagliano chiamandolo tubero: si tratta di un equivoco sorto con il tartufo bianco, cioè il Tuber Magnatum Pico, nome che arriva dalla persona che studiò questa forma di fungo nel periodo precedente alla Rivoluzione Francese, il dottor Picco di Torino (1788). In suo onore venne scelta questa nomenclatura. Premesso ciò, il tartufo è un fungo ipogeo che – diversamente dai porcini, funghi epigei che crescono in superficie – cresce e si sviluppa sottoterra, vivendo in simbiosi con determinati alberi e sulle loro radici».  

Quali sono questi alberi?

«Principalmente sono quattro: il tartufo è prodotto dalla quercia, dal tiglio, dal pioppo e dal salice. Poi ci sono alcune eccezioni, ma rimarrei sui fondamentali. Riconoscere il tipo di tartufo è abbastanza facile anche per un neofita. Il tartufo bianco di quercia, quando viene affettato, presenta all’interno una marezzatura di colore nocciola. Quello di tiglio è il più riconoscibile, perché ha delle venature rosse quasi color minio. Infine, quello di pioppo ha una polpa bianca mentre quello di salice ha un colore a metà tra pioppo e quercia».  ù

Cambia anche il profumo?

«Senz’altro. Il tartufo più delicato e più elegante è quello di tiglio, ma normalmente viene consumato quello di quercia. Parlando di tartufi con lo stesso grado di maturazione, quello di quercia è più aggressivo ed è quello che normalmente assale di più il consumatore a livello di naso. Gli altri sono ottimi tartufi. che convivono benissimo con queste qualità. Naturalmente parlo di pari maturità, perché un tartufo acerbo di quercia sarà meno profumato di un tartufo di pioppo maturo».  

Come incide il terreno sulla qualità?

«Certamente ci vuole un terreno particolare. In Piemonte, soprattutto nel Monferrato e nelle Langhe, troviamo terreni adatti. Ma in Italia ci sono altri posti dove crescono buonissimi tartufi. Ad esempio, a San Miniato in Toscana, sull’Appennino tosco-emiliano e ad Acqualagna nelle Marche. Sul mercato oggi troviamo tartufi che arrivano dall’Istria e dalla Slovenia. Costano di meno e spesso vengono mescolati agli altri, sebbene non abbiano la qualità dei nostri, che sono molto più profumati».  

Qual è il periodo del tartufo?

«Il tartufo comincia nel mese di settembre fino a tutto gennaio. Il periodo migliore per raccogliere il tartufo è sempre stato il mese di novembre. Tuttavia, con i cambiamenti climatici, oggi i tempi si sono allungati e può capitare che a novembre il tartufo non abbia ancora raggiunto la piena maturazione, che magari arriva a inizio-metà dicembre».  

Bolgheri and Castagneto vineyard on sunset in backlight. Maremma Tuscany, Italy, Europe.

A che profondità si trova il tartufo?

«Questo dipende dal terreno. Se c’è un terreno più umido, il tartufo si trova più in superficie; se invece il terreno è più asciutto, il tartufo sta più in profondità. Il terreno incide anche sulla forma del tartufo, che è regolare se il terreno in cui nasce è soffice, in quanto gli permette di espandersi. Se invece il terreno è molto compatto, il tartufo si sforza a crescere e quindi la sua forma diventa più irregolare. I tartufi più belli sono quelli rotondeggianti, ma esistono anche tartufi piatti – che in termine tecnico vengono chiamati “piattine” – ugualmente molto apprezzati dai consumatori».  

Come si cerca il tartufo?

«La ricerca dei tartufi avviene attraverso il cane che è addestrato a cercarli. Quando il cane è ancora cucciolo si nascondono dei pezzi di pane in giro per casa o per il giardino e lo si incita a trovarli. Quando accade, viene ripagato con una carezza e con un pezzettino di biscotto. Da lì poi si passa a prodotti più odorosi, come formaggi, croste di formaggi stagionati e gorgonzola. Se ne nascondono dei pezzi su terreni sabbiosi, in modo che il cane sentendo l’odore non abbia difficoltà a trovarli e a raspare il terreno. Infine, si passa al tartufo. Quando iniziai ad andare per tartufi, si andava a metà agosto, cosa oggi vietata: si raccoglievano i primissimi tartufi, che però producevano all’interno dei vermetti, e quindi si adoperavano per addestrare i cani. Il cane va incitato, bisogna motivarlo. L’albero che fa il tartufo lo fa tutti gli anni ma potrebbe farlo in tempi diversi».  

Qual è il momento migliore per cercarli?

«Per me è la notte, per tre ragioni fondamentali. Innanzitutto, essendoci meno rumore, il cane è più tranquillo e ha più facilità a trovarli. Secondo, essendoci più umidità questo fa sì che l’odore del tartufo emani maggiormente dal terreno. Infine, essendo i posti del tartufo luoghi segreti di notte ci sono poche persone. A questo proposito le racconto un aneddoto. Anni fa avevo un cane spinone bianco di nome Dick, che avevo abituato a essere ripagato per aver trovato i tartufi con gallette Petit Beurre . Una sera andai per tartufi, ma non avendo le gallette portai dei grissini. Una volta trovato il tartufo, diedi a Dick il grissino: lui mi guardò, si accucciò e smise di cercarli. Allora ripresi il cane, andai dal panettiere del paese – erano circa le 11 di sera – e gli chiesi la cortesia di aprire la bottega per acquistare un pacco di Petit Beurre. Brontolando, mi accontentò. E così io potei proseguire nella mia ricerca dei tartufi».  

Com’è il mondo dei trifolai?

«È un mondo segreto. Si va per boschi di notte, c’è un’atmosfera di magia. Poi ci sono momenti in cui la magia si alterna alla paura delle tenebre. Faccio un esempio. A novembre, quando brina, camminando sopra i prati sembra di rompere i grissini. Cric-crac-cruc. Tu cammini nella notte e sei solo con il tuo cane; non lo lasci andare lontano, lo tieni vicino, e c’è la paura della oscurità ma al tempo stesso anche la magia dell’atmosfera che si crea».  

Quando si parla di tartufo tutti pensano al tartufo bianco di Langa ma, come ci ha spiegato, i tartufi possono arrivare anche da altri luoghi. Che cos’ha di speciale il tartufo albese?

«Chi ha inventato il brand “tartufo d’Alba” è stato Morra, un ristoratore del luogo. Poiché aveva capito che i tartufi erano un bene particolare, ogni anno regalava dei tartufi a una personalità. Il primo tartufo lo regalò all’allora Presidente degli Stati Uniti Harry Truman. Questa notizia venne riportata dai giornali e anche nella Settimana Incom, un cinegiornale italiano proiettato settimanalmente nelle sale cinematografiche. Morra, essendo di Alba, legò il tartufo al suo paese. In realtà, c’è più tartufo nel Monferrato che nell’albese: non a caso, nell’astigiano c’è un’agricoltura più estensiva, c’è del seminato, dei prati, dei boschi; mentre nelle Langhe c’è una agricoltura più intensiva, fatta di vigneti, e quindi ci sono meno tartufi».  

Esistono vari tartufi e varie stagionalità. Ci può spiegare?

«Esiste una grande confusione sul tartufo nero anche da parte dei ristoratori, che a volte ti propinano un tartufo nero che – diciamo – lascia il tempo che trova: magari è nero solo esteriormente. Esistono diversi tipi di tartufo, che si raccolgono da giugno a gennaio. Il primo è il Tuber aestivum, esternamente nero e, dentro, di color nocciola chiaro; è un tartufo che ha poco gusto e viene utilizzato principalmente in gastronomia. Gli altri due sono il Tuber uncinatus e il Tuber brumalis, che si trovano nei mesi di ottobre, novembre e dicembre. Dei primi tre, l’uncinatus è quello migliore, ma il vero tartufo nero è l’ultimo: nasce a fine dicembre e lo trovi fino a fine a marzo. Si chiama Tuber melanosporum. Questo costa molto di più degli altri perché è molto più pregiato, ed è facile da riconoscere perché, quando lo tagli, è nero anche internamente. Quanto al tartufo bianco, si tratta di un condimento che esalta il piatto. È sempre meglio grattarlo su piatti caldi come risotti, uova, fonduta o patate, così che risalti al suo meglio. In Piemonte c’è la cattiva abitudine a servire il tartufo sulla carne cruda, che però – essendo fredda – non lo fa risaltare. Invece il tartufo nero non è un condimento ma un proprio ingrediente del piatto».  

Ci tolga una curiosità: il tartufo è afrodisiaco?

«Come tutti i cibi un po’ rari e ricercati, si tende a dare loro una motivazione e una funzione un po’ dissacrante. Lo si dice anche dell’ostrica e del tartufo bianco. Secondo me sono solo dicerie, però lasciarlo credere fa parte del gioco».

Kristina Ti, stilista: i fiori la sua ispirazione

Kristina Ti, stilista: i fiori la sua ispirazione

Questo articolo fa parte del numero 21 di Web Garden: I fiori nella moda

Nella Maison di Cristina Tardito – nome d’arte Kristina Ti – si respira un’aria frizzante e creativa, che fa trasparire tutta la passione e la determinazione della proprietaria nella ricerca dei dettagli per creare capi di abbigliamento sempre unici e riconoscibili. Negli anni Cristina ha trasformato l’azienda del padre in un luogo magico e allegro dove, anche grazie alle meravigliose tappezzerie floreali che decorano i muri, fin da quando si varca l’ingresso ci si trova in un’atmosfera familiare, dove tutti la aiutano a realizzare il suo sogno: la ricerca della bellezza a 360 gradi.

Cristina, qual è stato il tuo percorso? 

«Il marchio Kristina Ti lo ha ideato mio padre quando ho iniziato a lavorare con lui. Anzi, ancora prima di iniziare. Mi diceva sempre: “Tu non devi mai arrivare prima del tuo brand, tu devi farti conoscere per te stessa e poi per il tuo brand”. Ho iniziato con i costumi da bagno e ho visto che era un lavoro che mi appassionava e piaceva al pubblico; quindi ho aggiunto la lingerie, fino ad arrivare a disegnare vestiti da giorno e da sera. Inizialmente, per farmi conoscere andavo io dai clienti e partecipavo alle fiere.

In seguito, anche grazie all’intuizione di mio padre, ho aperto il mio primo negozio a Porto Cervo, dove vendevo costumi da bagno e lingerie. Fingevo di essere la commessa del negozio così potevo ascoltare i commenti delle persone, le loro eventuali osservazioni che poi mi appuntavo per migliorare. Ho avuto modo di conoscere personaggi internazionali, come la moglie di John Kennedy Jr, Carolyn Bessette, che fin dall’inizio è stata una convinta ammiratrice di Kristina Ti.

Visto il successo della mia prima boutique, un amico mi propose di aprire un altro negozio a Milano e poi da lì sono seguiti Forte dei Marmi, Torino, Bologna e Parigi».

Parigi?

«Ecco, posso dire che Parigi ha rappresentato la mia “sliding door” perché mi ha messo in contatto con una grande Maison parigina. L’11 settembre del 2001 ho ricevuto una telefonata dall’ufficio della Maison nella quale mi chiedevano di passare da loro. Dopo tre colloqui e un incontro con l’art director, ho iniziato a collaborare per la casa di moda con l’intesa che potevo portare nella mia azienda i disegni fatti per loro ed è così che sono riuscita a trasformare l’azienda di famiglia. In conclusione, posso sinceramente affermare che l’azienda di famiglia ha trasformato me e poi, in seguito, io ho trasformato lei».

Qual è il tuo grande desiderio? 

«Voglio essere scoperta senza preconcetti e pregiudizi. Stupire con il mio prodotto, con la mia passione e dedizione. La scelta di tessuti inusuali per i miei capi rappresenta la mia vera sfida».

Come vedi il futuro

«Vivo il momento, faccio pensieri, sono sempre alla ricerca del partner ideale che dovrebbe compensare la mancanza del mio lato commerciale. Il mio pensiero è su Kristina Ti. Voglio fare conoscere il mio brand nel mondo. Ho iniziato con un’idea che continua a trasformarsi tenendo sempre ferma l’attenzione per i dettagli».

Che importanza attribuisci ai fiori nelle tue creazioni?

«I fiori sono sempre stati presenti in tutte le mie collezioni. Lotto per non fare capi troppo romantici ma ricerco sempre la femminilità, mi piace che la donna sia sensuale senza essere volgare. Il fiore è un elemento che mi collega alla Natura e quindi alle sete, al lino, ai cotoni. Certamente non uso mai materiali sintetici: il fiore mi porta alla natura e alla qualità. Proprio con i fiori mi sono cimentata nei miei primi costumi da bagno.

Lavorare su 30-70 centimetri di stoffa non è semplice ed è proprio per questo motivo che ho iniziato a immaginare l’uso dei fiori. Non ho adottato un fiore specifico, come hanno fatto le grandi case – Chanel con la camelia, Dior con il mughetto oppure Valentino con la rosa – ma ho adottato uno stile che richiama quello Liberty. Non esiste stampa più evocativa di quella floreale.

È da sempre un evergreen: una carta vincente per mantenere la mia identità con uno stile distintivo. D’altronde, si sa, il potere dei fiori seduce e ammalia e io cerco sempre di dare carattere ai miei vestiti. Amo la fusione tra la personalità dei miei abiti e quella della donna che li indossa: di chi vuole distinguersi e non ha paura di essere diversa».

Intervista a Roberta Conzato

Intervista a Roberta Conzato

Questo articolo fa parte del numero 23 di Web Garden: Essenze d’estate

Questo mese il Magazine di Web Garden è dedicato a uno dei cinque sensi: l’olfatto. Per questo abbiamo deciso di intervistare una imprenditrice, Roberta Conzato, che fin da piccola ha inseguito il sogno di realizzare i suoi profumi.

Roberta, come nasce questa tua passione per le essenze?

«Fin da bambina sono stata predisposta a sentire gli odori. Mia madre subiva i miei capricci: non indossavo i vestiti se non profumavano come volevo. Solo al termine degli studi sono finalmente riuscita a dare voce a questa mia passione, andando a Parigi per approcciare la profumeria di nicchia. In Italia, a quei tempi, non esisteva un’università per “nasi”, né tantomeno corsi di formazione e apprendimento.

Parigi mi parve la scelta più adatta. Tuttavia, la ISIPCA (Institut Supérieur International du Parfum, de la Cosmétique et de
l’Aromatique Alimentaire), che si trova a Versailles e che già all’epoca era riconosciuta come scuola d’eccellenza, era economicamente inavvicinabile.

Ecco, allora, che passavo le mie giornate nelle profumerie per approfondire le diverse note che sentivo nelle boccette. Per creare un profumo è necessario avere una grande conoscenza delle materie prime, scegliere e miscelare le essenze per creare fragranze dotate di una tale personalità da diventare riconoscibili. In quel periodo ho capito che quello era il mio futuro».

Che cosa è successo dopo?

«Al mio rientro a Torino ho iniziato a frequentare la titolare della storica profumeria San Federico, Simona, e poi anche Terry di Floris. Queste due signore, che potrei definire le mie mentori, mi hanno aiutata facendomi conoscere diversi distributori, portandomi ai saloni dedicati alle essenze, come quello di Milano e quello di Firenze, e presentandomi i “nasi” più conosciuti a livello internazionale che hanno contribuito a creare la profumeria di nicchia».

Qual è a tuo avviso il più importante naso italiano?

«Lorenzo Villoresi. Per me il suo libro “Il profumo. Storia, cultura e tecnica”, è Vangelo. In quel testo l’autore, oltre a narrare la sua esperienza lavorativa, approfondisce le materie prime e la storia della profumeria».

Su quali altri testi di studio ti sei soffermata?

«Sono poi passata a “I profumi” di Teofrasto e a “Essenze e alchimia” di Mandy Afte e da lì non mi sono più fermata, fino ad arrivare a realizzare la mia personale libreria sui profumi».

Quando hai creato il tuo primo profumo?

«Dopo aver fatto un training con un “naso” italiano, ho creato il mio profumo a base di patchouli e fiori d’arancio. Si chiama “Be my patchouli” ed è ancora in distribuzione malgrado siano passati già diversi anni da quando l’ho ideato.

Da quel momento possiamo dire che è iniziata la mia vita professionale. Mi facevo spedire il materiale dalla casa essenziera Farotti di Rimini; poi, una volta ideato e creato, mandavo i campioni ai laboratori affinché li producessero in osservanza dei protocolli previsti dalla normativa di riferimento. I primi profumi li ho prodotti con il laboratorio Reyinaldi. Ho iniziato con 50 campioni, poi 100 e via di seguito».

Quando hai costituito la tua associazione Per Fumum?

«Contemporaneamente al periodo in cui ho fatto da consulente ad un grande gruppo quale QC Terme, ho fondato l’associazione Per Fumum con Sabrina Fichera, con l’obiettivo di aprire una scuola di “nasi”. Su suggerimento dello storico dell’arte Guido Curto ho iniziato a progettare le mostre “Perfumum – i Profumi della storia” a Palazzo Madama, e due anni dopo a Palazzo Reale con “ Incensum”, e ciò al fine di verificare se ci fosse interesse da parte delle persone ad avvicinare questo incredibile mondo delle essenze.

Realizzare una scuola per “nasi” in Italia, che sia accessibile a persone che hanno la mia stessa passione, a prescindere dalle possibilità economiche e dal luogo in cui vivono, è diventato un po’ il mio progetto di vita».

Qual è stato, se c’è stato, un momento particolarmente difficile della tua carriera?

«L’olfatto mi guida in tutto, per me il naso è importantissimo: ammetto che, durante il Covid, avevo il terrore di rimanere senza olfatto, o che in qualche modo si modificasse la mia percezione delle fragranze. Fortunatamente non è stato così».