Intervista a Franco Martinetti

Intervista a Franco Martinetti

Questo articolo fa parte del numero 27 di Web Garden: Tartufo il tesoro nascosto

Che cos’è il tartufo?

«Il tartufo è un fungo ipogeo. Molti sbagliano chiamandolo tubero: si tratta di un equivoco sorto con il tartufo bianco, cioè il Tuber Magnatum Pico, nome che arriva dalla persona che studiò questa forma di fungo nel periodo precedente alla Rivoluzione Francese, il dottor Picco di Torino (1788). In suo onore venne scelta questa nomenclatura. Premesso ciò, il tartufo è un fungo ipogeo che – diversamente dai porcini, funghi epigei che crescono in superficie – cresce e si sviluppa sottoterra, vivendo in simbiosi con determinati alberi e sulle loro radici».  

Quali sono questi alberi?

«Principalmente sono quattro: il tartufo è prodotto dalla quercia, dal tiglio, dal pioppo e dal salice. Poi ci sono alcune eccezioni, ma rimarrei sui fondamentali. Riconoscere il tipo di tartufo è abbastanza facile anche per un neofita. Il tartufo bianco di quercia, quando viene affettato, presenta all’interno una marezzatura di colore nocciola. Quello di tiglio è il più riconoscibile, perché ha delle venature rosse quasi color minio. Infine, quello di pioppo ha una polpa bianca mentre quello di salice ha un colore a metà tra pioppo e quercia».  ù

Cambia anche il profumo?

«Senz’altro. Il tartufo più delicato e più elegante è quello di tiglio, ma normalmente viene consumato quello di quercia. Parlando di tartufi con lo stesso grado di maturazione, quello di quercia è più aggressivo ed è quello che normalmente assale di più il consumatore a livello di naso. Gli altri sono ottimi tartufi. che convivono benissimo con queste qualità. Naturalmente parlo di pari maturità, perché un tartufo acerbo di quercia sarà meno profumato di un tartufo di pioppo maturo».  

Come incide il terreno sulla qualità?

«Certamente ci vuole un terreno particolare. In Piemonte, soprattutto nel Monferrato e nelle Langhe, troviamo terreni adatti. Ma in Italia ci sono altri posti dove crescono buonissimi tartufi. Ad esempio, a San Miniato in Toscana, sull’Appennino tosco-emiliano e ad Acqualagna nelle Marche. Sul mercato oggi troviamo tartufi che arrivano dall’Istria e dalla Slovenia. Costano di meno e spesso vengono mescolati agli altri, sebbene non abbiano la qualità dei nostri, che sono molto più profumati».  

Qual è il periodo del tartufo?

«Il tartufo comincia nel mese di settembre fino a tutto gennaio. Il periodo migliore per raccogliere il tartufo è sempre stato il mese di novembre. Tuttavia, con i cambiamenti climatici, oggi i tempi si sono allungati e può capitare che a novembre il tartufo non abbia ancora raggiunto la piena maturazione, che magari arriva a inizio-metà dicembre».  

Bolgheri and Castagneto vineyard on sunset in backlight. Maremma Tuscany, Italy, Europe.

A che profondità si trova il tartufo?

«Questo dipende dal terreno. Se c’è un terreno più umido, il tartufo si trova più in superficie; se invece il terreno è più asciutto, il tartufo sta più in profondità. Il terreno incide anche sulla forma del tartufo, che è regolare se il terreno in cui nasce è soffice, in quanto gli permette di espandersi. Se invece il terreno è molto compatto, il tartufo si sforza a crescere e quindi la sua forma diventa più irregolare. I tartufi più belli sono quelli rotondeggianti, ma esistono anche tartufi piatti – che in termine tecnico vengono chiamati “piattine” – ugualmente molto apprezzati dai consumatori».  

Come si cerca il tartufo?

«La ricerca dei tartufi avviene attraverso il cane che è addestrato a cercarli. Quando il cane è ancora cucciolo si nascondono dei pezzi di pane in giro per casa o per il giardino e lo si incita a trovarli. Quando accade, viene ripagato con una carezza e con un pezzettino di biscotto. Da lì poi si passa a prodotti più odorosi, come formaggi, croste di formaggi stagionati e gorgonzola. Se ne nascondono dei pezzi su terreni sabbiosi, in modo che il cane sentendo l’odore non abbia difficoltà a trovarli e a raspare il terreno. Infine, si passa al tartufo. Quando iniziai ad andare per tartufi, si andava a metà agosto, cosa oggi vietata: si raccoglievano i primissimi tartufi, che però producevano all’interno dei vermetti, e quindi si adoperavano per addestrare i cani. Il cane va incitato, bisogna motivarlo. L’albero che fa il tartufo lo fa tutti gli anni ma potrebbe farlo in tempi diversi».  

Qual è il momento migliore per cercarli?

«Per me è la notte, per tre ragioni fondamentali. Innanzitutto, essendoci meno rumore, il cane è più tranquillo e ha più facilità a trovarli. Secondo, essendoci più umidità questo fa sì che l’odore del tartufo emani maggiormente dal terreno. Infine, essendo i posti del tartufo luoghi segreti di notte ci sono poche persone. A questo proposito le racconto un aneddoto. Anni fa avevo un cane spinone bianco di nome Dick, che avevo abituato a essere ripagato per aver trovato i tartufi con gallette Petit Beurre . Una sera andai per tartufi, ma non avendo le gallette portai dei grissini. Una volta trovato il tartufo, diedi a Dick il grissino: lui mi guardò, si accucciò e smise di cercarli. Allora ripresi il cane, andai dal panettiere del paese – erano circa le 11 di sera – e gli chiesi la cortesia di aprire la bottega per acquistare un pacco di Petit Beurre. Brontolando, mi accontentò. E così io potei proseguire nella mia ricerca dei tartufi».  

Com’è il mondo dei trifolai?

«È un mondo segreto. Si va per boschi di notte, c’è un’atmosfera di magia. Poi ci sono momenti in cui la magia si alterna alla paura delle tenebre. Faccio un esempio. A novembre, quando brina, camminando sopra i prati sembra di rompere i grissini. Cric-crac-cruc. Tu cammini nella notte e sei solo con il tuo cane; non lo lasci andare lontano, lo tieni vicino, e c’è la paura della oscurità ma al tempo stesso anche la magia dell’atmosfera che si crea».  

Quando si parla di tartufo tutti pensano al tartufo bianco di Langa ma, come ci ha spiegato, i tartufi possono arrivare anche da altri luoghi. Che cos’ha di speciale il tartufo albese?

«Chi ha inventato il brand “tartufo d’Alba” è stato Morra, un ristoratore del luogo. Poiché aveva capito che i tartufi erano un bene particolare, ogni anno regalava dei tartufi a una personalità. Il primo tartufo lo regalò all’allora Presidente degli Stati Uniti Harry Truman. Questa notizia venne riportata dai giornali e anche nella Settimana Incom, un cinegiornale italiano proiettato settimanalmente nelle sale cinematografiche. Morra, essendo di Alba, legò il tartufo al suo paese. In realtà, c’è più tartufo nel Monferrato che nell’albese: non a caso, nell’astigiano c’è un’agricoltura più estensiva, c’è del seminato, dei prati, dei boschi; mentre nelle Langhe c’è una agricoltura più intensiva, fatta di vigneti, e quindi ci sono meno tartufi».  

Esistono vari tartufi e varie stagionalità. Ci può spiegare?

«Esiste una grande confusione sul tartufo nero anche da parte dei ristoratori, che a volte ti propinano un tartufo nero che – diciamo – lascia il tempo che trova: magari è nero solo esteriormente. Esistono diversi tipi di tartufo, che si raccolgono da giugno a gennaio. Il primo è il Tuber aestivum, esternamente nero e, dentro, di color nocciola chiaro; è un tartufo che ha poco gusto e viene utilizzato principalmente in gastronomia. Gli altri due sono il Tuber uncinatus e il Tuber brumalis, che si trovano nei mesi di ottobre, novembre e dicembre. Dei primi tre, l’uncinatus è quello migliore, ma il vero tartufo nero è l’ultimo: nasce a fine dicembre e lo trovi fino a fine a marzo. Si chiama Tuber melanosporum. Questo costa molto di più degli altri perché è molto più pregiato, ed è facile da riconoscere perché, quando lo tagli, è nero anche internamente. Quanto al tartufo bianco, si tratta di un condimento che esalta il piatto. È sempre meglio grattarlo su piatti caldi come risotti, uova, fonduta o patate, così che risalti al suo meglio. In Piemonte c’è la cattiva abitudine a servire il tartufo sulla carne cruda, che però – essendo fredda – non lo fa risaltare. Invece il tartufo nero non è un condimento ma un proprio ingrediente del piatto».  

Ci tolga una curiosità: il tartufo è afrodisiaco?

«Come tutti i cibi un po’ rari e ricercati, si tende a dare loro una motivazione e una funzione un po’ dissacrante. Lo si dice anche dell’ostrica e del tartufo bianco. Secondo me sono solo dicerie, però lasciarlo credere fa parte del gioco».

Kristina Ti, stilista: i fiori la sua ispirazione

Kristina Ti, stilista: i fiori la sua ispirazione

Questo articolo fa parte del numero 21 di Web Garden: I fiori nella moda

Nella Maison di Cristina Tardito – nome d’arte Kristina Ti – si respira un’aria frizzante e creativa, che fa trasparire tutta la passione e la determinazione della proprietaria nella ricerca dei dettagli per creare capi di abbigliamento sempre unici e riconoscibili. Negli anni Cristina ha trasformato l’azienda del padre in un luogo magico e allegro dove, anche grazie alle meravigliose tappezzerie floreali che decorano i muri, fin da quando si varca l’ingresso ci si trova in un’atmosfera familiare, dove tutti la aiutano a realizzare il suo sogno: la ricerca della bellezza a 360 gradi.

Cristina, qual è stato il tuo percorso? 

«Il marchio Kristina Ti lo ha ideato mio padre quando ho iniziato a lavorare con lui. Anzi, ancora prima di iniziare. Mi diceva sempre: “Tu non devi mai arrivare prima del tuo brand, tu devi farti conoscere per te stessa e poi per il tuo brand”. Ho iniziato con i costumi da bagno e ho visto che era un lavoro che mi appassionava e piaceva al pubblico; quindi ho aggiunto la lingerie, fino ad arrivare a disegnare vestiti da giorno e da sera. Inizialmente, per farmi conoscere andavo io dai clienti e partecipavo alle fiere.

In seguito, anche grazie all’intuizione di mio padre, ho aperto il mio primo negozio a Porto Cervo, dove vendevo costumi da bagno e lingerie. Fingevo di essere la commessa del negozio così potevo ascoltare i commenti delle persone, le loro eventuali osservazioni che poi mi appuntavo per migliorare. Ho avuto modo di conoscere personaggi internazionali, come la moglie di John Kennedy Jr, Carolyn Bessette, che fin dall’inizio è stata una convinta ammiratrice di Kristina Ti.

Visto il successo della mia prima boutique, un amico mi propose di aprire un altro negozio a Milano e poi da lì sono seguiti Forte dei Marmi, Torino, Bologna e Parigi».

Parigi?

«Ecco, posso dire che Parigi ha rappresentato la mia “sliding door” perché mi ha messo in contatto con una grande Maison parigina. L’11 settembre del 2001 ho ricevuto una telefonata dall’ufficio della Maison nella quale mi chiedevano di passare da loro. Dopo tre colloqui e un incontro con l’art director, ho iniziato a collaborare per la casa di moda con l’intesa che potevo portare nella mia azienda i disegni fatti per loro ed è così che sono riuscita a trasformare l’azienda di famiglia. In conclusione, posso sinceramente affermare che l’azienda di famiglia ha trasformato me e poi, in seguito, io ho trasformato lei».

Qual è il tuo grande desiderio? 

«Voglio essere scoperta senza preconcetti e pregiudizi. Stupire con il mio prodotto, con la mia passione e dedizione. La scelta di tessuti inusuali per i miei capi rappresenta la mia vera sfida».

Come vedi il futuro

«Vivo il momento, faccio pensieri, sono sempre alla ricerca del partner ideale che dovrebbe compensare la mancanza del mio lato commerciale. Il mio pensiero è su Kristina Ti. Voglio fare conoscere il mio brand nel mondo. Ho iniziato con un’idea che continua a trasformarsi tenendo sempre ferma l’attenzione per i dettagli».

Che importanza attribuisci ai fiori nelle tue creazioni?

«I fiori sono sempre stati presenti in tutte le mie collezioni. Lotto per non fare capi troppo romantici ma ricerco sempre la femminilità, mi piace che la donna sia sensuale senza essere volgare. Il fiore è un elemento che mi collega alla Natura e quindi alle sete, al lino, ai cotoni. Certamente non uso mai materiali sintetici: il fiore mi porta alla natura e alla qualità. Proprio con i fiori mi sono cimentata nei miei primi costumi da bagno.

Lavorare su 30-70 centimetri di stoffa non è semplice ed è proprio per questo motivo che ho iniziato a immaginare l’uso dei fiori. Non ho adottato un fiore specifico, come hanno fatto le grandi case – Chanel con la camelia, Dior con il mughetto oppure Valentino con la rosa – ma ho adottato uno stile che richiama quello Liberty. Non esiste stampa più evocativa di quella floreale.

È da sempre un evergreen: una carta vincente per mantenere la mia identità con uno stile distintivo. D’altronde, si sa, il potere dei fiori seduce e ammalia e io cerco sempre di dare carattere ai miei vestiti. Amo la fusione tra la personalità dei miei abiti e quella della donna che li indossa: di chi vuole distinguersi e non ha paura di essere diversa».

Intervista a Roberta Conzato

Intervista a Roberta Conzato

Questo articolo fa parte del numero 23 di Web Garden: Essenze d’estate

Questo mese il Magazine di Web Garden è dedicato a uno dei cinque sensi: l’olfatto. Per questo abbiamo deciso di intervistare una imprenditrice, Roberta Conzato, che fin da piccola ha inseguito il sogno di realizzare i suoi profumi.

Roberta, come nasce questa tua passione per le essenze?

«Fin da bambina sono stata predisposta a sentire gli odori. Mia madre subiva i miei capricci: non indossavo i vestiti se non profumavano come volevo. Solo al termine degli studi sono finalmente riuscita a dare voce a questa mia passione, andando a Parigi per approcciare la profumeria di nicchia. In Italia, a quei tempi, non esisteva un’università per “nasi”, né tantomeno corsi di formazione e apprendimento.

Parigi mi parve la scelta più adatta. Tuttavia, la ISIPCA (Institut Supérieur International du Parfum, de la Cosmétique et de
l’Aromatique Alimentaire), che si trova a Versailles e che già all’epoca era riconosciuta come scuola d’eccellenza, era economicamente inavvicinabile.

Ecco, allora, che passavo le mie giornate nelle profumerie per approfondire le diverse note che sentivo nelle boccette. Per creare un profumo è necessario avere una grande conoscenza delle materie prime, scegliere e miscelare le essenze per creare fragranze dotate di una tale personalità da diventare riconoscibili. In quel periodo ho capito che quello era il mio futuro».

Che cosa è successo dopo?

«Al mio rientro a Torino ho iniziato a frequentare la titolare della storica profumeria San Federico, Simona, e poi anche Terry di Floris. Queste due signore, che potrei definire le mie mentori, mi hanno aiutata facendomi conoscere diversi distributori, portandomi ai saloni dedicati alle essenze, come quello di Milano e quello di Firenze, e presentandomi i “nasi” più conosciuti a livello internazionale che hanno contribuito a creare la profumeria di nicchia».

Qual è a tuo avviso il più importante naso italiano?

«Lorenzo Villoresi. Per me il suo libro “Il profumo. Storia, cultura e tecnica”, è Vangelo. In quel testo l’autore, oltre a narrare la sua esperienza lavorativa, approfondisce le materie prime e la storia della profumeria».

Su quali altri testi di studio ti sei soffermata?

«Sono poi passata a “I profumi” di Teofrasto e a “Essenze e alchimia” di Mandy Afte e da lì non mi sono più fermata, fino ad arrivare a realizzare la mia personale libreria sui profumi».

Quando hai creato il tuo primo profumo?

«Dopo aver fatto un training con un “naso” italiano, ho creato il mio profumo a base di patchouli e fiori d’arancio. Si chiama “Be my patchouli” ed è ancora in distribuzione malgrado siano passati già diversi anni da quando l’ho ideato.

Da quel momento possiamo dire che è iniziata la mia vita professionale. Mi facevo spedire il materiale dalla casa essenziera Farotti di Rimini; poi, una volta ideato e creato, mandavo i campioni ai laboratori affinché li producessero in osservanza dei protocolli previsti dalla normativa di riferimento. I primi profumi li ho prodotti con il laboratorio Reyinaldi. Ho iniziato con 50 campioni, poi 100 e via di seguito».

Quando hai costituito la tua associazione Per Fumum?

«Contemporaneamente al periodo in cui ho fatto da consulente ad un grande gruppo quale QC Terme, ho fondato l’associazione Per Fumum con Sabrina Fichera, con l’obiettivo di aprire una scuola di “nasi”. Su suggerimento dello storico dell’arte Guido Curto ho iniziato a progettare le mostre “Perfumum – i Profumi della storia” a Palazzo Madama, e due anni dopo a Palazzo Reale con “ Incensum”, e ciò al fine di verificare se ci fosse interesse da parte delle persone ad avvicinare questo incredibile mondo delle essenze.

Realizzare una scuola per “nasi” in Italia, che sia accessibile a persone che hanno la mia stessa passione, a prescindere dalle possibilità economiche e dal luogo in cui vivono, è diventato un po’ il mio progetto di vita».

Qual è stato, se c’è stato, un momento particolarmente difficile della tua carriera?

«L’olfatto mi guida in tutto, per me il naso è importantissimo: ammetto che, durante il Covid, avevo il terrore di rimanere senza olfatto, o che in qualche modo si modificasse la mia percezione delle fragranze. Fortunatamente non è stato così».

Andrea Corneo: il signore delle Camelie

Andrea Corneo: il signore delle Camelie

Questo articolo fa parte del numero 17 di Web Garden: Il Giardino dei Semplici

Una lunga tradizione di famiglia lega Andrea Corneo a Villa Anelli e al suo meraviglioso giardino. Nato e cresciuto proprio lì, in quella splendida proprietà affacciata sul Lago Maggiore, Andrea Corneo è uno dei massimi esperti italiani di camelie.

Appassionato botanico, è anche il presidente della Società Italiana della Camelia.ato il fiore più grande al mondo. 

Web Garden: di cosa si occupa la società che preside?

Andrea Corneo: la Società Italiana della Camelia nasce nel 1965 a Cannero Riviera (Verbano-Cusio-Ossola) per iniziativa dell’ingegner Antonio Sevesi, a seguito di una bellissima mostra di fiori recisi che si tenne qualche mese prima in quel luogo. Nel 2000 la sede venne spostata a Verbania. Ha come scopo la ricerca storica e il reperimento di antiche varietà, oltre a un approfondimento tecnico e scientifico su queste piante, ma ha anche l’obiettivo di diffondere e fare riscoprire la loro bellezza. Infatti, se fino all’Ottocento questo fiore aveva avuto un incredibile successo, come dimostrano i tanti quadri che lo ritraggono e i romanzi che lo citano, nel Novecento ha subìto un lento e inarrestabile declino.

Che cosa fanno i soci ?

Abbiamo soci italiani e stranieri che, essendo collezionisti, selezionano nuove varietà che vengono ibridate da semi diversi o anche dallo stesso seme. Dopo di ciò, chiedono alla Società di pubblicare sulla sua rivista le nuove varietà. Oggi esistono circa 25mila varietà coltivate (cultivar)di camelie, all’interno di circa 250 specie botaniche.

La camelia è anche protagonista di mostre e concorsi?

In America e Inghilterra esistono concorsi di fiori recisi di camelie. In Italia, in occasione del congresso internazionale organizzato ogni due anni dalla International Camelia Society, ci sono dei “pre” e dei “post tour” durante i quali visitiamo diversi giardini con importanti collezioni di camelie. In tali occasioni si organizzano anche mostre e altri eventi dedicati a questo fiore.

Quando è stato il primo congresso?

A Stresa nel 1972. Da allora è sempre stato organizzato ogni due anni, a eccezione del 2020 a causa del Covid. È un appuntamento molto sentito dagli appassionati. Il prossimo si terrà a Verbania nel 2023.

È difficile coltivare la pianta di camelia?

Assolutamente no, ma servono alcune accortezze. Appartenendo alle piante acidofile, occorre che il terreno sia acido, che la pianta non sia esposta in pieno sole e che la terra sia sempre umida ma non troppo bagnata, per evitare che le radici marciscano. Se coltivata in vaso, bisogna evitare il ristagno d’acqua sul fondo.

Passiamo a Villa Anelli, che cosa ci racconta?

È un giardino storico di metà Ottocento che si affaccia sul lago. Essendo su una posizione declive è stato pensato con diversi terrazzamenti, tali da consentire di percorrerlo. Ci sono molti esemplari di camelie. Alcune risalgono alla sua nascita, una ventina; tuttavia la grande coltivazione di questa pianta inizia negli anni Sessanta e Settanta, a cura di Antonio Sevesi, uomo importante nella vita di mia nonna che, con arte e passione, si dedicò al giardino. Oggi il parco della villa conta oltre 450 varietà di camelie. Alcune piante raggiungono i 6-7 metri d’altezza.

Ha una camelia preferita?

No, sono tutte splendide. A seconda dell’anno e della stagione, però, ce n’è sempre una che mi dà più soddisfazione di altre per come fiorisce.

Esiste un colore che fa da filo conduttore al giardino di Villa Anelli?

No, ci sono molti colori, che vanno dal bianco al rosso al rosa.

Qual è un colore impossibile per le camelie?

Non esistono camelie blu, mentre per quelle gialle ci stiamo lavorando. Quest’ultime sono molto particolari e delicate. Noi le abbiamo, ma le teniamo in serra a causa della loro fragilità. Una nuova specie di camelia è la Changii , che è stata ibridata con la Japonica per ottenere una fioritura della pianta anche in estate.

La fioritura della camelia non è in primavera?

Normalmente si hanno camelie a fioritura autunnale o primaverile. Ecco perché stiamo provando a coltivare questa nuova specie, così da avere anche una fioritura estiva.

Ci racconti una curiosità?

Poiché da ogni seme nasce una nuova camelia, abbiamo l’usanza che quando arriva una camelia particolare la si chiami con un nome di famiglia. Quindi c’è una camelia che ha il nome di mia nonna, Alessandra Anelli, e di mia madre Giovanna Barbara, entrambe dedicatale da Antonio Sevesi, di mia sorella Benedetta Corneo e, ovviamente, di mia moglie, Orsola Poggi dedicate da me.

Api, sentinelle dell’ambiente: l’intervista a Francesco Collura

Api, sentinelle dell’ambiente: l’intervista a Francesco Collura

Questo articolo fa parte del numero 16 di Web Garden: Il linguaggio della Natura: le api.

Web Garden ha avuto l’opportunità di intervistare Francesco Collura che, oltre ad essere un esperto apicoltore, è anche membro del Consiglio direttivo dell’Associazione Italiana Apiterapia, che studia oltre alle proprietà del miele per il benessere della persona, la possibilità di utilizzare le api per monitorare la qualità dell’ambiente.

Web Garden: Francesco come ha avuto inizio questa sua avventura ?

Francesco Collura: Fin da bambino ero affascinato dal mondo delle api. Il mio primo apiario lo realizzai a vent’anni ma solo 8 anni fa decisi di ricominciare da capo con la mia vita, trasformando una passione in un mestiere.

All’epoca lavoravo come funzionario di banca mi dimisi e aprii una azienda apistica a Cocconato d’Asti.

Tuttavia Lei non si limita a produrre e a vendere miele, vero ?

Essendo membro del Consiglio direttivo dell’Associazione Apiterapia tengo numerosi corsi sulle proprietà benefiche che hanno i prodotti dell’alveare per il benessere della persona con il supporto del dottor Aristide Colonna medico chirurgo e presidente dell’Associazione che ha lo scopo di sviluppare ricerche scientifiche. Il mio contributo è principalmente quello di esperto apistico.

Oltre che al miele la mia attenzione si è orientata soprattutto allo studio del biomonitoraggio ambientale.

Come ha avuto inizio questo studio?

Quasi per caso devo dire.

Deve sapere che a Cocconato d’Asti esiste una storica cava di gesso denominata Gesso Nosei . La cava è gestita da Saint-Gobain Italia, azienda del gruppo francese Saint-Gobain da sempre attento all’ambiente e specializzata nell’estrazione di gesso e nella produzione di cartongesso e intonaci speciali per il green building.

La cava di Gesso , certificata ambiente ISO 14001, esegue continui monitoraggi sugli indicatori ambientali.

Nel 2015 mi chiamò l’allora direttore per iniziare una collaborazione di sperimentazione su un nuovo metodo di rilevazione delle polveri diffuse, al fine di monitorare e analizzare la concentrazione dei solfati nell’ambiente all’esterno del perimetro dell’area. Il mio metodo di sperimentazione ha consentito alla società di dimostrare che la cava non produce effetti contrari alla salute anzi è un valore aggiunto per il territorio.

Quindi le api di Cocconato misurano le polveri diffuse nell’aria delle cave?

Assolutamente si, ma non solo Infatti, attuare un progetto di biomonitoraggio significa cercare di fornire una descrizione del luogo scelto dal punto di vista dei possibili agenti inquinanti. Il biomonitoraggio può essere eseguito partendo da matrici diverse e la ricerca può allargarsi a tutta una serie di inquinanti.

Possiamo dunque concludere che le api sono ottimi rilevatori ecologici.
Sono proprio le realtà industriali  ad essere maggiormente interessate a questo tipo di monitoraggio: le api ci possono dire se le politiche ambientali, che ormai sempre più aziende mettono in atto sono efficaci, osservando lo stato di benessere delle api, la qualità dei prodotti dell’alveare e l’eventuale presenza di inquinanti.

È stato complicato creare un progetto dì biomonitoraggio?

Inizialmente ho dovuto studiare chimica e tutto quello che è stato pubblicato da diversi ricercatori sull’argomento. Poi dopo avere preso contatto con diversi Atenei , ho infine creato un mio protocollo di biomonitoraggio ambientale che ha ottenuto la validazione scientifica dell’Università degli studi di Torino, Dipartimenti di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari DISAFA di Grugliasco grazie soprattutto al prezioso contributo del professor Marco Porporato del dipartimento DISAFA.

Qual è la sua ambizione?

Quella di creare una società specializzata nel biomonitoraggio ambientale con strumenti alternativi ai classici di monitoraggio.  Proporre questo strumento a tutte quelle società che attente all’ambiente lo vogliono comunicare al territorio con un linguaggio semplice e alternativo. Le Api usano un linguaggio universale comprensibile a chiunque.

Oggi gestisco sette progetti di bio monitoraggio per grandi aziende. Il mio è un progetto soprattutto di comunicazione ma supportato da evidenze scientifiche e con un protocollo validato.

Mi spiego meglio. Le aziende hanno tutto l’interesse a dimostrare che usano tutte le accortezze per tutelare l’ambiente ma a volte diventa difficile comunicarlo al territorio e alla cittadinanza. Quale metodo migliore che utilizzare a tale fine le api che come detto usano un linguaggio comprensibile a tutti “Ubi Apis Ibi Salus” dove le api lì la salute diceva Plinio il Vecchio già 2000 anni fa. Se si pensa che un solo chilo di miele è composto da oltre 10 milioni di micro prelievi, quella goccia di miele che viene analizzata, risulta veramente rappresentativa del territorio circostante la stazione di biomonitoraggio e di conseguenza si riesce ad avere un resoconto preciso dello stato di salute dell’ambiente.

Le api di un alveare infatti coprono 7-8 kmq e al giorno possono effettuare migliaia di viaggi toccando milioni di fiori. La capillarità e il raggio di azione delle api sono tali che nessun altro strumento di analisi del territorio è minimamente confrontabile.

Le matrici che possono essere usate oltre al miele sono il polline, la propoli, il pane d’api e le api stesse che con il loro corpo peloso trattengono elementi poi analizzabili. Tramite l’analisi di queste matrici è possibile scoprire la presenza nell’ambiente di metalli pesanti, di pesticidi, di radionuclidi ecc. ma soprattutto la loro non presenza consente di dimostrare l’attenzione che una azienda ha per il territorio e l’ambiente.

Stella Boglione, una contadina in riva al mare

Stella Boglione, una contadina in riva al mare

Questo articolo fa parte del numero 15 di Web Garden: Il linguaggio della Natura: le api.

Quando Stella e Marco Boglione decidono di mettere su famiglia è l’inizio del nuovo millennio, «il 1999 o giù di lì ». Il loro desiderio è una casa nel verde, magari sulla collina torinese, ma niente da fare. BasicNet, il gruppo industriale che Marco Boglione ha fondato appena quattro anni prima, ha bisogno del suo capitano. Il lavoro chiama.

Meglio vivere nella Foresteria sopra gli uffici e trasformare il tetto in un giardino. Stella, un pollice che più verde non si può e una tenacia da kamikaze (anche se è di origine cinese), realizza un primo orto urbano. In Italia non è ancora diffusa la moda green e, in Svezia, Greta porta ancora il pannolone. In tempi non sospetti, quando l’agricoltura domestica non è mainstream, Stella è una pioniera. Alle sei di mattina è avvistata sul roof garden con tuta e stivali di gomma (a marchio Superga, ça va…) a sradicare erbacce e piantare sementi.

Con l’orto arriva il pollaio, perché per Marco Boglione «il vero lusso è un uovo fresco al cucchiaio ogni mattina», e con il pollaio generazioni di pulcini che diventano galline e covano altre uova. Nel 2018 le prime tre arnie, e quindi il miele, dopo gli esperimenti con gli insetti antagonisti – che Stella utilizza su piante, fiori e verdure per evitare qualunque forma di guerra chimica ai parassiti – e una curiosa battaglia domestica per la «liberazione dei bonsai», trasformati in piante di notevoli dimensioni dentro vasi altrettanto imponenti.

Poi, la svolta: i Boglione acquistano l’isola sarda di Culuccia e Stella inizia ad amministrare l’omonima azienda agricola. La passione si trasforma in impresa, «anche se – assicura lei – più che imprenditrice sono una lavoratrice agricola. Per la maggior parte del tempo faccio la contadina. Non delego: amo tutto ciò che mi permette di stare in contatto con la natura, anche se devo alzarmi all’alba. D’altronde, la terra si bagna prima del sorgere del sole, oppure dopo il tramonto».

Mentre la intervisto al cellulare sulla sua lovestory con le api, lei attacca il viva-voce «perché sto pulendo 50 chili di bacche di ginepro con cui facciamo il gin». Nell’azienda agricola Culuccia, oltre al miele millefiori e a quello di melata, si producono ostriche, spumante Metodo Champenois e Vermentino Docg, e anche il più tradizionale tra i liquori sardi: il Mirto Bastianino, «dal nome del nostro primo asinello, che è un po’ la mascotte dell’isola».

Nell’azienda azienda agricola Culuccia, Stella Boglione produce miele millefiori, miele di melata, gin, mirto, vermentino Docg, spumante Metodo Champenois e ostriche

Nel resto della giornata a Stella non mancano altri impegni, compresa la parte burocratica di questo lavoro, «un aspetto che detesto, anche se capisco sia necessario».

Intanto sull’isola di Culuccia, nota anche come Isola delle Vacche (che peraltro stanno ritornando, selvatiche, ricominciando a riprodursi dopo anni di estinzione, ndr), è nato un Osservatorio naturalistico e un piano di turismo ecosostenibile che va consolidandosi di stagione in stagione, perché «il progetto Culuccia è creare prodotti di altissima qualità nel rispetto della Natura, oltre a rivalorizzare quest’isola dal punto di vista agricolo e turistico».

Non è raro, d’estate, vedere Stella Boglione dietro il bancone del bar Macchiamala, sull’omonima spiaggia, nei panni di cuoca-cameriera-barista. Anche se il suo più evidente successo è un vermentino che nasce – letteralmente – dal mare.

Racconta Stella: «Dal 1923 al 1996 l’unico abitante dell’isola di Culuccia fu Angelo Sanna, conosciuto come “Zio Agnuleddu”, che venne a viverci dopo aver lasciato l’ufficio postale di Santa Teresa di Gallura. Solo come un eremita, senza acqua corrente né elettricità, con l’unica compagnia di un cane e una cavalla, allevava maiali, capretti e mucche».

Negli anni Cinquanta, “Zio Agnuleddu” piantò la Vigna della Puntata (sulla punta dell’isola, ndr) con vitigni autoctoni galluresi «che abbiamo ripreso tre anni fa». Nella prima vendemmia, il 1° settembre dell’anno scorso, sono stati raccolti poco più di 2mila chili «600 dei quali sono stati messi a riposare in mare, come facevano gli Antichi Greci». Poco dopo, con l’enologo Andrea Pala (Miglior Giovane Enologo italiano 2021, ndr) Stella ha prodotto il vermentino Donna Ma’, dal nome della figlia Maria, che ha già vinto diversi premi. E, contemporaneamente, il Donna Ste’, che ha subito meritato il Docg.

Questo è accaduto, in poco più di 20 anni, alla donna che da ragazza organizzava eventi per l’Ambrosetti, che da bambina «volevo fare l’agente segreto come Nikita» e che «se tornassi indietro forse farei Medicina». Tutto attraverso un processo «molto lento e inatteso, per quanto piacevole», perché «una delle fortune più grandi è trasformare una passione nel lavoro della vita».

BASTIANINO L’asino Bastianino, mascotte dell’isola sarda di Culuccia, che dà il nome al mirto prodotto da Stella Boglione