I Fiori nella Moda

I Fiori nella Moda

Questo articolo fa parte del numero 21 di Web Garden: I fiori nella moda

Il legame fra i fiori e la moda: un rapporto inscindibile, reso irrimediabilmente intrinseco attraverso i secoli, che sono stati testimoni dell’uso dei fiori non solo per decorare magnifici tessuti da oriente a occidente, ma che in epoche più recenti li hanno visti assurgere a simbolo identificativo dei grandi fashion designer. Guardando al passato, per apprezzare la relazione fra estetica e natura, si pensi ai magnifici ramage che ricamavano gli antichi kimono giapponesi, vero e proprio patrimonio mobile delle geishe più ambite delle sale da thè dell’Impero del Sol Levante.

Oppure agli splendidi ed elaboratissimi sari delle maharani indiane, o alle sete cinesi i cui decori floreali sembravano acquarellati da mani piene di grazia. 

Nel diciassettesimo secolo, la “tulipanomania” olandese ha spaziato dalla botanica alla finanza, per finire a ridisegnare le fogge degli abiti delle signore, ispirati a quegli stessi fiori che hanno definito un intero periodo economico e culturale. La mente va poi ai tessuti riccamente decorati della Versailles del Settecento, dominata dalla politicamente inetta, ma esteticamente strepitosa regina Maria Antonietta, vera influencer ante litteram, che faceva acconciare le sue svettanti parrucche di fiori di ogni colore, sfidando caparbiamente la legge di gravità per mano del leggendario parrucchiere Monsieur Léonard.

Ma i fiori e il loro uso nell’abbigliamento non sono appannaggio solo dei potenti e delle loro mise opulente: dal Sud America al Medio ed Estremo Oriente, dall’Africa all’Oceania passando naturalmente per il nostro continente, i fiori, nella loro immediata bellezza, nella loro varietà di forme e di colori, hanno decorato e tuttora abbelliscono i tessuti più raffinati, così come quelli più semplici, perché la natura con il suo richiamo attraversa qualsiasi cultura e classe sociale: è un dono per tutti e a cui tutti sono sensibili.

Spring seamless pattern with blooming sakura, pink peonies plum branches and flying butterflies in Chinese style

Per restare circoscritti a un ambito a noi più prossimo, sia in termini geografici sia storici, si può portare la memoria alla fine del secondo dopoguerra, e al New Look di Christian Dior. Dopo anni di dolori, perdite e sacrifici, il desiderio di tornare non solo a vivere, ma di farlo con la gioia di una vera e propria rinascita, è rappresentato esteticamente dalle nuove silhouette proposte da uno dei più grandi couturier di tutti i tempi. I suoi abiti dal vitino strizzato e dalle ampie gonne ricordano le corolle, i fiori in tutto il loro splendore animano i suoi tessuti e nel 1956 nasce il primo profumo della maison: Diorissimo.

Creato dal naso René Gruau, questa essenza al mughetto, racchiusa allora in un flacone di cristallo sormontato da un tappo a forma di bouquet, è una vera e propria rivoluzione e il suo aroma diventa, e resta tutt’oggi, il simbolo della casa. La relazione fra Dior e i suoi fiori perdura nel tempo e non viene mai abbandonata, ma anzi esaltata, dai diversi creativi che si sono alternati alla sua direzione: basti ricordare le mirabolanti collezioni di John Galliano, ulteriormente abbellite dal trucco scenografico di Pat McGrath, e ammirare quelle odierne e certamente più minimali di Maria Grazia Chiuri. 

Molti sono i designer che si sono identificati e quasi appropriati di un loro fiore distintivo. Mademoiselle Chanel ha la sua camelia: bianca, pura, perfetta, ma semplice e composta, come l’immagine della donna emancipata ed essenziale che ha portato in vita. Le sue camelie sono poi state ulteriormente sublimate dai raffinatissimi gioielli di Fulco da Verdura, per poi essere riprese e declinate in un’infinità di variazioni nel periodo di reggenza presso Chanel del grandissimo e compianto Karl Lagerfeld.

Per il nostro Valentino Garavani è sempre stata la rosa, e tutt’ora questo fiore campeggia nelle collezioni di Pier Paolo Piccioli che interpreta il nuovo Valentino senza dimenticarne la simbologia originaria. E se la rosa sta a Valentino come il mughetto a Dior e la camelia a Chanel, la margherita dalle forme fanciullesche è il simbolo di Marc Jacobs, un designer che, sebbene sia nato come interprete del più distruttivo grunge, non ha tuttavia rinunciato a questo fiore pieno di allegria e spensieratezza. Altrettanto giocose sono le margherite ridenti dell’artista Takashi Murakami, che con i suoi disegni da manga giapponese ha rivoluzionato l’estetica della classicissima pelletteria di Louis Vuitton: una collaborazione che ha rappresentato un punto di rottura e di estrema innovazione nel modo di percepire le vecchie signore, talvolta forse un po’ polverose, della moda.

Close-up view of Indian woman fashion and traditional wear sarees in shop display

E per quanto la relazione fra fiori e moda sia tanto ricca da rendere davvero impossibile citare tutti i meravigliosi risultati che questo amore reciproco ha prodotto e continua a produrre, si pensi a Erdem, i cui abiti sembrano giardini fioriti, a Oscar de La Renta e i suoi look da uptown Manhattan, ai limoni siciliani di Dolce e Gabbana, ai prodigi quasi architettonici di Roberto Capucci, il cui plissé soleil si espande come se desiderasse sbocciare, alle creazioni più concettuali di Viktor e Rolf, fino all’exploit dell’irriverente Jeremy Scott, che nel 2018 per Moschino ha mandato in passerella la statuaria Gigi Hadid fasciata come un vero e proprio bouquet. Fiori sugli abiti, abiti a forma di fiori, fiori nei capelli, sulle scarpe, sulle acconciature e nei gioielli, con il fine ultimo di esaltare il contenuto: il fiore più prezioso, la donna.

Boschi e Foreste, la Pelliccia della Terra

Boschi e Foreste, la Pelliccia della Terra

Questo articolo fa parte del numero 26 di Web Garden: i Boschi

Taci. Su le soglie

del bosco non odo

parole che dici

umane; ma odo

parole più nuove

che parlano gocciole e foglie

lontane.(Gabriele D’Annunzio – La pioggia nel pineto)

Se questa poesia restituisce come nessuna la magia e la sensualità del bosco tanto che pare di coglierne l’umidità, i silenzi e il fruscio delle foglie, la premessa – mestamente prosaica ma assolutamente necessaria – è che per parlare di boschi e farlo in maniera esaustiva, un editoriale non basta. Tante sono infatti le considerazioni da fare su questo argomento quanti i punti di vista dai quali lo si può affrontare, poiché i boschi sono natura e ambiente, ecologia, ma anche economia, pedagogia, pittura, scienza, medicina, e poi cultura, sociologia, salute, alimentazione, poesia…

Rifugio, luogo oscuro, spazio magico; nei boschi ci immergiamo fin da bambini (ahinoi, per poi dimenticarcene) grazie al fatato mondo delle favole che dei boschi fa dimora di animali fantastici o temibili, folletti e fate. Esso simboleggia un luogo inviolato e misterioso che invita all’esplorazione, al superamento del limite, al confronto con le proprie paure. 

Ma foreste e boschi diventano paesaggi culturali quando guidano l’ispirazione di artisti e poeti. I grandi maestri dell’arte da secoli si sono lasciati sedurre dalla loro malìa, come quello di Fontainebleau che, verso la metà dell’Ottocento, ha ispirato profondamente la famosa Scuola di Barbizon che amava dipingere alberi e panorami di questo luogo ai piedi di Parigi. Ma ancora prima, verso la metà del Seicento, ritroviamo boschi e foreste nei paesaggi ideali di Claude Lorrain o nel naturalismo pittorico di John Constable, che tra la fine del 700 e l’inizio dell’Ottocento fa dei boschi preziosi elementi nei suoi ritratti di paesaggi inglesi. 

Le piante rappresentano circa l’80% della biomassa del pianeta e boschi e foreste, che con un po’ di fantasia potremmo immaginare come la “pelliccia della terra”, ospitano più o meno 60.000 specie diverse di alberi; ma che cos’è un bosco? 

Early morning in the green summer forest

Secondo la legislazione ambientale italiana si definisce bosco un territorio che occupa almeno 2.000 metri quadrati con una larghezza minima di 20 metri e i suoi alberi devono raggiungere un’altezza di almeno 5 metri. 

Una foresta, invece, è un territorio molto più vasto, incolto e selvaggio, che deve raggiungere quantomeno i 10.000 m². 

In ogni caso gli ecosistemi forestali sono una componente fondamentale del capitale naturale mondiale e per quanto riguarda l’Italia sono l’infrastruttura verde più importante, pari ad una superficie di 11.054.458 ettari che copre quasi il 37% del territorio nazionale.

A livello mondiale, come ci ricordano le Nazioni Unite – che hanno proclamato il 2011 Anno Internazionale delle Foreste e il 25 marzo Giornata Internazionale delle Foreste – queste rivestono il 31% delle terre emerse e oltre 1,6 miliardi di persone vi fanno affidamento per guadagnarsi da vivere. 

Nel 2019, secondo il Rapporto Foreste 2022 di Legambiente, per la prima volta dopo secoli, il territorio nazionale ricoperto da boschi ha superato quello impiegato a fini agricoli e l’Italia è diventato un paese forestale senza averne contezza. Negli ultimi 80 anni infatti si è assistito ad un triplicarsi della superficie forestale italiana complessiva per via dell’abbandono di gran parte delle terre agricole nelle aree più svantaggiate, ma anche grazie ad una gestione conservativa del patrimonio forestale in applicazione di una norma stringente a tutela degli ecosistemi boschivi italiani che sono tra i più diversificati d’Europa, con una straordinaria rilevanza ecologica e ambientale. 

Le nostre faggete, i boschi di rovere, roverella e farnia, le cerrete e i castagneti, le leccete, così come i boschi di abete rosso e i carpineti, rappresentano il nostro tesoro verde, un unicum straordinario risultato di profonde trasformazioni territoriali e  socio-economiche avvenute nel corso dei secoli; elementi identitari molto forti non solo del nostro paesaggio ma anche della nostra cultura e della nostra storia. 

Tuttavia all’aumento dei valori ecologici attribuiti ai boschi italiani, non è sempre corrisposta un’uguale consapevolezza sociale, il che li espone ad eventi estremi sempre più frequenti, come testimonia tristemente la cronaca degli ultimi anni, dalla  tempesta Vaia dell’ottobre 2018 che distrusse la pregiata foresta dei violini a Paneveggio agli incendi o alle trombe d’aria che ogni anno devastano le foreste. Eventi sempre più distruttivi che indeboliscono la struttura del bosco compromettendone la capacità di controllo del dissesto idrogeologico e causando al contempo un danno ambientale ulteriore e “nascosto” se si tiene presente che un bosco nel suo processo di crescita assorbe ogni anno circa 12 tonnellate di CO2 per ettaro. Per comprendere meglio questo dato basta pensare che se si abbatte un tiglio di 100 anni, per avere lo stesso apporto di ossigeno si dovranno piantare circa 2000 tigli.

Boschi e foreste sono infatti immense “fabbriche” per la produzione di ossigeno, fondamentali dunque per la sottrazione di anidride carbonica e quindi oggi più importanti che mai. Ma un bosco non è solo ciò che si vede, anzi, è soprattutto ciò che non si vede: sotto le chiome degli alberi, il suolo e innumerevoli microorganismi svolgono un ruolo fondamentale per la salute del bosco stesso perché, in un infinito ciclo di nascita e morte, rappresentano un costante rigeneratore della vita, con tronchi e foglie in decomposizione e la presenza di nicchie ecologiche fondamentali per molte specie animali. Insomma, sotto la canopia c’è un mondo a sé, un microcosmo brulicante che permette alla piante di vivere e riprodursi contribuendo allo stoccaggio del carbonio. 

Ma non solo.

green forest

I boschi fanno molto di più; contribuiscono al ciclo dell’acqua e prevengono gli smottamenti del terreno. Difatti liberano vapore acqueo per poi accumularlo lentamente attraverso il filtraggio delle chiome e del sottobosco. Inoltre una foresta in ottima salute è anche perfettamente in grado di prevenire lo scorrimento superficiale delle acque e il dilavamento del suolo. Il fogliame fitto e denso poi, riesce a catturare forti quantità di pioggia torrenziale e a diminuirne la forza al suolo, riducendone quindi l’impatto devastante ed evitando o contenendo lo scivolamento del terreno e quindi le frane. La stessa cosa fanno le radici, non semplici apparati nutrizionali ma vere e proprie “dita” che àncorano la pianta al terreno rendendo quest’ultimo più compatto e stabile. L’enorme potere degli alberi di un bosco nell’impedire l’erosione del suolo sta proprio nella complessa interazione fra la chioma, i vari strati delle piante più basse del sottobosco fino ai funghi, ai muschi e alle invisibili parti in decomposizione, per arrivare infine, al fondamentale rapporto suolo-radici.

Ma perché tutto ciò si formi occorre molto tempo e l’intervento disastroso dell’uomo lo compromette profondamente, degradando quell’ecosistema che, forti del nostro errato antropocentrismo, continuiamo a pensare come altro da noi.

Le piante sono una forma di vita differente. Complessa e fondamentale. 

Gli studi più moderni, quelli degli scienziati di fama mondiale Suzanne Simard e  Stefano Mancuso per intenderci, hanno riscritto uno dei paradigmi della teoria evoluzionistica, quello secondo cui era la competizione fra le piante a modellare le foreste. Le ricerche di Simard e Mancuso invece hanno stabilito l’esatto contrario, ovvero che è la collaborazione fra le piante a garantire la vita di un  bosco e che una foresta naturale è un unico organismo, una grande società, antica ed intricata, costituita da una rete di alberi connessi fra loro direttamente, attraverso le radici, come a tenersi per mano a centinaia. Una relazione attraverso la quale le piante si scambiano acqua, elementi nutritivi ed informazioni sull’ambiente. Un mondo affascinante ed incredibile che fa di una passeggiata in un bosco molto ma molto di più che una semplice scampagnata.

Le piante sono capaci di cose straordinarie che a fatica riusciamo a ricondurre ai vegetali: sono capaci di cure parentali. Quando un seme cade a terra in una foresta, prima di arrivare ad una altezza tale che gli consenta la fotosintesi passano ovviamente molti anni e, ci dicono gli esperti, qui entrano in gioco proprio le cure parentali. In quegli anni l’alberello viene alimentato dagli alberi adulti che, attraverso le connessioni radicali, gli forniscono zuccheri e il nutrimento necessario per crescere. 

Ma non solo gli elementi nutritivi, anche carbonio, segnali di allarme ed ormoni transitano da una pianta all’altra attraverso i circuiti sotterranei. I segnali di allarme chimico generati da un albero preparano gli altri al pericolo e se un albero sta per morire può anche lasciare la sua quota di carbonio in eredità ai vicini. 

La Simard, in trent’anni di ricerche ha scoperto che i fili fungini collegano tra di loro quasi tutti gli alberi di una foresta, anche se sono di specie diverse. Le sue ultime ricerche suggeriscono che queste reti sono presenti anche nelle praterie, nella tundra come nella macchia, insomma ovunque ci sia vita terrestre. Collaboratori simbiotici che uniscono tutte le terre del pianeta in immense reti viventi di dimensioni e complessità inimmaginabili. 

Ma non è tutto qui, perché il bosco ci cura. 

Non solo per il fatto che moltissimi principi attivi delle nostre medicine sono di origine vegetale, ma perché l’immensa energia di un bosco può alleviare molti nostri malanni, quali ansia, ipertensione ecc, come insegna la Forest Terapy o Forest Bathing o se preferite lo Shinrin-Yoku, ovvero l’immergersi nei boschi. Si tratta di una pratica che ha preso piede in Giappone negli anni 80 per poi diffondersi in Occidente, dopo che si sono manifestati i suoi effetti benefici sulla salute. Comunque la vogliate chiamare, una immersione totale nella natura, può diventare un’esperienza globale che sollecita i cinque sensi con una apparentemente semplice camminata fra gli alberi. Questa pratica ci educa all’ascolto dei suoni di un bosco, alla capacità di respirarne i profumi, ad osservare le variazioni della luce che filtra tra i rami e, soprattutto, alla sensibilità necessaria per stabilire il contatto con la terra. Perché, com’è ormai ampiamente dimostrato, essere in armonia con la natura permette al sistema nervoso di riequilibrarsi, rafforza le difese immunitarie, abbassa la frequenza cardiaca, aumenta la capacità di concentrazione e la memoria.

Come può una foresta fare tutto questo? Secondo il Professor Qing Li, immunologo e uno dei massimi esperti al mondo di medicina forestale che da quasi trent’anni si occupa di Shinrin-Yoku, tutto ciò è possibile grazie ad un insieme di fattori: innanzi tutto i nostri sensi sono in grado di generare effetti terapeutici. Suoni, colori, sapori, sensazioni e odori ci influenzano profondamente. L’olfatto in particolare è molto potente ed è in grado di trasmettere sensazioni e stati d’animo, come dimostra la diffusione dell’aromaterapia. Inoltre in una foresta l’aria ha una maggiore concentrazione di ossigeno ed è ricca di fitoncidi ovvero gli oli naturali che fanno parte del sistema di difesa e di comunicazione degli alberi. Oli essenziali dunque che attraverso l’olfatto agiscono sui nostri sistemi nervoso e vascolare e sono in grado di prevenire o curare lo stress psico-fisico.

Dunque da Cappuccetto Rosso in poi il bosco diventa il luogo dell’esperienza, del perdersi e del ritrovarsi e oggi più che mai del fermarsi, uno degli atti fondamentali della vita, per guardare finalmente dentro noi stessi.  

Grazie alla conoscenza e al rispetto, l’immersione totale nella natura ci insegna nuovamente a respirare e ad ascoltare, curandoci lesioni dell’anima che magari avevamo appena intravisto. 

E allora, se teniamo presente tutto questo, la nostra prossima escursione in uno bosco avrà certamente un’altra consapevolezza. 

La botanica fantastica e i vegani nel Medioevo

La botanica fantastica e i vegani nel Medioevo

Questo articolo fa parte del numero 19 di Web Garden: La Botanica Fantastica

Nella sezione Beinecke dedicata ai codici rari, al numero d’inventario MS 408, la Biblioteca dell’Università di Yale custodisce «il libro più misterioso del mondo». Nessuno è ancora riuscito a decifrarlo, e a Yale i sapienti non mancano. Il Manoscritto Voynich – questo il suo nome – è il testo più celebre e oscuro di Botanica Fantastica, ma non l’unico.

Redatto su pergamena di vitello tra il 1404 e il 1438, ha acceso la fantasia di scrittori, filologi e complottisti, ed è stato protagonista in un episodio del fumetto italiano Martin Mystère (1982). Nessuna ipotesi o trama, però, ha mai sciolto l’enigma dei 113 disegni di piante sconosciute illustrate a colori nel codice, né delle loro descrizioni, annotate in un idioma che non appartiene ad alcun sistema alfabetico a oggi classificato. Ci sono radici e infiorescenze che, s’ipotizza, fossero materia ghiotta per gli alchimisti – mestiere molto in voga nel Medioevo – ma dove crescessero e a cosa servissero, chissà.

Come non bastassero le 60.065 specie di piante reali censite dalla Botanic Gardens and Plant Conservation, o le 391mila varietà calcolate nel mondo dai ricercatori britannici dei Royal Botanic Gardens, la tradizione delle piante immaginarie, mai catalogate in un vero erbario, è antica e corposa.

Nel 1330, nella relazione di un viaggio in Oriente, frate Odorico da Pordenone descrive una pianta che, al posto del fiore, genera un agnello. L’animale se ne sta lì, in punta allo stelo come uno stilita sulla colonna, attaccato a un cordone ombelicale flessibile che gli permette di chinare il muso a terra e nutrirsi d’erba. Si chiama Barometz e si trova già in Erodoto (442 a.C.), Theophrastus (306 a.C.) e Plinio il Vecchio (77 d.C), mentre nel Talmud compare con il nome di Jeduah. Pochi anni dopo, lo scrittore-viaggiatore John Mandeville ne conferma l’esistenza (1355) e se ne nutre con gusto perché «la carne sa di pesce e il sangue di miele».

L’Agnello vegetale di Tartaria – dal nome arcaico della regione dell’Asia dove se ne attestava la presenza – diventa così famoso che chiunque passi tra il Mar Caspio e gli Urali ne incontra uno: il diplomatico austriaco Sigismund von Herberstein (1549), il cartografo francese Guillaume Postel (1552), lo scienziato napoletano Giambattista Della Porta (1591), il poeta ugonotto Guillaume de Salluste Du Bartas (1578).   

La cultura occidentale risponde per le rime. Non sia mai che solo l’Oriente produca meraviglie. Nel 1188, l’ecclesiastico gallese Giraldus Cambrensis s’imbatte in un albero, tipico delle coste irlandesi, da cui germogliano anatre. Pochi anni dopo, le Bernacae o Anatre Vegetali d’Irlanda vengono descritte anche dal frate domenicano Vincent de Beauvais. Il mondo religioso è deliziato. Le Bernacae iniziano a spuntare ovunque: in quanto vegetali, si possono mangiare anche in Quaresima. Dirime la questione papa Innocenzo III, che nel 1215 stabilisce l’astinenza da ogni tipo di carne, di qualunque origine. E così sia. Ma le leggende sono dure a morire. Nel 1605 il botanico francese Claude Duret pubblica a Parigi la sua Histoire admirable des plantes et des herbes, classificando specie di alberi che partoriscono animali: le foglie caduche che toccano l’acqua diventano pesci; quelle che finiscono al suolo, uccelli marini.

La Botanica Fantastica sopravvive ai secoli e ai negazionisti. Nel 1981 l’artista romano Luigi Serafini pubblica il Codex Seraphinianus, composto – come il Manoscritto Voynich – in una lingua inventata. Per Italo Calvino è «l’enciclopedia di un visionario»: benché figlio di un agronomo e di una botanica, lo scrittore italiano è niente affatto scandalizzato dall’improbabile flora disegnata nel libro, né dalle piante con nomi indecifrabili e forme che sfidano il buonsenso della fisica.

Gli fa eco, nel 1976, il pittore statunitense Leo Lionni, che pubblica per Adelphi La botanica parallela, con 23 illustrazioni e 32 tavole fuori testo che descrivono piante fantastiche con il rigore di un trattato scientifico. Un esercizio di fantasia che riscopre l’appetitosa carne medievale del Barometz, garantita vegetale al 100 per cento.

Per la gioia di tutti i vegani.

Boschi sommersi

Boschi sommersi

Questo articolo fa parte del numero 25 di Web Garden: Praterie sommerse

Sotto la superficie degli oceani si cela una magnifica biodiversità, dove i raggi del sole filtrano attraverso l’acqua per portare nutrimento ad un ecosistema unico, quello dei boschi sommersi di alghe.

Questi incredibili paesaggi sottomarini, dominati da una cospicua diversità di specie di vegetali, giocano un ruolo fondamentale nel mantenere la salute del nostro pianeta e nel garantire la sussistenza alle innumerevoli specie sottomarine.

Web Garden vi condurrà nell’affascinante mondo dei giardini subacquei, esplorando il loro apporto ecologico, le specie che lo abitano e le minacce che affrontano a causa dei cambiamenti climatici.

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Il polmone verde delle foreste sommerse è costituito dalle alghe kelp, che rappresenta uno degli habitat più produttivi e biodiversificati del pianeta Terra.

Così come le loro corrispettive terrestri, queste foreste marine servono a far respirare gli oceani, e attraverso la fotosintesi producono una porzione significativa dell’ossigeno totale necessario alla vita. Le alghe kelp sono una specie di marcroalghe marrone e costituiscono il primo abitante di questo ricco ecosistema acquatico.

Queste alghe svettano dalle profondità dei fondali fino a raggiungere enormi altezze, creando così delle strutture verticali che vanno a costituire un complesso habitat tridimensionale che ospita una moltitudine di organismi.

La biodiversità delle foreste sommerse è davvero stupefacente. Questi regni nascosti nella profondità dei mari sono abitati da specie di forma e dimensione tanto varie da spaziare dal micro plancton ai grandi predatori. L’intricata struttura delle alghe kelp consente ai piccoli pesci di rifugiarsi dalle specie carnivore, e a queste un fertile terreno di caccia.

Uno degli abitanti di questi regni sono le lontre. Questi giocosi mammiferi sono noti per arrotolarsi nelle alghe kelp durante il sonno, così da non essere trascinati via dalla corrente. Le lontre a loro volta giocano un ruolo vitale nel mantenere la salute dei boschi di kelp: ghiotte di ricci marini, impediscono che la loro popolazione si accresca eccessivamente e che decimi il letto algoso, il che porterebbe a conseguenze nefaste per tutto l’ecosistema subacqueo. 

Le foreste di kelp hanno un effetto positivo di cui anche noi beneficiamo. Hanno infatti il compito di immagazzinare grandi quantità di anidride carbonica, contribuendo a mitigare le variazioni climatiche. Così come i boschi emersi, quelli sommersi giocano il compito di regolatori climatici grazie allo stoccaggio del carbonio nella loro biomassa.

Nonostante il loro ruolo fondamentale all’interno dell’ecosistema, anche le praterie sottomarine sono soggette ad una moltitudine di minacce che deriva direttamente dal comportamento dell’uomo. L’innalzarsi delle temperature dell’acqua, diretta conseguenza del surriscaldamento climatico, impatta duramente sull’equilibrio di questo ecosistema.

Mari troppo caldi conducono ad un impoverimento di alghe kelp, e una maggiore acidità dell’acqua influisce negativamente sulla loro capacità di costruire la loro propria struttura di carbonato di calcio. Anche la pesca intensiva reca un danno sostanziale a queste preziose alghe.

L’impoverimento di specie essenziali come le lontre ed i pesci erbivori innesca una reazione a catena che porta al degrado dell’ambiente erboso sottomarino. Pertanto è fondamentale che vi siano sforzi espliciti e concertati per preservarne l’integrità, implementando regole per una pesca sostenibile, stabilendo oasi marine protette ed in generale stimolando la consapevolezza alla preservazione di questi tesori tanto fondamentali sotto come sopra la superficie dei mari.

I boschi sommersi sono fondamentali non solo per la loro intrinseca bellezza, ma per il contributo che nel perfetto equilibrio della Natura ogni elemento porta all’assoluto del sistema. Questi ambienti ricchi di vita e generatori di vita, parte di un ecosistema ricchissimo e complesso ed abitati da moltissime specie animali, richiedono la nostra attenzione e la nostra cura per il benessere della vita sottomarina e per l’equilibrio delle specie terrestri, inclusa la nostra. Salvaguardarne il futuro diventa quindi non solo una responsabilità, ma una necessità che si deve al pianeta ed alle generazioni che lo erediteranno.

Vita senz’acqua

Vita senz’acqua

Questo articolo fa parte del numero 24 di Web Garden: I fiori del deserto

Il cambiamento climatico ed il surriscaldamento globale sono realtà ormai incontrovertibili con cui tutti noi stiamo già purtroppo facendo i conti. Alla luce di un futuro in cui l’economia dell’acqua avrà sempre maggiore rilevanza nelle nostre vite, Web Garden vi propone un excursus non solo fra le piante che più o meno notoriamente si sono adattate a climi aridi, ma anche fra le nuove tecniche di giardinaggio, note come dry gardening, che consentono di creare spazi verdi utilizzando solo un minimo di risorse idriche senza privarsi del piacere di circondarsi di natura.

Le prime piante che sorgono alla mente come maestre nella capacità di sopravvivere senz’acqua sono le succulente, impropriamente conosciute come piante grasse, fra cui i cacti sono una delle varietà più note. Queste specie si sono adattate ad ambienti ostili sviluppando speciali tessuti, i parenchimi acquiferi, che consentono loro di immagazzinare enormi quantità d’acqua durante le piogge, per rilasciarla ad hoc durante i peridi di siccità facendo in modo che i liquidi migrino ai vari distretti della pianta che ne hanno bisogno.

Questa proprietà conferisce alle piante l’aspetto carnoso della loro struttura, che può assumere forme sferiche, colonnari, appiattite o a rosa. Tra le moltissime specie possiamo ricordare l’aloe, il fico d’india, la corona di cristo con i suoi fiori rosa acceso, il peyote, l’agave ed anche l’orchidea phalenopsis aphrodite.

Vi sono delle piante invece che possono sopravvivere in totale assenza di acqua, completamente autonome e, per così dire, autarchiche, come la Tillandsie, della famiglia delle Bromeliacee. Note come “figlie del vento”, ve ne sono oltre cinquecento varietà. Esse sono in grado di assorbire l’umidità dell’aria attraverso squame presenti sulle loro foglie chiamate tricomi. Non richiedono né terra né acqua, necessitano solo di luce e calore e possono crescere perennemente rigogliose.

L’unico accorgimento per mantenerle in vita è quello di vaporizzarle quando l’umidità dell’aria discende sotto la soglia del 30%.La falsa rosa di Gerico poi fa parte di quella particolarissima varietà di piante nota come “piante della resurrezione”, di cui nel mondo vi sono circa 330 specie conosciute. Originaria del deserto di Chihuahua fra Messico e Stati Uniti, ha imparato a resistere alla siccità estrema in un modo del tutto unico rispetto alle altre specie, che sopravvivono modificando il loro metabolismo o cercando di trattenere quanti più liquidi sia loro possibile.

La Selaginella lepidophylla, questa la sua nomenclatura linneana, si lascia seccare fino quasi a morire, tanto da riuscire a resistere a un’umidità del terreno quasi inesistente (fino al 5%). Quando la terra torna a bagnarsi, anche dopo molto tempo dal suo appassire, la pianta si reidrata e recupera perfettamente tutte le sue funzioni.

Tillandsia (Air Plant) Trees for home and garden decoration and places, Indoor garden ideas. Close up.

Per fare fronte alla necessità di ripensare le tecniche di giardinaggio in maniera più sostenibile rispetto alle sfide che sempre più chiaramente le nuove condizioni climatiche impongono alle nostre esistenze, vi è oggi la tendenza al dry gardening, ossia alla ricerca di creare giardini con quelle varietà che richiedono poca irrigazione, e che hanno pertanto anche l’ulteriore vantaggio di imporre una bassissima manutenzione, consentendo un risparmio sia di risorse che di energie e tempo di cura.

Queste nuove tecniche prendono il nome di xeriscaping, un nuovo termine coniato dal greco “xeros” (asciutto) e dall’inglese “landscaping” (paesaggismo). Si tratta di ripensare alla concezione degli spazi verdi con l’intento di creare degli ecosistemi quasi autosufficienti, che richiedano per esempio anche solo un paio d’irrigazioni l’anno. La scarsità d’acqua ha il beneficio anche di rallentare la crescita delle piante, che avranno quindi minore necessità di essere potate, e di ridurre nutrimento alle infestanti.

Non è nemmeno necessario guardare troppo lontano per trovare le varietà adatte al nostro giardino asciutto: la flora mediterranea si è perfettamente adattata nei secoli ad un clima piuttosto arido, come quello costiero e meridionale presente nel nostro Paese. Sono moltissime ad esempio le piante aromatiche adatte a questo scopo, come il rosmarino, la salvia ed il timo, o gli alberi dai profumatissimi fiori tipici del nostro territorio, come l’oleandro ed il corbezzolo, le graminacee ornamentali come la nassella tenuissima, l’erba dai capelli blu, oppure il penniseto. Si può pensare di giocare sulle cromie del grigio delle varie specie di artemisia, o di sbizzarrirsi fra i colori variopinti della gazania e la lantania.

Queste piante si sono già dimostrate capaci di adattarsi a condizioni estreme, e così come ci insegna ancora una volta Madre Natura, sarà nostro compito fare lo stesso.

Memorie Olfattive

Memorie Olfattive

Questo articolo fa parte del numero 23 di Web Garden: Essenza d’estate

Sento nell’aria il profumo dell’ambra ed immediatamente, senza nemmeno accorgermene, mi guardo intorno per cercare mia madre. Un certo tipo di brillantina per capelli, e tutto d’un tratto mi rivedo bambina mentre da sotto in su, un po’ intimorita, osservo mio nonno ordinato, elegante e sento su di me il suo sguardo fiero ed accigliato, grigio come il metallo.

Il borotalco mi porta quasi a percepire di nuovo fra le dita la carne tenera dei miei figli da piccoli, quando sul fasciatoio mi attardavo a mordicchiarli e posavo il naso fra le loro pieghe mentre li vestivo, per inspirare il più a fondo possibile tutta la loro innocente essenza di esseri nuovi.

Il tempo non sembra più esistere, i ricordi affiorano vividi, reali, pervasivi e le immagini, le sensazioni, mi immergono completamente in una sorta di presente alternativo.

È proprio così che funziona la memoria olfattiva, quella specifica abilità che hanno gli odori di risvegliare in noi ricordi ed emozioni non edulcorati dal tempo. Il senso più potente ed arcaico di cui siamo provvisti, l’olfatto si sviluppa già nei primi mesi di gestazione, per permettere al feto di riconoscere la propria madre.

E poiché l’area del cervello che elabora questo tipo di informazioni è collegata al sistema limbico, l’esperienza olfattiva è intrinsecamente connessa alle nostre emozioni, attraverso l’amigdala, ed alla nostra memoria, attraverso l’ippocampo.

Tale è la potenza evocativa che gli odori esercitano su di noi, che uno studio della Rockfeller University di New York ha dimostrato che le persone ricordano il 35% di quanto annusano, rispetto al 5% di quanto vedono, al 2% di quanto sentono e all’1% di quanto toccano. Non solo, ma ulteriori studi nel campo del neuromarketing hanno evidenziato che il 75% delle nostre emozioni è scaturita proprio dai profumi.

Questo tipo di reazione, involontaria e potentissima, è la più istintiva e la meno mediata dalla realtà di quelle scaturite dai nostri sensi ed è nota anche come sindrome di Proust, dal celeberrimo e poetico passaggio tratto dalla “Ricerca del tempo perduto” in cui l’autore non solo si abbandona, ma anche ritrova sé stesso attraverso il ricordo delle madeleine della sua infanzia:

“E subito, meccanicamente, oppresso dalla giornata uggiosa e dalla prospettiva di un domani malinconico, mi portai alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato che s’ammorbidisse un pezzetto di madeleine. 

Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, isolata, staccata da qualsiasi nozione della sua casa. Di colpo mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, quell’essenza non era dentro di me, io ero quell’essenza.”

La poesia e la letteratura forniscono gloriosi esempi del potere evocativo dei profumi. Ricordiamo le opere sinestetiche de “I fiori del male” di Baudelaire, in cui il poeta stimola il lettore attraverso la sollecitazione contemporanea di sensi diversi come in questo passaggio di “Corrispondenze”: 

“Vi sono profumi freschi come carni di bambini, / dolci come oboi, verdi come prati, / – e altri, corrotti, ricchi e trionfanti, // che hanno l’espansione delle cose infinite, / come l’ambra, il muschio, il benzoino e l’incenso, / che cantano i trasporti dello spirito e dei sensi.”

Oppure il celebre romanzo dell’autore tedesco Patrik Suskind, “Il profumo”, in cui il protagonista è privo di un suo proprio odore, ma dotato di un olfatto straordinario attraverso il quale, perversamente, cerca di fondersi con il resto dell’umanità: 

“Gli uomini possono chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all’orrore, e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non possono sottrarsi al profumo. Poiché il profumo è fratello del respiro. Con esso penetrava gli uomini, a esso non potevano resistere, se volevano vivere.”

E per finire, come non ricordare una delle frasi più celebri del premio Nobel per la letteratura, Gabriel Garcia Marquez: “Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati”, da “L’amore ai tempi del colera.”