I Giardini Esoterici

I Giardini Esoterici

Questo articolo fa parte del numero 31 di Web Garden: I Giardini Magici

La natura è tradizionalmente ispirazione e strumento del mago, dell’alchimista, dello studioso di esoterismo, che da millenni analizza e misura i cicli ed i ricorsi dell’Universo per trovarvi una connessione metafisica con il divino. Quale luogo quindi si presta meglio a questo connubio fra eterico e materico se non il giardino?

Oasi non solo di contemplazione, ma mappa su cui disegnare precisi percorsi spirituali per l’estasi dell’iniziato e per il piacere del novizio. In Italia ve ne sono diversi, con differente genesi ed altrettanto diverso scopo, ma tutti incredibilmente affascinanti. 

Seguendo un ordine del tutto casuale, Web Garden vi porta alla scoperta dei tre fra i più emozionanti percorsi estetici e spirituali del nostro territorio. Possiamo cominciare con l’opera recente del Giardino dei Tarocchi, ideato nel 1979 dall’artista franco-americana Niki de Saint Phalle. Situato nei pressi di Capalbio, in provincia di Grosseto, è uno degli esempi di arte ambientale più importanti d’Italia. Immerse in quasi due ettari della maremma, si stagliano le ventidue ciclopiche sculture, di una dimensione che varia dai 12 ai 15 metri, che raffigurano gli arcani maggiori del mazzo dei tarocchi.

Bomarzo

Prendendo l’iconografia di questi archetipi, l’artista la rielabora trasformandola in forme sinuose, dai colori intensi, dalle involuzioni rotonde, tra il grottesco e l’erotico. Imponenti e quasi ipnotiche, queste statue, così come gli arcani a cui si riferiscono, raccontano del passaggio dell’anima in terra e di tutte le sue vicissitudini lungo questo viaggio di conoscenza ed introspezione di se stessi e della natura umana. Per preservare questo prezioso luogo, le visite sono limitate, e si svolgono esclusivamente fra aprile ed ottobre.

Si trova invece nella Tuscia viterbese il Sacro Bosco di Bomarzo, realizzato nella seconda metà del Cinquecento da Pier Francesco Orsini, detto Vicino. Si dice che l’incredibile progetto fu opera dello stesso Orsini, anche se alcuni hanno attribuito il lavoro al Vignola o Pirro Ligorio, molto attivi all’epoca. Il parco, noto anche come “giardino dei mostri” è caratterizzato da enormi sculture e strutture in pietra basate su conoscenza misteriche, riconducibili al testo “L’Idea del Theatro” di Giulio Camillo del 1550, in cui l’autore, a cui si sarebbe ispirato il principe Orsini, esprime la sua idea sulla costituzione del cosmo.

In questo luogo i visitatori sono portati a compiere un cammino iniziatico partendo dal punto più basso del giardino, per poi attraversare una selva – simbolo della materia – che conduce verso un cammino di conoscenza e salvezza articolato in tre livelli che rappresentano il mondo, la terra e l’occhio.

Il percorso culmina con il simbolico abbandono della struttura fisica e il ricongiungimento al divino. Il parco nel corso dei secoli cambiò più volte di proprietà, suscitando sempre un grande interesse fra gli studiosi e gli intellettuali. Anche nel corso del ‘900 furono numerosi gli artisti che vi si dedicarono e che vi diedero il proprio contributo, fra questi Salvador Dalì, Michelangelo Antonioni, Paolo Portoghesi e Marcel Duchamp.

Ha un impianto invece del tutto alchemico il giardino fiorentino di Boboli, che accoglie ben 800.000 visitatori l’anno e che dal 2013 è patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Il giardino è stato voluto e concepito sotto l’egida medicea e fu acquisito ed ampliato da Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I. Dal cortile dell’Ammannati inizia un percorso allegorico-alchemico con le due fontane del Carciofo e di Mosè, poste simmetricamente una sull’altra a rappresentare il principio espresso nella tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto “come in cielo, così in terra, come sopra, così sotto”. Si prosegue poi con una serie di simboli astrologici ed alchemici voluti da Cosimo I e dal figlio Francesco, che conducono all’ascesa verso il teatro con un grande obelisco egizio e la statua dell’Abbondanza.

Da qui si prosegue verso il “Viottolone” che porta alla vasca in cui prima dell’odierna scultura di Oceano vi era posta una Venere, custode dei “pomi d’oro” che erano non solo i simboli dello stemma mediceo, ma anche il frutto di cui poteva godere chi aveva compiuto il percorso interiore dell’iniziato. 

Discendere nella terra e risalire con il frutto della conoscenza, questo lo scopo dell’alchimista alla ricerca della verità come nell’antico acronimo VITRIOL: “Visita interiora terrae rettificando invenies occultum lapidem”: visita l’interno della terra e sulla retta via troverai la pietra nascosta, dove la pietra nascosta, o filosofale, rappresenta la congiunzione al divino.

E  dove meglio di un giardino per liberarsi da se stessi e se stessi ritrovare?

Le palme di Schönbrunn e i cetrioli dell’imperatore

Le palme di Schönbrunn e i cetrioli dell’imperatore

Questo articolo fa parte del numero 30 di Web Garden: Incubatore di vita

Con la primavera alle soglie, anche se in questi giorni non si direbbe, il Magazine di Web Garden torna a parlare di vita: quella delle piante. In tempi remoti, il rigore dei mesi invernali costringeva orti e giardini a dormicchiare sotto la neve. Finché, nel 30 d.C., l’imperatore Tiberio si ammalò e il medico gli prescrisse un cetriolo al giorno per via orale.

Come racconta Mark Crumpacker nel suo A Look Back at the Amazing History of Greenhouses, giardinieri e ingegneri di corte non si persero d’animo, inventando la prima coltivazione in ambiente artificiale della storia. Plinio il Vecchio la descrive come una struttura semovente, simile a una carriola, con un tetto in materiale traslucido e oliato, per far entrare la luce di giorno e non far uscire il calore di notte. Fu così che – un carretto via l’altro – Tiberio ebbe i suoi 365 cetrioli l’anno, e se pure morì dopo un totale di 2.555 somministrazioni, l’agricoltura aveva ormai compiuto un passo strategico.

Con un bel balzo in avanti, sempre a Roma, nel XIII secolo nacquero i primi giardini botanici al mondo, dotati di proto-serre per custodire le piante e gli ortaggi tropicali che gli esploratori portavano dai loro viaggi. Del più leggendario, che si trovava in Vaticano, oggi non esiste altro che materiale storiografico.

Due secoli dopo, nella Corea del 1450, il medico della famiglia reale Soon ui Jeon descrisse nel suo manoscritto Sangayorok una serra riscaldata grazie a un sistema artificiale – detto “ondol” – che, attraverso un tubo, convogliava nell’ambiente il calore prodotto da una caldaia sotto il pavimento. La modernità delle serre coreane stava nella possibilità di controllarne la temperatura, senza affidarsi alla casualità dell’energia solare. Fu così che, per tutto l’inverno 1438, la corte poté cibarsi di mandarini a sazietà.

In Europa, le cose non funzionavano altrettanto bene. Nei Paesi Bassi e nell’Inghilterra del XVII secolo il problema di fornire alle serre il giusto calore non era stato risolto. Solo nel 1681, al Chelsea Physic Garden, fu costruita la prima struttura riscaldata a stufa. Intanto, a Versailles, le dimensioni crescevano, fino a raggiungere i 150 metri di lunghezza.

Va però al nipote di Napoleone Bonaparte, il botanico francese Charles Lucien Bonaparte, figlio del fratello minore dell’imperatore, il merito di aver costruito in Olanda la prima serra moderna per coltivare piante tropicali medicinali. Da lì la strada fu tutta in discesa. Nell’Inghilterra vittoriana sorsero serre imponenti e altissime per contenere piante esotiche: uno spettacolo per celebrare la vastità dell’impero coloniale e intrattenere il pubblico. La moda dilagò. Nel 1882, a Vienna, nel parco del castello di Schönbrunn fu inaugurata la Palmenhaus – la casa delle palme: tre padiglioni per un totale di 2.500 metri quadrati che, assieme ai Kew Gardens di Londra, sono a tutt’oggi tra le più grandi serre in Europa di questo genere.

Belgio, Monaco, New York, Giappone. Ormai le serre avevano abbandonato il loro utilizzo originario di coltivazione in ambiente artificiale per diventare attrazioni. Il XX secolo portò la cupola geodetica, a forma di sfera, e le serre piramidali, come quella del Louvre: strutture dove la firma dell’architetto è più importante dell’ospitalità per le piante.

Parallelamente, le coltivazioni in ambiente artificiale non hanno mai smesso di evolversi e diversificarsi, sostenute più dalla tecnologia che da questioni estetiche. Oggi ci sono serre d’ogni tipo: fredde, temperate, calde, idroponiche; multiple, fisse, gemellate, mobili. Una delle ultime applicazioni la racconta Anna Chiusano nell’intervista della prossima settimana, alla scoperta della startup Agricooltur, nata a Carignano (Torino) nel 2018 e specializzata in serre aeroponiche, che permettono la coltivazione fuori suolo. Il video di Marco Beck Peccoz ci descrive per immagini questa nuova frontiera agricolo-industriale. Chi predilige il fai-da-te dovrà attendere i consigli di Ginevra Roselli Lorenzini sugli orti da terrazzo, per finire marzo con la rubrica di ricette di Cristiana Savio. Confidiamo nei cetrioli.

L’albero di Natale

L’albero di Natale

Questo articolo fa parte del numero 29 di Web Garden: Oh, albero

Il Natale, con la sua magia ed il suo calore, è una festa celebrata in tutto il mondo. Uno degli elementi più iconici di questa festività è senz’altro l’albero di Natale, splendidamente addobbato con luci scintillanti e ornamenti vari. Ma qual è l’origine di questa tradizione secolare che ha portato all’affascinante pratica di decorare l’albero?

Il primo riferimento documentato dell’uso dell’albero di Natale risale al VI secolo, nella Germania settentrionale. Lì, gli abitanti decoravano gli alberi con mele, noci e altri frutti, rallegrando così le loro case. Questo gesto non solo conferiva un tocco di bellezza e calore all’ambiente domestico, ma era volto a simboleggiare anche l’abbondanza e la prosperità.

Una successiva evoluzione nella decorazione dell’albero natalizio si ebbe nel XVII secolo, quando si iniziarono ad utilizzare piccole lanterne e candele per illuminare gli alberi. Questa novità fu ispirata dalla tradizione del “Paradise Play”, una rappresentazione teatrale di storie bibliche che veniva eseguita durante le festività del Natale.

Gli alberi erano posti al centro del palcoscenico e illuminati per donare un tocco magico ed etereo alla performance.

Gift Box Under Christmas Tree With Ornament In Interior With Fireplace And Abstract Defocused Bokeh

uttavia, il vero punto di svolta si ebbe nel XIX secolo in Inghilterra.

La regina Vittoria ed il suo amatissimo consorte, il principe Alberto, erano noti per la loro influenza sulle mode e sulle tendenze dell’epoca, e la loro adozione dell’albero di Natale come elemento centrale decorativo contribuì a diffonderne l’uso in tutta la società. Furono loro ad introdurre l’uso delle decorazioni fatte a mano, tra cui piccoli regali, caramelle e giocattoli, appesi all’albero con cura.

Un altro elemento chiave nell’evoluzione della storia del nostro amatissimo albero di Natale fu l’avvento dell’industrializzazione. Nel corso del XIX secolo si diffuse la produzione in serie delle decorazioni natalizie, rendendo gli ornamenti, dalle palline di vetro soffiato, ai campanellini e i giocattoli in miniatura, più accessibili a tutte le classi sociali.

Closeup photo of traditional Christmas decorations and candles on wooden table against fireplace

Sempre nello stesso secolo, anche negli Stati Uniti l’addobbo dell’albero divenne una tradizione diffusa, grazie anche all’influenza della moda europea sulla cultura americana. Nel 1880, Thomas Edison brevettò la lampadina elettrica, un’invenzione che segnò la svolta nella storia delle decorazioni, dove le lampadine, più durature e sicure, andarono via via a sostituire le fiammelle delle candele, tanto romantiche quanto pericolose. 

Nel XX secolo la tradizione della decorazione dell’albero di Natale divenne universalmente diffusa, tanto da arrivare a trascendere anche la sua origine religiosa: sono molte le famiglie di confessione diversa da quella cristiana che oggi decidono di rallegrare la loro casa con quest’usanza, divenuta più un simbolo del focolare domestico e dell’unione familiare che non del Natale religiosamente inteso.

Oggi l’albero di Natale è immancabile, ed ognuno trova la sua espressione estetica nel decorarlo. Ve ne sono di maestosi e barocchi, pieni di ori, luci, nastri, scintillii, altri estremamente creativi, con decori di forme e colori bizzarri, fino a quelli più essenziali, composti dalla sagoma di un solo ramo e poco altro. Ma che il vostro sia un albero minimal o maximal, Web Garden vi augura di trovare attorno ai suoi rami il calore delle feste trascorse nell’amore dei vostri cari.

Signori, in carrozza! Il magico mondo del treno.

Signori, in carrozza! Il magico mondo del treno.

Questo articolo fa parte del numero 28 di Web Garden: Sì, viaggiare

Questo mese Web Garden vi parlerà di un turismo lento fatto di binari e vecchi vagoni ferroviari che riprendono vita, portandoci alla scoperta di paesaggi da favola e luoghi talvolta di complicato accesso. Con Anna Sartorio, poi, scopriremo curiose collezioni in tema.

Questo editoriale potrebbe iniziare con il titolo di un libro piuttosto interessante che tratta proprio l’argomento del nostro magazine di questo mese: “Storia meravigliosa dei viaggi in treno”. 

In Italia, terra di valichi e montagne che spesso aprono inaspettati scorci sul mare, viaggiare in treno può diventare un’esperienza affascinante soprattutto se ci si orienta su tratte storiche, come quelle di Binari senza Tempo, un progetto della Fondazione FS nato per ridare slancio a dieci linee ferroviarie, grazie alla legge nazionale del 2017 di tutela ed istituzione delle ferrovie turistiche in Italia. 

Si tratta di binari caduti in disuso ed ora restituiti al turismo per far conoscere luoghi incantevoli e nascosti, piccoli borghi, gioielli paesaggistici e traversate talvolta ardite, promuovendo un turismo lento e sostenibile. 

E’ il caso della Vigezzina-Centovalli, il Treno del Foliage, che da Domodossola attraversa appunto la Val Vigezzo fino alla Svizzera, inserita da Lonely Planet tra i dieci percorsi più belli d’Europa. 52 km da percorrere immersi in favolosi boschi vestiti dei colori autunnali dal verde al giallo al rosso, su fino al punto più alto della valle, Santa Maria Maggiore per proseguire, scegliendo le tappe o arrivandoci tutto d’un fiato, fino al confine, per discendere poi sul versante svizzero e raggiungere Locarno.

Old railway station with a train and a locomotive on the platform awaiting departure. Evening sunshine rays in smoke arches

Fra questi viaggi suggestivi c’è anche quello della Ferrovia Langhe, Roero e Monferrato  di cui vi abbiamo raccontato LINK e che  vi invitiamo a leggere.

Anche in Italia abbiamo i nostri Transiberiana, Oriente Express e non solo.

La Transiberiana d’Italia o Ferrovia dei Parchi, è il treno del Parco della Majella, la ferrovia più spettacolare d’Italia che attraversa 70 km di parchi e riserve naturali fra Abruzzo e Molise, mostrandoci alcuni magnifici paesaggi dello Stivale. E’ detta Ferrovia dei Parchi proprio perché antichi binari, ponti e gallerie della fine dell’800 attraversano le aree di quelli che oggi sono il Parco Nazionale della Majella, il Parco Nazionale d’Abuzzo, Lazio e Molise e della riserva Collemeluccio-Montedimezzo Alto Molise, sotto la tutela dell’UNESCO. 

C’è poi l’Oriente Express delle Tre Valli, una linea ferroviaria storica che da Genova sale verso la montagna lungo 25 km nelle valli dei torrenti Bisagno, Polcevera e Scrivia. E’ una piccola bomboniera, con alcune carrozze che risalgono al 1929, le sedute originali in legno e le rifiniture in ottone e bronzo. Un passato rievocato anche dai dettagli del vagone bar con le abat-jour sui tavolini e una macchina del caffè di carattere retrò.

Un piccolo Oriente Express che però garantisce vedute grandiose dall’alto degli imponenti costoni rocciosi delle valli fino giù alla baia di Portofino.

L’Italia custodisce anche una delle linee ferroviarie considerate fra le più suggestive al mondo e per questo tutelata dall’Unesco come patrimonio dell’Umanità. E’ il Trenino rosso del Bernina che collega Tirano, in provincia di Sondrio, con St. Moriz in Svizzera. Più di tre ore di viaggio lungo dislivelli considerevoli, fino ad arrivare ad oltre 2.000 metri di quota, proprio sulla cima del Bernina, attraversando paesaggi fra i più vari, fiumi, laghi, campi, viadotti e ponti, fino alle montagne innevate.

Train exiting a tunnel. View from Cliff Walk Bray to Greystones with beautiful coastline, cliffs and sea, Ireland

Verde è invece il Trenino che collega i luoghi incontaminati dell’entroterra sardo che sarebbe piuttosto difficile raggiungere con altri mezzi di trasporto. Qui la presenza dell’uomo è quasi secondaria; ad avvolgere il viaggiatore è il fitto verde dei boschi. Un percorso quasi irreale fra foreste pietrificate, dolmen, boschi e siti archeologici, realizzato verso la fine dell’800 che si insinua nel paesaggio aggirando gli ostacoli ed in totale assenza di gallerie. Un modo di spostarsi realmente in armonia con l’ambiente.

Per attraversare il maestoso paesaggio delle Dolomiti, fra i paesini più nascosti del Sudtirolo, c’è invece il Trenino del Renon, che attraversa pascoli e masi, partendo da Bolzano. Un trenino perché sono soltanto 7 km ma conducono il viaggiatore davanti alle sculture naturali note come camini delle fate, pinnacoli di pietra creati in geologici tempi di lavorìo incessante degli elementi. Inaugurato all’inizio del 1900 venne considerato un piccolo miracolo, poiché costituiva la strada più sicura per trasportare merci e persone attraverso le impervie Dolomiti; oggi è una sorta di scatola del tempo.

Speriamo invece di riavere presto la linea Cuneo-Nizza-Ventimiglia nota come Treno delle Meraviglie, oltre 100 km che attraversano le Alpi Marittime fino al Mercantour, oggi purtroppo chiusa a causa di una frana.  

Circumetnea è invece il nome della linea ferroviaria che in Sicilia, da Catania arriva a Riposto, passando a lato dell’Etna. Un viaggio in una natura selvaggia e tanto incredibile da sembrare uscita dalla fantasia di una regista visionario: il treno, ad una altitudine che sfiora i 1000 metri, regala scorci su crateri vulcanici, agrumeti colorati e lava nerissima, tutto così vicino che sembra di toccarlo. 

Questi sono solo alcuni esempi, perché molte sono le possibilità in Italia come in Europa o nel resto del mondo di viaggiare in treno per raggiungere luoghi insoliti, impervi o del cuore. Ma soprattutto, dedicarsi alla pura e semplice contemplazione guardando dal finestrino il panorama in perenne cambiamento e potersi concedere momenti di lettura come anche un pisolino cullati dall’andatura del treno, rendono viaggio il viaggio stesso.  

E Zeus creò il tartufo…

E Zeus creò il tartufo…

Questo articolo fa parte del numero 27 di Web Garden: Tartufo il tesoro nascosto

Sembra che la nascita del tartufo sia legata all’ira di Zeus. Racconta il poeta latino Giovenale che, in un impeto di rabbia, il re dell’Olimpo scagliò un fulmine contro una quercia provocando un cortocircuito tra la terra, l’acqua e il calore della saetta. Di lì a poco, sotto la pianta spuntò un tubero con proprietà afrodisiache e un retrogusto maestoso. Era nato il tartufo.

La leggenda ha una sua ragionevolezza. Giove si irritava facilmente, con la stessa veemenza con cui si accoppiava: cioè, in continuazione. I fulmini erano la sua arma d’ordinanza; la quercia, assieme all’olivo, il suo albero preferito. 

Non tutti sono d’accordo con Giovenale. Fonti orali attestano l’uso del tartufo già in Babilonia (3000 a.C.), anche se è probabile che lo confondano con il Terfezia leonis, un tubero assai simile che cresce nelle distese sabbiose dell’Asia Minore. Chi ne ipotizza la presenza sulle tavole dei Sumeri (1700 a.C.) non ha mai fornito le pezze d’appoggio.

Né lo ha fatto chi ne attribuisce la scoperta a Giacobbe (1600 a.C.), che lo avrebbe introdotto nella dieta degli Ebrei. Dei Greci si sa poco, se non per sentito dire, e così dell’uso culinario tra gli Etruschi. 

Truffles are ectomycorrhizal fungi and are therefore usually found in close association with tree roots.

Le prime ricette di tartufo sono descritte dal gastronomo romano Marco Gavio Apicio (I secolo a.C.- I secolo d.C.), che ne offre sfarzose declinazioni nel suo De Culinaria, mentre Plinio il Vecchio lo classifica nella Naturalis historia (77-78 d.C.) come «massimo miracolo (…) che cresce isolato e circondato di sola terra, la secca, sabbiosa e fruttifera terra della lodatissima Africa».

È in quell’epoca che il tartufo approda sulle ricche tavole dei Romani: bulimici ante litteram che trascorrevano le proprie giornate sui triclini a ingozzarsi fino a rigurgitare (no, non è un modo di dire), per poi ricominciare a divorare portate per ore, ore, ore. 

Là fuori, intanto, il mondo cambiava. A dispetto delle persecuzioni, una nuova religione erodeva le fondamenta del Monte Olimpo. Giove – già irritabile di suo – aveva di che essere stizzito: di lì a poco sarebbe stato scalzato dal Cristianesimo, e così piovevano fulmini e crescevano tartufi, se ci piace credere a Giovenale. 

Crollato l’Impero Romano, nel Medioevo il tartufo faceva ritorno sulle mense degli alti prelati e di quei pochi nobili che non frequentavano i campi di battaglia. Non che i principi e i re lo disdegnassero. È che erano impegnati a sguainare spade, conquistare terre, difendere confini e, appena si sedevano a tavola, a schivare qualche avvelenamento politico.

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Passò anche il Rinascimento e il tartufo resistette, rientrando trionfante in tutte le corti d’Europa. Non era più un tartufo qualunque, raccolto indistintamente in Asia, Africa, Est Europa, Danimarca, Francia, Spagna e persino, più avanti nella Storia, nell’insospettabile Oregon del Sud. Era il prelibato tartufo piemontese: bianco, nero, scorzone, uncinato, moscato, brumale. Dal Monferrato alle Langhe, dal Roero alle colline del Sud, nel 1600 la raccolta in Piemonte si intensificò, a imitare – ma soprattutto soddisfare – l’esigente cucina francese.

La sua ricerca divenne un business e una moda tra i nobili, che organizzavano battute di caccia, soprattutto del pregiatissimo Tartufo Bianco. Il Settecento fu la sua riscossa, l’Ottocento la consacrazione. Il compositore Gioacchino Rossini lo definì «il Mozart dei funghi», che deliziava i palati di Napoleone Bonaparte, Luigi XVIII di Francia e Papa Gregorio XVI. 

Fino a Novecento inoltrato, nelle campagne piemontesi il mestiere del trifolao (trifolau) era tramandato come una religione. Con l’arrivo dell’autunno, le nebbie dell’alba inghiottivano uomini avvolti in mantelli scuri, che evaporavano tra gli alberi con un cane e un bastone. Quando facevano ritorno con i loro panieri, talvolta erano sconfitti; altre, più ricchi di quando si erano alzati. La tradizione li descriveva anziani, un po’ burberi e un po’ saggi, possibilmente con una camicia a scacchi.

Con il Novecento, il tartufo diventò mito. Nel 1933 il Times di Londra incoronava un ristoratore di Alba “il Re dei Tartufi”. Era Giacomo Morra, lo stratega del Tartufo Bianco; l’imprenditore che, da una cascina ai confini del mondo, trascinò il mondo a casa sua. Nel 1929 pubblicizzò per la prima volta il “suo” tubero alla Fiera d’Alba, che 4 anni dopo prese il nome ufficiale di Fiera del Tartufo. Ad Alba arrivarono Winston Churchill, Harry Truman, Alfred Hitchcock, Gianni Agnelli. I prezzi s’impennarono. Un articolo del periodico britannico The Observer spalancò i cancelli al turismo enogastronomico in Langa. Quando anche Rita Hayworth si appassionò al tartufo, le donne di Alba ricondussero alla ragione i mariti con l’ausilio di un matterello.Questo ottobre, il Magazine di Web Garden rende omaggio al “Tartufo, il tesoro nascosto” con un numero ghiotto.

Letteralmente. Venerdì 20, Anna Chiusano intervisterà lo chef Franco Martinetti; venerdì 28, Cristiana Savio riprenderà nella sua rubrica di cucina una serie di ricette dedicate al tartufo. Da segnalare, sabato 14 ottobre, l’inaugurazione della mostra fotografica «Truffle hunters and their dogs» (I cacciatori di tartufi e i loro cani): reportage in Langa dello statunitense Steve McCurry, uno dei più celebri e premiati fotografi al mondo, in esposizione al Museo del Tartufo di Alba.

I Fiori nella Moda

I Fiori nella Moda

Questo articolo fa parte del numero 21 di Web Garden: I fiori nella moda

Il legame fra i fiori e la moda: un rapporto inscindibile, reso irrimediabilmente intrinseco attraverso i secoli, che sono stati testimoni dell’uso dei fiori non solo per decorare magnifici tessuti da oriente a occidente, ma che in epoche più recenti li hanno visti assurgere a simbolo identificativo dei grandi fashion designer. Guardando al passato, per apprezzare la relazione fra estetica e natura, si pensi ai magnifici ramage che ricamavano gli antichi kimono giapponesi, vero e proprio patrimonio mobile delle geishe più ambite delle sale da thè dell’Impero del Sol Levante.

Oppure agli splendidi ed elaboratissimi sari delle maharani indiane, o alle sete cinesi i cui decori floreali sembravano acquarellati da mani piene di grazia. 

Nel diciassettesimo secolo, la “tulipanomania” olandese ha spaziato dalla botanica alla finanza, per finire a ridisegnare le fogge degli abiti delle signore, ispirati a quegli stessi fiori che hanno definito un intero periodo economico e culturale. La mente va poi ai tessuti riccamente decorati della Versailles del Settecento, dominata dalla politicamente inetta, ma esteticamente strepitosa regina Maria Antonietta, vera influencer ante litteram, che faceva acconciare le sue svettanti parrucche di fiori di ogni colore, sfidando caparbiamente la legge di gravità per mano del leggendario parrucchiere Monsieur Léonard.

Ma i fiori e il loro uso nell’abbigliamento non sono appannaggio solo dei potenti e delle loro mise opulente: dal Sud America al Medio ed Estremo Oriente, dall’Africa all’Oceania passando naturalmente per il nostro continente, i fiori, nella loro immediata bellezza, nella loro varietà di forme e di colori, hanno decorato e tuttora abbelliscono i tessuti più raffinati, così come quelli più semplici, perché la natura con il suo richiamo attraversa qualsiasi cultura e classe sociale: è un dono per tutti e a cui tutti sono sensibili.

Spring seamless pattern with blooming sakura, pink peonies plum branches and flying butterflies in Chinese style

Per restare circoscritti a un ambito a noi più prossimo, sia in termini geografici sia storici, si può portare la memoria alla fine del secondo dopoguerra, e al New Look di Christian Dior. Dopo anni di dolori, perdite e sacrifici, il desiderio di tornare non solo a vivere, ma di farlo con la gioia di una vera e propria rinascita, è rappresentato esteticamente dalle nuove silhouette proposte da uno dei più grandi couturier di tutti i tempi. I suoi abiti dal vitino strizzato e dalle ampie gonne ricordano le corolle, i fiori in tutto il loro splendore animano i suoi tessuti e nel 1956 nasce il primo profumo della maison: Diorissimo.

Creato dal naso René Gruau, questa essenza al mughetto, racchiusa allora in un flacone di cristallo sormontato da un tappo a forma di bouquet, è una vera e propria rivoluzione e il suo aroma diventa, e resta tutt’oggi, il simbolo della casa. La relazione fra Dior e i suoi fiori perdura nel tempo e non viene mai abbandonata, ma anzi esaltata, dai diversi creativi che si sono alternati alla sua direzione: basti ricordare le mirabolanti collezioni di John Galliano, ulteriormente abbellite dal trucco scenografico di Pat McGrath, e ammirare quelle odierne e certamente più minimali di Maria Grazia Chiuri. 

Molti sono i designer che si sono identificati e quasi appropriati di un loro fiore distintivo. Mademoiselle Chanel ha la sua camelia: bianca, pura, perfetta, ma semplice e composta, come l’immagine della donna emancipata ed essenziale che ha portato in vita. Le sue camelie sono poi state ulteriormente sublimate dai raffinatissimi gioielli di Fulco da Verdura, per poi essere riprese e declinate in un’infinità di variazioni nel periodo di reggenza presso Chanel del grandissimo e compianto Karl Lagerfeld.

Per il nostro Valentino Garavani è sempre stata la rosa, e tutt’ora questo fiore campeggia nelle collezioni di Pier Paolo Piccioli che interpreta il nuovo Valentino senza dimenticarne la simbologia originaria. E se la rosa sta a Valentino come il mughetto a Dior e la camelia a Chanel, la margherita dalle forme fanciullesche è il simbolo di Marc Jacobs, un designer che, sebbene sia nato come interprete del più distruttivo grunge, non ha tuttavia rinunciato a questo fiore pieno di allegria e spensieratezza. Altrettanto giocose sono le margherite ridenti dell’artista Takashi Murakami, che con i suoi disegni da manga giapponese ha rivoluzionato l’estetica della classicissima pelletteria di Louis Vuitton: una collaborazione che ha rappresentato un punto di rottura e di estrema innovazione nel modo di percepire le vecchie signore, talvolta forse un po’ polverose, della moda.

Close-up view of Indian woman fashion and traditional wear sarees in shop display

E per quanto la relazione fra fiori e moda sia tanto ricca da rendere davvero impossibile citare tutti i meravigliosi risultati che questo amore reciproco ha prodotto e continua a produrre, si pensi a Erdem, i cui abiti sembrano giardini fioriti, a Oscar de La Renta e i suoi look da uptown Manhattan, ai limoni siciliani di Dolce e Gabbana, ai prodigi quasi architettonici di Roberto Capucci, il cui plissé soleil si espande come se desiderasse sbocciare, alle creazioni più concettuali di Viktor e Rolf, fino all’exploit dell’irriverente Jeremy Scott, che nel 2018 per Moschino ha mandato in passerella la statuaria Gigi Hadid fasciata come un vero e proprio bouquet. Fiori sugli abiti, abiti a forma di fiori, fiori nei capelli, sulle scarpe, sulle acconciature e nei gioielli, con il fine ultimo di esaltare il contenuto: il fiore più prezioso, la donna.