I tesori del giovane Werner

I tesori del giovane Werner

Questo articolo fa parte del numero 32 di Web Garden: Villa Abegg

Novantadue anni fa, un giovane imprenditore svizzero acquistava la Vigna di Madama Reale, di cui Vittorio Emanuele I si era disfatto dopo la restaurazione del 1814. Si chiamava Werner Abegg: non aveva ancora 30 anni, ma già da otto dirigeva l’azienda di famiglia – il Cotonificio Valle Susa a Perosa Argentina – e da sei sedeva nel consiglio d’amministrazione dell’Unione Cementi Italiana. 

Era il 1932. Il giovane Werner, amante del bello e accanito collezionista, eleggeva così l’ex residenza Savoia, con annesso giardino e parco, a sua dimora torinese: una città in cui si era trasferito tre anni prima e con cui aveva intrecciato una storia d’amore.

Suo carissimo amico era Vittorio Viale, al tempo direttore del Museo Civico d’Arte Antica di Torino, che due anni dopo l’acquisto di quella ormai nota ai torinesi come Villa Abegg si era trasferito a Palazzo Madama, dov’è tutt’oggi. 

Werner Abegg, che per passione era anche filantropo, donò al museo una serie di arredi settecenteschi. Né si tirò indietro quando, nel 1938, Viale gli chiese in prestito arredamenti preziosi per la mostra “Gotico e Rinascimento”. 

Già in precedenza, da Abegg erano arrivati arazzi, stoffe, tappeti, candelieri, reliquiari, mobili dipinti. E, nel 1934, una serie di preziose maioliche del Settecento era entrata in collezione grazie a lui.

D’altronde, l’intera famiglia Abegg era nota a Torino per la sua generosità. Alla morte dello zio Augusto, per volontà testamentaria l’ospedale Molinette ricevette 10 milioni di lire: utili a costruire un intero padiglione che ancora oggi porta il suo nome. Ma tanto non bastò a proteggere il giovane Werner dai feroci attacchi della stampa. Quando, nel 1933, acquistò il trittico di Rogier van der Weyden “Crocifissione e donatore” fu accusato di aver depredato l’Italia di uno dei suoi tesori d’arte. A nulla servì dimostrare che quell’opera era ormai da tre anni in mani private: il proprietario del crocifisso fu crocifisso a sua volta.

Un po’ amareggiato, ma ben saldo nei suoi interessi e nel conto corrente, il giovane Werner restò a Torino ancora qualche anno. Poi, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, emigrò negli Stati Uniti. Qui il suo denaro, le capacità imprenditoriali e la fama di mecenate furono assai più apprezzati. Ma tant’è: il vero amore ritorna. E così, finita la guerra, rieccolo – sposato e contento – rientrare in Italia e riallacciare i rapporti con Viale. 

Al Museo Civico d’Arte Antica di Torino ricominciarono le mostre, ripresero i prestiti e le donazioni. Un armadio da sagrestia, una collezione di ori e un cospicuo contributo per l’acquisto di un’opera di Defendente Ferrari, poi donata al museo. Fu il penultimo atto. Nel 1960 lasciò azienda e città e si trasferì in Svizzera con l’intenzione di far nascere lui stesso una fondazione. Quattro anni dopo, a Palazzo Madama arrivò – tramite la moglie di Abegg – un piatto Ginori, tutt’oggi nella collezione permanente. Finiva così una lunga love story. Vent’anni dopo, alla sua morte, Villa Abegg – ormai nel Catalogo generale dei Beni Culturali – diventava di proprietà della Città di Torino. Inalienabile, come il suo nome.

Storia della Madama Reale, di una Vigna e di Torino

Storia della Madama Reale, di una Vigna e di Torino

Questo articolo fa parte del numero 32 di Web Garden: Villa Abegg

In questo numero del magazine interamente dedicato allo splendido parco di Villa Abegg, anche noto come Vigna di Madama Reale, Web Garden vi porta a ripercorrere la storia della figura dell’affascinante ed eroica Cristina Maria di Borbone-Francia, che acquistò nel 1648 quella che era allora solo una piccola vigna per la cifra di 250.000 Lire, per trasformarla in cinque anni nella “Vigna delle Delizie”, in cui trascorse fra ricevimenti e intrighi politici gli ultimi dieci anni del suo regno.

Nata in Francia e figlia di re Enrico IV e della scaltra Maria de’Medici, fu cresciuta nello splendore del Louvre a Parigi. Dai suoi ritratti si evince la sua grande avvenenza: aveva la pelle bianchissima, labbra scarlatte, lineamenti raffinati ed un viso circondato di boccoli castani. Fu data in sposa a soli tredici anni all’allora trentunenne Vittorio Amedeo I, futuro Duca di Savoia, senza che si fossero mai incontrati e fu catapultata ancora bambina a Torino, per sancire l’alleanza francese e sabauda contro le ingerenze spagnole.

La corte torinese era severa e poco avvezza agli sfarzi parigini e la giovane Cristina portò una ventata di grande vitalità nei palazzi sabaudi. Donna di immenso gusto, fascino e importante mecenate delle arti e della cultura (fu tra le altre cose la protettrice di Cartesio), attirò a sé infiniti pettegolezzi che la indicavano come grande libertina, intensamente dedita al tradimento, fino a quello con il Conte Filippo d’Agliè, un cortigiano raffinato e coreografo di corte, che fu per lei un fedele consigliere e con cui intrattenne una lunga storia d’amore che l’accompagnò fino agli ultimi anni della sua vita.

Ma oltre all’aspetto edonistico e sentimentale, questa donna fu capace di atti di vero eroismo in tempi in cui alle donne erano concessi spazi estremamente esigui. Alla morte di suo marito nel 1637, l’allora trentunenne Madama Reale si trovò madre di sei figli ancora minori, quattro femmine e due maschi, e reggente: ruolo che mantenne di fatto per oltre trent’anni anche dopo che suo figlio Carlo Emanuele II ebbe raggiunto l’età di governo.

Una volta assunta la reggenza, Madama Reale si trovò schiacciata fra il fronte filospagnolo, costituito dai cognati Maurizio e dal Principe Tommaso di Carignano-Savoia, e quello francese rappresentato da suo fratello Luigi XIII, che ambiva ad annettere il Piemonte al suo regno. Ma Cristina difese strenuamente l’indipendenza del Piemonte, e si aprì così una lotta fra i suoi sostenitori detti “madamisti” ed i “principisti” fedeli a Carignano che le voleva succedere al trono. Il Ducato ed il Piemonte furono salvati dalla loro protettrice, che firmò nel 1642 un trattato di pace con i cognati e poté consegnare integro ed indipendente il regno al figlio nel 1648.

In vecchiaia questa donna così ebbra di vita cercò la pace, e forse il pentimento dai suoi costumi poco ortodossi, nella fede. Seguiva ben quindici messe al giorno portando una croce sulla schiena e si faceva camminare sul corpo dalle suore carmelitane della Chiesa di Santa Cristina che aveva fatto edificare lei stessa in piazza San Carlo Borromeo.

Madama Reale, morì il 27 dicembre del 1663, e fu sepolta con i semplici abiti di una monaca sotto il coro della Chiesa di Santa Cristina, ormai forse mondata dagli splendori e dagli eccessi della sua vita terrena. Alla sua morte, la “Vigna delle Delizie” divenne luogo di villeggiatura del figlio Carlo Emanuele II in cui vi intratteneva le sue numerose amanti, per poi passare sotto l’egida di diversi proprietari fino a che fu acquistata nel 1932 dall’industriale svizzero Werner Abegg da cui oggi prende il nome.

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Fiori Magici

Fiori Magici

Questo articolo fa parte del numero 31 di Web Garden: I Giardini Magici

“io debbo colmar questo mio paniere di giunco con maligne erbe velenose e fioretti dai succhi balsamici. …
Oh, gran virtù è nelle piante, erbe, pietre, secondo le loro qualità native…”
(Romeo e Giulietta – Shakespeare)

La letteratura inglese, da Shakespeare a Rowling, ha un debole per le erbe, soprattutto quelle velenose – si pensi al generoso impiego di piante tossiche che Agatha Christe fa nei suoi romanzi o all’Erbologia, fra le materie di studio alla Scuola di Stregoneria di Hogwarts – ma l’impiego di fiori e piante per realizzare pozioni, filtri e antidoti risale alla notte dei tempi e va ben oltre i confini di Sua Maestà. 

Le proprietà di fiori e piante hanno attraversato secoli e culture, sono state tramandate come pratiche magiche, sapienze popolari e rimedi galenici. Fiori ritenuti magici accompagnavano i faraoni nel viaggio nell’aldilà, ornavano i giardini dei sultani e, dal VIII secolo, con la conquista della Spagna da parte degli arabi, anche quelli europei. In origine era il giardino in sé ad avere un significato magico e religioso poiché rappresentava la realizzazione tangibile di una aspirazione dell’uomo. Giardino come locus amoenus, luogo di meraviglie abitato dagli dei.

Ce n’è per tutti i gusti, basti pensare all’Eden degli ebrei, all’Eridu degli assiri, all’Ida-Varsha degli indù ed ai boschi sacri dei druidi e dei pagani, laddove fiori e piante abbracciano il mistero dei numeri in arcane simbologie.

A cover of an old book by Shakespeare on a vintage background, illlustration for English and world literature and education

Quella del numero sette, ad esempio che, secondo Ippocrate “per le sue virtù occulte, tende a realizzare tutte le cose; è il dispensatore di vita e fa parte di tutti i cambiamenti”. 

E così, nel Cinquecento si riteneva che il giardino dovesse ospitare sette piante perenni o un multiplo di sette. Un concetto legato probabilmente alla mistica dei numeri che ha nel sette il numero completo, perché è formato dal quattro che rappresenta la materia e dal tre che simboleggia lo spirito e corrisponde quindi alla somma magica dei due elementi. 

Anche Esiodo ci mette del suo, e ne “Le opere e i giorni” consiglia caldamente di mettere a dimora le piante e di seminare i fiori al settimo giorno della luna crescente, che pare fosse un giorno magico. 

Nell’ottocento era Hahnemann che usava erbe e piante nelle sue preparazioni ma solo recentemente viene riconosciuto a Edward Bach il merito di aver scoperto i trentotto rimedi floreali. 

Più indietro nel tempo la tradizione sciamanica dei nativi americani aveva nell’uso delle piante il suo fondamento. Gli sciamani -uomini e donne con particolari doti- comunicavano anche con il mondo vegetale curando, attraverso questa relazione, malanni fisici e ferite ma agivano soprattutto sugli smarrimenti dell’anima, poiché ritenevano che la salute del corpo fosse strettamente correlata a quella dello spirito e della mente.  

La magia del resto è metafora del rapporto dell’uomo con la natura, fa parte di ciò che da sempre l’essere umano crea per sé contro ciò che sfugge al suo controllo e alla sua comprensione, e quindi non è tanto superstizione o arretratezza quanto stimolo per conoscere e dominare tradizioni spesso basate sui reali poteri officinali o venefici delle piante.

Ancora oggi una vecchia leggenda sopravvissuta al tempo ha lasciato il suo strascico di tradizione nei paesi balcanici e vuole che si usi portate agli ammalati un ramo di artemisia, pianta dedicata alla dea Artemide, in segno di guarigione e gioia di vivere. Pare infatti che quando i tre giorni degli Inferi – cioé gli ultimi tre giorni del ciclo lunare – erano passati, la dea Artemide ricomparisse in giardino donando alle piante nuovo impulso di vita. 

Le piante, dunque, possono guarire o avvelenare: nella magia moderna si usano per cure, rituali di purificazione (bagni con sacchetti di erbe) incensi, oli e unguenti per uso cerimoniale e con gli inchiostri magici a base di colorazioni vegetali si scrivono le formule degli incantesimi; le erbe essiccate si indossano o si appendono in casa, vanno colte con la luna piena o crescente ma mai con la nebbia o con le nuvole e adeguatamente “consacrate” per l’occasione. Insomma, per chi vuole approfondire c’è l’imbarazzo della scelta.

E se molte sono le piante utilizzate anche nella magia moderna, tra tutte, la regina è la mandragora, pianta magica fra le magiche è cara a Ecate, dea delle tenebre ed è il simbolo dell’appagamento amoroso e della quiete profonda, tanto da rappresentare il sonno eterno. La troviamo protagonista di molta letteratura, in primis nell’omonima commedia di Machiavelli per le sue proprietà erotiche, ma anche in Shakespeare, nelle novelle di Boccaccio e nel Faust di Goethe. Anche la non meno nobile credenza popolare ne parla, così come più tardi il cinema o il teatro poiché dona il sonno ristoratore ma provoca anche la pazzia. In bilico fra vita e morte, meglio di qualsiasi altra, incarna incertezza ed ambiguità. Anche del nostro tempo.

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E qui un ulteriore aiuto ci arriva dalla Flower Teraphy, una tecnica che affina la capacità di utilizzare l’energia e i potenti effetti terapeutici dei fiori per affrontare i problemi emotivi e sviluppare le proprie abilità psichiche. Una tecnica che consente di lavorare con diverse piante, in base al loro aspetto, al profumo, ai colori e alle loro energie, per rispondere a bisogni e desideri specifici. Sacerdotessa di questa moderna disciplina nata negli USA è Doreen Virtue i cui libri sull’argomento sono stati tradotti in oltre 20 lingue.

Tema ricorrente nelle divinazioni, dalla notte dei tempi, è sicuramente l’amore. 

Il maggior consumo di piante e fiori per pozioni e incantesimi era destinato ad attrarre l’oggetto dei propri desideri. 

Streghe e alchimisti medievali impiegavano gradi quantità di petali di rosa nei loro filtri d’amore, così come gli antichi romani ne spargevano i petali sulle strade durante i matrimoni, non molto lontano da ciò che si fa ancora oggi. 

La lavanda nell’antico Egitto era utilizzata per favorire la pace e la serenità nei rapporti sentimentali, così come le streghe medievali la utilizzavano per favorire la felicità delle relazioni amorose.
La menta, insospettabile potente afrodisiaco, veniva usata nell’Europa medievale nei rituali magici per attirare l’attenzione degli amanti perduti e in pozioni magiche per accendere la passione.
Per suscitare sentimenti romantici e attirare gli amanti desiderati, nell’antica Persia gli alchimisti utilizzavano pozioni a base di gelsomino, fiore associato all’innamoramento e alla dolcezza.

Come in ogni epoca anche oggi sentiamo la necessità di fare parte di un Universo più complesso di quello che è la realtà razionale che riusciamo a definire con i soli nostri sensi, una realtà che percepiamo indistintamente e verso la quale tendiamo per lo più inconsciamente. Un fiore o un albero ne sono la diretta incarnazione

I fiori – La spesa dal fiorista

I fiori – La spesa dal fiorista

Questo articolo fa parte del numero 27 di Web Garden: Tartufo il tesoro nascosto

Di piante e di fiori, non solo piacere per gli occhi ma anche per il palato. 

Primule, viole e margherite sono tra i primi fiori ad annunciare la primavera, quel risveglio della natura che comporta anche un cambio di abitudini alimentari legato al mutare delle stagioni. Sono tutti commestibili, versatili e saporiti, in grado di rallegrare i piatti più tradizionali come di offrirsi a sperimentazioni da master chef. 

Delle primule – ideali per marmellate, insalate e per aromatizzare l’aceto di vino – non si utilizzano solo fiori e foglie, ma anche le radici. Un fiore dalle virtù analgesiche, antinfiammatorie e antireumatiche. 

Anche le cosiddette pratoline, cioè le margheritine dei prati, che simboleggiano la giovinezza e la libertà, fanno subito primavera ma si possono raccogliere fino a giugno e, se essiccate, si conservano in vaso per alcuni mesi. I fiori amarognoli si sposano bene con il tarassaco, la cicoria o l’ortica. 

Le dolci viole, invece, simbolo di umiltà e purezza, si raccolgono appena sbocciate. Ottime fritte in pastella, candite o utilizzate appena colte, passano dai risotti ai gelati con indiscussa disinvoltura. Hanno proprietà depurative, decongestionanti e calmanti della tosse.  

I fiori di calendula, infine, sono ottimi per la cura della pelle ma in cucina i boccioli si possono candire o conservare sottaceto e sono un ottimo sostituto dello zafferano.

Vediamo allora alcune ricette per utilizzarli al meglio.

RISOTTO CON LE VIOLE 

Ingredienti: 

350 gr di riso Carnaroli

1,2 litri di brodo vegetale

60 gr di burro

70 ml di Prosecco

1 scalogno

1 mazzo di viole non trattate

sale e pepe bianco

Iniziamo dallo scalogno: puliamolo e tritiamolo in una casseruola con una parte del burro. Aggiungiamo il riso e lo lasciamo tostare per un paio di minuti per poi sfumarlo con il Prosecco. Uniamo un mestolo di brodo e lasciamolo consumare quasi del tutto prima di aggiungerne un secondo e poi un terzo e così via fino al termine della cottura. Aggiustiamo di sale e di pepe. A questo punto dobbiamo togliere la pentola dal fuoco, aggiungere il burro rimasto e mantecare il risotto. Al momento di impiattare aggiungiamo i petali delle viole, mescoliamo e serviamo subito guarnendo i piatti con qualche violetta fresca.


ZUCCHINI RIPIENI DI SALSICCIA E CALEDULA 

Ingredienti:

 4 zucchini 

1 spicchio di aglio

150 gr di salsiccia 

fiori di calendula non trattati

80 gr di pecorino

40 gr di pangrattato

1 uovo

olio

sale 

pepe

Per prima cosa scottiamo in acqua salata gli zucchini per un paio di minuti, poi li rinfreschiamo subito in acqua fredda e li lasciamo scolare per bene. Quando si sono raffreddati li tagliamo in cilindri lunghi circa 5 cm e li svuotiamo della polpa in modo da creare piccoli contenitori cilindrici, facendo attenzione a lasciare una parte di polpa sul fondo a formare la base del “contenitore”.

A questo punto in una padella con un po’ di olio e aglio facciamo rosolare la salsiccia sbriciolata. Quando è cotta, mentre perde il vapore, in una ciotola mescoliamo il pecorino grattuggiato, l’uovo, il pangrattato, i petali di calendula e, a questo punto, la salsiccia. Regoliamo di sale e pepe e procediamo a riempire con l’impasto i nostri cilindri di zucchini. Terminata l’operazione li disponiamo in verticale su una teglia rivestita di carta forno e passiamo in forno caldo a 200 gradi per circa 10 minuti, fino a quando gli zucchini non sono ben gratinati. Al momento di servire diamo colore ai piatti con qualche fiore di calendula fresco.



INSALATA DI MARGHERITE 

Ingredienti: 

Un mazzetto di fiori di margheritine fresche non trattate

200 gr di foglie di malva

200 gr di misticanza

100 gr di ruchetta

100 gr di pancetta

qualche fetta di pane casereccio

2 cucchiai di aceto balsamico

olio evo

sale

Per preparare questo contorno fresco e semplice iniziamo lavando bene le foglie di malva, scoliamole ed asciughiamole. Facciamo la stessa cosa con la ruchetta, poi, in una insalatiera mescoliamo la malva, la ruchetta, la misticanza e le margheritine. In forno, intanto, facciamo tostare le fette di pane. A parte, in un tegame, rosoliamo la pancetta a dadini (non è necessario aggiungere olio poiché il grasso della pancetta con il calore si scioglierà), sfumiamo con l’aceto e, dopo pochi minuti, quando è ancora caldo ma non bollente, versiamo il condimento sull’insalata. Aggiungiamo un filo d’olio, mescoliamo bene e serviamo accompagnando con le fette di pane tostato.

Fresh medicinal roman chamomile flowers in bowl on rustic wooden background, square format

FRITTATA DI PRIMULE

Ingredienti: 

un mazzetto di primule non trattate

3 uova

olio

1 spicchio di aglio

3 cucchiai di latte

parmigiano

sale

Facile e veloce, questa frittata insolita può risolvere un pasto al volo o farci fare bella figura con gli amici. Iniziamo lavando e asciugando le primule. 

In una terrina sbattiamo le uova intere, il latte, il parmigiano, aggiungiamo le primule e aggiustiamo di sale

Poi in una pentola dai bordi bassi ma non troppo larga, facciamo scaldare l’olio con l’aglio che toglieremo appena inizia a sfrigolare. A questo punto uniamo il composto della frittata e facciamo cuocere su ambo i lati. Prima di servire asciughiamo la frittata su carta assorbente.


MOUSSE DI CIOCCOLATO, RUM, VIOLETTE E PRIMULE 

Ingredienti: 

60 gr di cioccolato extrafondente

80 gr di cioccolato al latte

2 uova

50 ml di acqua

1 mazzetto di violette non trattate

100 gr di zucchero al velo

150 ml di olio evo

1 cucchiaio di zucchero

2 cucchiai di RumPer decorare: violette fresche o cristallizzate

L’orto in terrazzo

L’orto in terrazzo

Questo articolo fa parte del numero 30 di Web Garden: Incubatore di vita

L’orto in terrazzo è un’ottima soluzione per chi desidera coltivare le proprie verdure ed erbe aromatiche anche in spazi ristretti. Grazie alla tecnica del vaso, è possibile avere un orto rigoglioso e colorato anche sul balcone di casa. Vediamo insieme come fare un orto in terrazzo in modo semplice e efficace.

Prima di tutto, è importante scegliere la posizione giusta per l’orto. Il terrazzo deve ricevere almeno 4-6 ore di luce solare diretta al giorno per consentire alle piante di crescere in modo sano e rigoglioso. Assicurarsi che il terrazzo sia abbastanza resistente per sopportare il peso dei vasi e che sia ben drenato per evitare ristagni d’acqua.

Una volta individuata la posizione ideale, è il momento di scegliere i vasi e i contenitori adatti per le piante. È importante che i vasi abbiano dei fori di drenaggio sul fondo per evitare che le radici marciscano a causa dell’eccesso di acqua. Si possono utilizzare vasi di plastica, terracotta, ceramica o anche contenitori riciclati come vecchie bottiglie di plastica o cassette di legno.

Per quanto riguarda il terreno, è consigliabile utilizzare un terriccio specifico per ortaggi e piante aromatiche, ricco di sostanze nutritive e ben drenante. È possibile arricchirlo ulteriormente con del compost o dell’humus per garantire una migliore crescita delle piante.

Una volta sistemati i vasi sul terrazzo e riempiti con il terriccio, è il momento di scegliere le piante da coltivare. È possibile optare per ortaggi come pomodori, zucchine, peperoni, melanzane, insalata, rucola, carote e erbe aromatiche come basilico, prezzemolo, timo, salvia e rosmarino. È importante tenere conto delle dimensioni della pianta e del vaso scelto per garantire lo spazio necessario alla crescita.

Durante la fase di coltivazione, è importante seguire alcune semplici regole per garantire il successo dell’orto in terrazzo. Innanzitutto, è fondamentale annaffiare regolarmente le piante, evitando di bagnare le foglie per prevenire malattie fungine. Inoltre, è consigliabile concimare le piante con un concime organico una volta al mese per garantire loro tutti i nutrienti di cui hanno bisogno.

Infine, è importante tenere sotto controllo parassiti e malattie che possono colpire le piante dell’orto in terrazzo. In caso di presenza di afidi, ragni rossi o muffa, è possibile utilizzare rimedi naturali come l’acqua e il sapone nero, l’olio di neem o dei feromoni per attirare insetti predatori.

In conclusione, fare un orto in terrazzo è un’attività gratificante che permette di coltivare verdure fresche e aromatiche anche in spazi ristretti. Con un po’ di pazienza e dedizione, è possibile ottenere un orto colorato e rigoglioso che consentirà di preparare piatti gustosi e sani utilizzando ingredienti freschi e di prima qualità. Se siete appassionati di giardinaggio e volete sperimentare la coltivazione di ortaggi e erbe aromatiche, l’orto in terrazzo è sicuramente la soluzione che fa per voi.

Mercatini di Natale, a ciascuno il suo

Mercatini di Natale, a ciascuno il suo

Questo articolo fa parte del numero 29 di Web Garden: Oh, albero

Belli sono belli e hanno la capacità di “fare Natale” a qualunque latitudine riportando ovunque il fascino del tempo passato e quelle ambientazioni incantate tipiche del Natale. Lo stile – praticamente un format esportato a livello culturale tanto da essere riprodotto in tutto il mondo dagli Stati Uniti al Giappone, fino all’India – è sempre lo stesso, casette di legno, lucine, cibo, musica natalizia di sottofondo e una miriade di oggettini in vendita, ideali per regali e pensierini.

L’atmosfera un po’ magica che si respira passeggiando fra le casette illuminate ha fatto dei mercatini di Natale una vera mania, tanto da sviluppare un turismo a sé; si calcola, infatti, che 40 milioni di italiani ne abbiano visitato uno almeno una volta, mentre 6 su 10 nostri connazionali sono degli habituè del genere. 

Tradizione secolare che ogni Natale si rinnova, i mercatini regalano ai visitatori un’esperienza sospesa fra storia e folklore, ma perché e quando sono nati? Le prime notizie relative a qualcosa di simile, per la necessità di fare provviste in vista dell’inverno, risalgono all’Alto Medioevo in alcune zone del Sacro Romano Impero.

Pare che il loro precursore sia il Dezembermarktmercato di dicembre – di Vienna, risalente al 1298 quando i commercianti, grazie ad un permesso dell’imperatore Albrecht, poterono organizzare un mercato per un paio di giorni all’inizio della stagione fredda in modo da consentire alla gente di fare scorte di cibo. Un esempio di marketing che si diffuse velocemente in tutta Europa e dagli alimenti si passò a vendere anche cesti, sculture in legno, tessuti. Erano per lo più prodotti realizzati dai Bauer, contadini di montagna delle zone di lingua tedesca, realizzati nelle lunghe giornate invernali.

L’usanza di rivenderli a valle nel periodo dell’Avvento, con il tempo ha dato vita a vere e proprie giornate di festa accompagnate da canti e balli.

Christmas markets in the north of Italy in a december evening

Curiosa è la virata imposta ai mercatini dalla Riforma Protestante che ne cambia data e festeggiato. Dal 6 dicembre, giorno dedicato tradizionalmente a San Nicola, si passa al giorno della nascita di Gesù con buona pace di tutti i santi ai quali la Riforma, è il caso di dirlo, “fece la festa”. Correva l’anno 1517 e con l’abbandono del culto dei santi voluto dal luteranesimo, il Mercatino divenne “di Natale” cambiando nome in ChrisKindlmarkt, ovvero Mercatino del Bambino Gesù. Nome che in buona parte viene mantenuto ancora oggi. 

Ai giorni nostri tra i mercatini di Natale più particolari in Italia c’è quello di Canale di Tenno, in Trentino. Le bancarelle sono allestite all’interno delle case, delle botteghe e delle stalle del villaggio. In Piemonte il bellissimo borgo di Santa Maria Maggiore, che vanta la Bandiera Arancione del Touring Club Italiano, si anima del suo rinomato Mercatino di Natale, riconosciuto tra i più grandi d’Europa. Di fatto un mercatino diffuso tra le Valli Vigezzo e Ossola che si può visitare con il comodo e suggestivo trenino Vigezzina-Centovalli di cui vi abbiamo parlato nello scorso numero del nostro magazine. 

Dopo le restrizioni luterane, il fascino dei mercatini di Natale trova nuovo slancio con la Rivoluzione Industriale che, grazie ad un maggiore agio economico della popolazione, ne ha alimentato sviluppo e diffusione. Ma i malumori dei proprietari dei grandi magazzini, per niente contenti della concorrenza dei mercatini si fecero sentire fino a farli spostare in periferia, dove rimasero per decenni. Negli anni Trenta del Novecento, con l’aiuto del Partito Nazista, i mercatini tornano nei centri cittadini ma solo con la vendita di oggetti e prodotti locali, in linea con l’ideologia autarchica del Terzo Reich, per sparire poi con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Ricompaiono negli anni ‘60 e ‘70 rinvigoriti dal boom economico del periodo. Corsi e ricorsi storici.

Da allora i mercatini di Natale si sono diffusi dall’arco alpino – principalmente da Germania, Austria e Francia – fino all’Italia ma in tempi molto più recenti di quanto si possa pensare. Il più vecchio mercatino di Natale italiano infatti è quello di Bolzano che però è decisamente giovane, poiché risale solo al 1990. Da lì al Piemonte e alla Valle d’Aosta e lungo tutto lo Stivale è stato un attimo.  

Beautiful young women enjoying Christmas on the Winter market.

Il più grande mercatino tirolese d’Italia è ad Arezzo, mentre a Verona la fiera di Santa Lucia è il mercatino di Natale più grande della città. A Genova il Natale si vive nelle botteghe storiche di via Zena. Le antiche pasticcerie, le cioccolaterie, le sartorie e le botteghe diventano lo scenario ideale per il Natale più dolce. A Torino il cuore del Natale si apre nell’Antico Borgo degli Stracci, tra botteghe di antiquariato, trattorie storiche, chalet e bancarelle che trovano posto in Piazza Borgo Dora e nel suggestivo Cortile del Maglio. Sempre in Piemonte, il paese di Govone a dicembre si trasforma nel Magico Paese del Natale dove la caratteristica principale è l’atmosfera. L’antico carosello è una giostra in stile Belle Epoque affiancata al Pastry Chef, un angolo di pasticceria dove gustare i dolci sabaudi di quell’epoca. 

Storico l’appuntamento a Napoli. Nella via degli artigiani del presepe, la mitica via San Gregorio Armeno, si respira il Natale più tradizionale e forse più sentito. Negozietti, bancarelle e botteghe vendono statue del presepe di ogni manifattura e per tutte le tasche, ma su tutti quelle del celeberrimo presepe napoletano

Nel beneventano un castello speciale ospita uno dei mercatini di Natale più belli d’Italia: 

Il castello guarda dall’alto il borgo medioevale di Limatola e ospita giullari, corte medievale, falconieri, stand gastronomici e, ovviamente, la casa di Babbo Natale. 

Nelle Marche, vicino a Pesaro, nel borgo collinare di Candelara si tieni uno dei mercatini più particolari e suggestivi e già il nome del borgo può dare un indizio sul tema: la candela di cera d’api. Ogni fine settimana l’illuminazione elettrica del borgo si spegne e il paese viene illuminato soltanto dalle fiammelle delle candele di cera. 

Insomma, quella dei mercatini è una magia che non stanca mai, allieta e scalda il nostro Natale, regalandoci atmosfere avvolgenti di addobbi, luci e profumi. Su tutti quelli nostalgici e un po’ evocativi del vin brulè e dei tradizionali dolcetti del nord.  


I MERCATINI NEL MONDO

I più grandi? Quello di Vienna sulla Rathausplatz con circa 200 bancarelle stile casette di legno, quello di Colonia con 160 bancarelle divise in sette mercati di cui uno a bordo di una imbarcazione sul Reno e quello inglese di Bath con 180 espositori. 

Il più scintillante?  Il Christmas Wonderland di Singapore che ogni anno ospita oltre 3 milioni di visitatori. Le strutture sono realizzate a mano da artigiani italiani con legno bianco toscano, il laboratorio di Babbo Natale è allestito all’interno di una palla di neve nella foresta e la Walk of Peace è un tunnel di 50 mt illuminato da 60.000 lampadine.

Il più alto? Quello sul Monte Pilatus in Svizzera.  Allestito a 2.132 mt di quota è considerato il più alto d’Europa.

I più famosi?  Quelli di Augusta, Norimberga, Dresda.