Mercatini di Natale, a ciascuno il suo

Mercatini di Natale, a ciascuno il suo

Questo articolo fa parte del numero 29 di Web Garden: Oh, albero

Belli sono belli e hanno la capacità di “fare Natale” a qualunque latitudine riportando ovunque il fascino del tempo passato e quelle ambientazioni incantate tipiche del Natale. Lo stile – praticamente un format esportato a livello culturale tanto da essere riprodotto in tutto il mondo dagli Stati Uniti al Giappone, fino all’India – è sempre lo stesso, casette di legno, lucine, cibo, musica natalizia di sottofondo e una miriade di oggettini in vendita, ideali per regali e pensierini.

L’atmosfera un po’ magica che si respira passeggiando fra le casette illuminate ha fatto dei mercatini di Natale una vera mania, tanto da sviluppare un turismo a sé; si calcola, infatti, che 40 milioni di italiani ne abbiano visitato uno almeno una volta, mentre 6 su 10 nostri connazionali sono degli habituè del genere. 

Tradizione secolare che ogni Natale si rinnova, i mercatini regalano ai visitatori un’esperienza sospesa fra storia e folklore, ma perché e quando sono nati? Le prime notizie relative a qualcosa di simile, per la necessità di fare provviste in vista dell’inverno, risalgono all’Alto Medioevo in alcune zone del Sacro Romano Impero.

Pare che il loro precursore sia il Dezembermarktmercato di dicembre – di Vienna, risalente al 1298 quando i commercianti, grazie ad un permesso dell’imperatore Albrecht, poterono organizzare un mercato per un paio di giorni all’inizio della stagione fredda in modo da consentire alla gente di fare scorte di cibo. Un esempio di marketing che si diffuse velocemente in tutta Europa e dagli alimenti si passò a vendere anche cesti, sculture in legno, tessuti. Erano per lo più prodotti realizzati dai Bauer, contadini di montagna delle zone di lingua tedesca, realizzati nelle lunghe giornate invernali.

L’usanza di rivenderli a valle nel periodo dell’Avvento, con il tempo ha dato vita a vere e proprie giornate di festa accompagnate da canti e balli.

Christmas markets in the north of Italy in a december evening

Curiosa è la virata imposta ai mercatini dalla Riforma Protestante che ne cambia data e festeggiato. Dal 6 dicembre, giorno dedicato tradizionalmente a San Nicola, si passa al giorno della nascita di Gesù con buona pace di tutti i santi ai quali la Riforma, è il caso di dirlo, “fece la festa”. Correva l’anno 1517 e con l’abbandono del culto dei santi voluto dal luteranesimo, il Mercatino divenne “di Natale” cambiando nome in ChrisKindlmarkt, ovvero Mercatino del Bambino Gesù. Nome che in buona parte viene mantenuto ancora oggi. 

Ai giorni nostri tra i mercatini di Natale più particolari in Italia c’è quello di Canale di Tenno, in Trentino. Le bancarelle sono allestite all’interno delle case, delle botteghe e delle stalle del villaggio. In Piemonte il bellissimo borgo di Santa Maria Maggiore, che vanta la Bandiera Arancione del Touring Club Italiano, si anima del suo rinomato Mercatino di Natale, riconosciuto tra i più grandi d’Europa. Di fatto un mercatino diffuso tra le Valli Vigezzo e Ossola che si può visitare con il comodo e suggestivo trenino Vigezzina-Centovalli di cui vi abbiamo parlato nello scorso numero del nostro magazine. 

Dopo le restrizioni luterane, il fascino dei mercatini di Natale trova nuovo slancio con la Rivoluzione Industriale che, grazie ad un maggiore agio economico della popolazione, ne ha alimentato sviluppo e diffusione. Ma i malumori dei proprietari dei grandi magazzini, per niente contenti della concorrenza dei mercatini si fecero sentire fino a farli spostare in periferia, dove rimasero per decenni. Negli anni Trenta del Novecento, con l’aiuto del Partito Nazista, i mercatini tornano nei centri cittadini ma solo con la vendita di oggetti e prodotti locali, in linea con l’ideologia autarchica del Terzo Reich, per sparire poi con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Ricompaiono negli anni ‘60 e ‘70 rinvigoriti dal boom economico del periodo. Corsi e ricorsi storici.

Da allora i mercatini di Natale si sono diffusi dall’arco alpino – principalmente da Germania, Austria e Francia – fino all’Italia ma in tempi molto più recenti di quanto si possa pensare. Il più vecchio mercatino di Natale italiano infatti è quello di Bolzano che però è decisamente giovane, poiché risale solo al 1990. Da lì al Piemonte e alla Valle d’Aosta e lungo tutto lo Stivale è stato un attimo.  

Beautiful young women enjoying Christmas on the Winter market.

Il più grande mercatino tirolese d’Italia è ad Arezzo, mentre a Verona la fiera di Santa Lucia è il mercatino di Natale più grande della città. A Genova il Natale si vive nelle botteghe storiche di via Zena. Le antiche pasticcerie, le cioccolaterie, le sartorie e le botteghe diventano lo scenario ideale per il Natale più dolce. A Torino il cuore del Natale si apre nell’Antico Borgo degli Stracci, tra botteghe di antiquariato, trattorie storiche, chalet e bancarelle che trovano posto in Piazza Borgo Dora e nel suggestivo Cortile del Maglio. Sempre in Piemonte, il paese di Govone a dicembre si trasforma nel Magico Paese del Natale dove la caratteristica principale è l’atmosfera. L’antico carosello è una giostra in stile Belle Epoque affiancata al Pastry Chef, un angolo di pasticceria dove gustare i dolci sabaudi di quell’epoca. 

Storico l’appuntamento a Napoli. Nella via degli artigiani del presepe, la mitica via San Gregorio Armeno, si respira il Natale più tradizionale e forse più sentito. Negozietti, bancarelle e botteghe vendono statue del presepe di ogni manifattura e per tutte le tasche, ma su tutti quelle del celeberrimo presepe napoletano

Nel beneventano un castello speciale ospita uno dei mercatini di Natale più belli d’Italia: 

Il castello guarda dall’alto il borgo medioevale di Limatola e ospita giullari, corte medievale, falconieri, stand gastronomici e, ovviamente, la casa di Babbo Natale. 

Nelle Marche, vicino a Pesaro, nel borgo collinare di Candelara si tieni uno dei mercatini più particolari e suggestivi e già il nome del borgo può dare un indizio sul tema: la candela di cera d’api. Ogni fine settimana l’illuminazione elettrica del borgo si spegne e il paese viene illuminato soltanto dalle fiammelle delle candele di cera. 

Insomma, quella dei mercatini è una magia che non stanca mai, allieta e scalda il nostro Natale, regalandoci atmosfere avvolgenti di addobbi, luci e profumi. Su tutti quelli nostalgici e un po’ evocativi del vin brulè e dei tradizionali dolcetti del nord.  


I MERCATINI NEL MONDO

I più grandi? Quello di Vienna sulla Rathausplatz con circa 200 bancarelle stile casette di legno, quello di Colonia con 160 bancarelle divise in sette mercati di cui uno a bordo di una imbarcazione sul Reno e quello inglese di Bath con 180 espositori. 

Il più scintillante?  Il Christmas Wonderland di Singapore che ogni anno ospita oltre 3 milioni di visitatori. Le strutture sono realizzate a mano da artigiani italiani con legno bianco toscano, il laboratorio di Babbo Natale è allestito all’interno di una palla di neve nella foresta e la Walk of Peace è un tunnel di 50 mt illuminato da 60.000 lampadine.

Il più alto? Quello sul Monte Pilatus in Svizzera.  Allestito a 2.132 mt di quota è considerato il più alto d’Europa.

I più famosi?  Quelli di Augusta, Norimberga, Dresda.

Il collezionista di treni

Il collezionista di treni

Questo articolo fa parte del numero 28 di Web Garden: Sì, viaggiare

Mentre i passeggeri dai treni ammirano i paesaggi, c’è qualcuno – dall’altra parte della scena – che ammira i treni. È una curiosa tipologia di collezionista, che Wikipedia chiama “feramatore”: neologismo che non esiste nei dizionari della lingua italiana, e nemmeno nell’enciclopedia Treccani. Anche l’Accademia della Crusca lo rispedisce al mittente; impossibile trovarne traccia nei suoi aggiornamenti. 

Tant’è: pur senza un’etichetta ufficiale, il collezionista di treni esiste e ha una fisionomia multiforme. Ci sono quelli che guardano e basta, un po’ come chi fa birdwatching, che in questo caso si chiama train spotting, come il primo romanzo dello scrittore scozzese Irvine Welsh, da cui nel 1996 il regista britannico Danny Boyle trasse il cult-movie che lanciò Ewan McGregor. 

Già nel 1938, per i tipi di Gallimard, Georges Simenon pubblicava L’uomo che guardava passare i treni, che erano per lui metafora di chi «è abituato a spartire le sue ore con perfetta regolarità» e prova sentimenti che «non usano deviare». 

Non ci è dato sapere se i feramatori siano mossi dal bisogno di sublimare emotivamente un’esigenza esistenziale lineare e ben tracciata – non siamo mica Freud: siamo Web Garden. Sappiamo, però, che ce ne sono migliaia. E che migliaia sono le loro collezioni.

I meno ingombranti sono i feramatori-fotografi, che riempiono album di immagini con treni, carrozze, infrastrutture, ponti, gallerie e che hanno creato numerosi forum online, destinati a quelli che in inglese sono chiamati – più correttamente – railfanrailway enthusiast.

Ci sono poi gli appassionati di modellistica ferroviaria, e no: non sono i bambini. Anche se con un trenino, prima o poi, ci abbiamo giocato tutti, l’eminenza grigia dei feramatori-modellisti è il novantacinquenne francese Georges Golaz, che a 20 anni ha iniziato a montare binari (veri) e a 25 ha cominciato una delle più ricche raccolte conosciute.

In Italia, l’ex pilota automobilistico e campione del mondo con i kart Riccardo Patrese possiede una collezione di grande valore (quanto, non è stato ufficializzato), mentre in Serbia un imprenditore ha arredato le pareti di casa con file orizzontali e sovrapposte di treni in miniatura, dal pavimento al soffitto, che detto così fa tanto manicomio ma il risultato visivo – colorato e geometrico – è una vera opera d’arte.

Anche nel costo.

Chi ha molto più denaro e ancora più spazio a disposizione, colleziona e restaura locomotive o carrozze vere. Sono i feramatori-anonimi, nel senso che di rado escono allo scoperto. Fortuna esistono i musei, numerosi anche in Italia: dal Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, dov’è nata la storia delle ferrovie italiane (andate: è strepitoso), al Museo Ferroviario Piemontese di Savigliano, alla sezione treni del Museo della Scienza di Milano. All’estero, si viaggia dal National Railway Museum (York, UK) al Railway Museum di Kyoto (Giappone) fino a un formidabile cimitero dei treni in Bolivia, poco distante da Uyuni, dove si trovano le saline più grandi del mondo. 

L’ultima stazione dei feramatori sono le collezioni di oggetti legati alle ferrovie, i più disparati: attrezzi, divise, lampade, telefoni, maniglie, sedute e placche dei treni. A loro, Web Garden suggerisce di fare al più presto un salto alla Stazione Centrale di Milano, dove fino al 23 novembre si può visitare gratuitamente una delle prime sale d’attesa vip nella storia d’Italia: il Padiglione Reale, 750 mq su due piani al binario 21 riservati ai Savoia, con un passaggio segreto nascosto dietro uno specchio della toilette da usare come via di fuga in caso di attentato. 

Ai torinesi, però, va il primato della sala d’attesa più antica e segreta: 75 mq all’interno della stazione di Porta Nuova, ultimati nel 1864 per la famiglia reale e affrescati dal pittore Francesco Gonin. Come vederla? Tenendo d’occhio le giornate del FAI, che organizza aperture straordinarie per visitare questo capolavoro nascosto.

Il bosco dei pensieri di Fontanafredda

Il bosco dei pensieri di Fontanafredda

Questo articolo fa parte del numero 26 di Web Garden: I Boschi

Nel cuore delle Langhe, più precisamente all’interno della tenuta vitivinicola di Fontanafredda di proprietà dell’imprenditore Oscar Farinetti, esiste un villaggio narrante che ti consente di immergerti nella natura e di contemplare in tutta la sua bellezza l’ultimo bosco rimasto intatto nella Langa del Barolo, tra piante secolari, vigneti e noccioleti. Anche il nome scelto per indicare questo paradiso è evocativo di quanto il visitatore troverà: il Bosco dei Pensieri. 

Un libro da sfogliare all’aria aperta, da leggere camminando e da contemplare in silenzio. 

Il percorso si articola in dodici tappe, tutte segnalate dalla presenza di una panchina all’inizio di ogni stazione e corredate di aforismi d’autore – una raccolta di testi della letteratura mondiale – e di bozzetti originali della disegnatrice tedesca Alexandra Von Bassewitz.

Le poesie e i racconti sono stati pensati da Oscar Farinetti e affidati al poeta Pier Mario Giovannone per evidenziare i punti più panoramici e aiutare il visitatore a immergersi nella storia e nella geografia del paesaggio di Langa, tra 12 ettari e oltre 40.000 varietà di piante, con passeggiate da 20 o da 45 minuti, durante le quali si possono incontrare gli abitanti del bosco.

Solo alla fine dell’ultima tappa, dopo essersi persi nei propri pensieri e nella contemplazione della Natura, si scopre il senso del percorso: essere tutt’uno con se stessi, con le proprie emozioni e, se si è fortunati, con la persona che ti accompagna.

Le alte vette dell’archittetura verticale

Le alte vette dell’archittetura verticale

Questo articolo fa parte del numero 26 di Web Garden: i Boschi

Dal celebre Bosco Verticale di Milano alla Città-Foresta cinese di Liuzhou, l’architettura del futuro (ma anche del presente) opera sempre più in sinergia con la botanica. Per creare ecosistemi compatibili con gli insediamenti umani. Con due vie di fuga in caso di Apocalisse: le città-galleggianti e una colonia verde su Marte.

Dici “bosco verticale” e pensi alle due celebri torri di Milano, progettate da Stefano Boeri e inaugurate il 10 ottobre 2014: 94 specie vegetali, 711 alberi, 5mila arbusti e 15mila piante perenni. L’equivalente di due ettari di foresta che, in 186 metri d’altezza (110 una torre, 76 l’altra), filtrano le polveri sottili, attenuano l’inquinamento acustico e depurano l’aria, sottraendo anidride carbonica ed emettendo ossigeno. Sono le bio-costruzioni più famose e “instagrammate”, però non sono inedite.

Prima che il mondo premiasse questo capolavoro green, nel 2007 a Torino – con il consueto understatement sabaudo – l’architetto Luciano Pia terminava il progetto di Condominio 25, primo esperimento italiano di bioarchitettura ecosostenibile in città. Un edificio di 63 appartamenti, 150 alberi ad alto fusto, rivestimenti in larice, verde verticale in facciata e verde pensile sui tetti per un totale di 150 litri di ossigeno liberati ogni ora.

Acros Fukuoka,Complex building located in the Tenjin area, Fukuoka, Kyushu, Japan, daytime

Dopo il successo di Milano, l’intraprendente portavoce internazionale degli ecosistemi urbani ecosostenibili ha iniziato a pianificare “boschi” in tutto il mondo, dalle Ca’ delle Alzaie di Treviso alla Torre dei Cedri di Losanna, dalle Foreste Verticali di Hannover, Il Cairo, Tirana e Nanchino a quella Bianca di Parigi, fino a immaginare una città-foresta a nord della metropoli cinese di Liuzhou che, per fronteggiare l’emergenza climatica, nel 2017 ha approvato un progetto che ospiterà 30mila persone, 175 ettari di case, uffici, centri commerciali, scuole e ospedali, 40mila alberi e 1 milione di piante.

È che a volte, come insegna James Bond, il mondo non basta. Così Stefano Boeri ha programmato, entro il 2117,  la costruzione di una colonia di Shanghai in formato “Vertical Forest” sul pianeta Marte; là dove – spiega lo studio d’architettura – «i semi eco-sistemici viaggerebbero grazie a una stazione spaziale interplanetaria» (e no, le stazioni spaziali orbitano, non viaggiano) permettendo «la creazione di un’atmosfera e di un clima favorevole alla vita delle piante e degli umani»: stessa ipotesi fantascientifica del romanzo “The Martian” di Andy Weir (2011), portato sul grande schermo da Ridley Scott nel 2015.

Bello e impossibile.

Saltando come Tarzan tra le liane del tempo, le prime costruzioni green della Storia sono cosa antica. Iniziano con i leggendari giardini pensili di Babilonia: un immenso polmone verde con strutture a gradoni, piante esotiche e irrigazione artificiale costruito nel 600 a.C. sotto re Nabucodonosor II – leggendari perché, nonostante le dettagliate descrizioni degli storici Erodoto e Strabone, gli scavi archeologici a Babilonia (oggi Al-Hillah, Iraq) non ne mostrano traccia. 

Vivi e vegeti, invece, sono i 7 lecci secolari che svettano tutt’oggi in cima alla Torre Guinigi di Lucca, eretta nel Trecento e considerata il primo, vero bosco verticale italiano.  

Aerial view of Santos city, buildings on the waterfront avenue, county seat of Baixada Santista, on the coast of Sao Paulo state, Brazil.

Altro balzo di liana e si arriva al Novecento, con le Case popolari di Vienna di Friedensreich Hundertwasser, antesignano della bioarchitettura, che a metà Anni Ottanta realizzò un edificio di 52 appartamenti, destinato a famiglie indigenti, con un giardino pensile su ogni terrazza. Meno di 10 anni dopo, ecco lo stupefacente Acros di Fukuoka, Giappone, progettato nel 1995 dall’architetto argentino Emilio Ambasz: 100mila metri quadrati in centro città con 14 giardini terrazzati, 6mila metri quadrati di verde, 50mila piante e un totale di 120 varietà. Da qui è (dichiaratamente) partito l’architetto francese Jean Nouvel per realizzare la sua Rosewood Tower di San Paolo, Brasile, primo grattacielo al mondo a impatto zero. 

Altro continente, altro bosco verticale: il Tao Zhu Yin Yuan di Taiwan – 93,2 metri d’altezza, 23mila alberi e una copertura verde del 246% – opera del belga Vincent Callebaut, che ha firmato anche i progetti del grattacielo verde Dragonfly (New York) e della città galleggiante Lilypad: 500mila metri quadrati a forma di fiore di loto nel mezzo dell’oceano (quale oceano, è informazione non pervenuta), destinati a quei rifugiati climatici che vedranno le proprie terre inghiottite dalle acque. Ipotesi tristemente più realistica di quella marziana.

Dagli anni Duemila a oggi, da Oriente a Occidente, tra le alte vette dell’architettura sostenibile si stagliano il malesiano Ken Yeang (National Library, Singapore), lo studio londinese Gustafson Porter + Bowman (Gardens by the Bay, ancora Singapore), il vietnamita Vo Trong Nghia (Chicland Hotel di Danang, Vietnam) e il duo austriaco-cinese Chris Precht and Dayong Sun, con i progetti delle Arcades di Tel Aviv (Israele), della Tree Tower di Toronto (Canada) e di One With the Birds, hotel in bambù modulare e trasportabile, che si potrà estendere sia in orizzontale sia in verticale.

Come tutta l’eco-edilizia di un futuro che è già presente, anzi: urgente e necessario.

Posidonia, la dea del Mediterraneo

Posidonia, la dea del Mediterraneo

Questo articolo fa parte del numero 215di Web Garden: Praterie Sommerse

È intitolata al dio greco del mare: infatti ha qualità divine. È la Posidonia oceanica, una pianta acquatica antica e tenace, endemica del Mediterraneo, che contrasta l’erosione delle coste, produce ossigeno e offre riparo a un’incalcolabile varietà di pesci e molluschi, che tra le sue foglie si cibano, si nascondono e si riproducono come conigli.

Tanto per dare i numeri, che rendono bene: un metro lineare di prateria sommersa previene dalla scomparsa parecchi metri di litorale. Distruggere un metro di posidonieto (la prateria acquatica, appunto) equivale ad annientare la spiaggia antistante.

Sì, proprio quella bella caletta dove le lunghe foglie secche di Posidonia, spiaggiate perpendicolarmente al bagnasciuga, ci danno tanto fastidio e dove i bambini schifano gli egagropili – che detti così non si capisce, ma se parliamo di “kiwi di mare” o “polpette di Nettuno” a tutti vengono in mente le palline marroncine e feltrose che ai bagnanti più sensibili ricordano il colore e gli effetti di un attacco di colite.

School of fish Sarpa salpa with seagrass Posidonia oceanica underwater in the Mediterranean sea, Cabo de Gata Nijar, Almeria, Andalusia, Spain

Ecco, quelle deiezioni marine – assolutamente innocue e pulite – sono i residui fibrosi di Posidonia oceanica che si accumulano sui litorali, compattati e spinti dalle onde. Sono queste palline (tra cui, disgustati, ogni estate facciamo la gimkana) a pulire le acque da tonnellate di plastica, per lo più PET, che poi sarebbe lo scodinzolante acronimo del polietilene tereftalato: riciclabile, certo, ma se resta spappolato in fondo al mare mica tanto. 

Una ricerca condotta nel 2021 dall’Università di Barcellona ha stimato che ogni chilogrammo di egagropilo elimina dal mare 1.470 detriti (cioè pezzettini) di plastica, per un totale di 867 milioni di detriti l’anno. Gli egagropili sono una flotta di spazzini che non fa altro se non svolgere il proprio lavoro. Finché non ci si mette di traverso l’uomo.

Intanto, già solo il fatto che si chiami “oceanica” ma si trovi esclusivamente nel mare Mediterraneo dovrebbe far sorgere un sospetto di estinzione. In tempi remoti, la Posidonia aveva una massiccia presenza nelle acque salate del Pianeta, ben più vasta di oggi. Ma facciamo pure che l’umanità sia incolpevole. Le barche, quelle no. 

Ogni volta che si getta l’àncora in un posidonieto ci si porta via un pezzo di prateria sommersa. E non solo le foglie, cosa già di per sé devastante per la buona salute delle coste. Per evitare l’insabbiamento, la Posidonia oceanica cresce molto lentamente in verticale, creando sul fondale formazioni dette “matte”: un intreccio fitto di radici e rizomi (la parte sotterranea del fusto, ndr) che si alza di un metro ogni secolo.

Strappare la “matte” equivale a distruggere decenni di lavoro vegetale e creare passaggi attraverso cui penetra l’acqua salata, che erode la struttura e provoca la morte della prateria. Se è vero – e lo è – che ogni metro quadrato di Posidonia rilascia nell’ambiente fino a 20 litri di ossigeno al giorno, più si distruggono le praterie sommerse e meno ossigeno avremo a disposizione.

Nel frattempo, la Posidonia si difende. Oggi le sue praterie occupano 38 mila chilometri quadrati di fondali sabbiosi all’interno del bacino del Mediterraneo, una superficie equivalente a 6 volte l’isola di Manhattan, e custodiscono esemplari antichissimi.

Nel 2006, nel mare tra Ibiza e Formentera, dentro una prateria di 700 chilometri quadrati è stata scoperta una pianta di Posidonia lunga 8 mila metri, che i marcatori genetici hanno calcolato avere 100 mila anni: la stessa età dell’uomo di Neanderthal (quello estinto) quando dall’Asia scollinò in Medio Oriente. Secondo gli scienziati, questa pianta è uno degli organismi viventi più grandi e longevi al mondo.

E mentre le praterie a Posidonia si sono evolute fino a diventare una comunità climax, cioè un ecosistema che ha già raggiunto lo stadio finale della propria evoluzione, la comunità umana su questo concetto ha da lavorarci ancora un po’.

Le alghe in cucina

Le alghe in cucina

Questo articolo fa parte del numero 25 di Web Garden: Praterie sommerse

Oggi sull’onda della moda culinaria fusion ci paiono una novità magari un po’ stravagante, ma nella realtà le alghe sono presenti sulle tavole dell’uomo fin dai tempi più antichi. Utilizzate da molte popolazioni costiere soprattutto cinesi, giapponesi, maori e hawaiane ma anche africane (intorno al lago Ciad), queste vere e proprie verdure di mare furono utilizzate – e poi dimenticate – persino nel Mediterraneo prima dell’era cristiana.

Del resto sono le piante commestibili più antiche del mondo, oltre che le prime forme vegetali comparse sulla Terra.

Da sempre nelle cucine orientali se ne fa largo uso, mentre in Europa, segnatamente in Bretagna,  sono arrivate intorno al XVII secolo quando si scoprì che anche quelle europee potevano arricchire la gamma degli aromi locali e oggi sono un ingrediente importante della cucina bretone, ma non solo. 

Da allora infatti alcune alghe europee hanno ottenuto lo status di aromi, di condimenti o di vere e proprie spezie:

  • Con la lattuga di mare essiccata e ridotta in fiocchi, ad esempio, si ottiene uno squisito burro mantecato.
  • La rossa porfiria, dal sapore lievemente affumicato, pare eccellente per insaporire uova o pasta sfoglia.
  • Il finocchio di mare sminuzzato si può aggiungere all’avocado per dargli una “spinta” in più. 
  • Unire ai cibi la frusta della strega ridotta in polvere conferirà loro un aroma quantomeno originale. 

Di alghe oggi si parla più in termini di coltivazioni che di raccolta spontanea, non solo perché hanno conquistato le tavole di mezzo mondo ma perché rispondono agli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite poiché i loro benefici a livello ambientale ed economico sono ormai chiari: possono infatti fornire cibo a molte persone e quindi ridurre l’uso di suolo per produrre alimenti, sono le principali produttrici di ossigeno sulla Terra, contribuiscono a ridurre l’acidificazione degli oceani e sono in grado di proteggere le barriere coralline. 

Ma quali sono le alghe commestibili?

In natura ne esistono almeno 20.000 specie e quelle commestibili sono quelle marine classificate in alghe rosse, verdi e brune. 

Considerate un vero e proprio superfood, sono ricche di proteine e sali minerali come sodio, potassio, calcio e magnesio e di vitamine (A, C, E e vitamina B12) e poverissime di carboidrati.

Comunque le si usi, le alghe offrono numerosi benefici grazie ai nutrienti che contengono, infatti si ritiene che combattano la stanchezza, rafforzino il sistema immunitario, riattivino circolazione e metabolismo e regolarizzino i livelli ematici e del colesterolo.

Molteplici quelle impiegate in cucina; in Occidente quelle più popolari sono: 

Alga Kombu e Alga Wakame: di sapore dolce, possono essere consumate sia crude che cotte. Ottime per zuppe, minestre, legumi. 

Alga Nori (lattuga di mare): venduta secca va tostata leggermente sulla fiamma finché diventa verde. Questa qualità è quella più utilizzata per preparare il sushi e ha la proprietà di ridurre il colesterolo e i depositi di grassi. 

Alga Kelp: da cuocere in acqua bollente con peperoncino e salsa di soia, è un ingrediente tipico dell’insalata di mare giapponese. 

Alga dulce: ha un gusto che ricorda il bacon, è ricca di proteine e vitamine. 

Salicornia: molto sapida, si trova in quantità sulle rive dell’Oceano Atlantico, si sbollenta per gustarla come snack salato o si compra in vasetti per condire la pasta. 

Agar Agar: composto gelatinoso che si ricava dall’alga rossa tengusa. Dal sapore forte e deciso va ammorbidita prima di mangiarla. Utilizzata nell’industria come addensante per creme e budini.

Alga Hijiki: è un’alga marrone che viene prima bollita e poi essiccata, cucinata in padella o servita con il pesce.

Alga Carragheen  (lichene d’Irlanda): alga rossa, parte della tradizione alimentare irlandese, dove viene gustata nelle zuppe. Vi si preparano anche decotti e infusi, bevande alcoliche fermentate. E’ utilizzata inoltre come gelificante e addensante. 

Alga Umibudo (uva di mare): una specie di caviale vegetale, ha minuscole foglie a forma di perla che in bocca rilasciano il sapore del mare. Viene venduta fresca e consumata per lo più in Giappone, Malesia e nelle Filippine.

L’alga Spirulina, la Klamath, la Clorella, la Fucus e l’Ecklonia Cava, vengono invece utilizzate come ingredienti per integratori anticellulite, snellenti e lassativi. 

In commercio le troviamo generalmente essiccate in confezioni sigillate, pertanto devono essere reidratate prima dell’utilizzo. E’ sufficiente tuffarle in acqua calda e lasciarle in ammollo fino a quando tornano morbide, dopodiché possono essere consumate in insalata o in piatti più elaborati. 

Oggi le ricette a base di alghe sono moltissime e non è necessario essere cuochi provetti per cimentarsi nel loro utilizzo per ricette un po’ diverse. Addirittura la tradizione gastronomica siciliana ci offre un piatto tipico di questa terra dalle contaminazioni straordinarie, proprio a base di alghe, un vero concentrato di mare. Si tratta del Mauru, un’insalata a base di alghe rosse locali (Chondrus crispus, Calliblepharis jubata, Grateloupia filicina e Gigartina acicularis) condita semplicemente con acqua e limone.

Dal cuore della Sicilia al Giappone, la cucina dimostra – ancora una volta – che intorno ad un tavolo si riscoprono radici comuni talvolta impensate.