Storia della Madama Reale, di una Vigna e di Torino

Storia della Madama Reale, di una Vigna e di Torino

Questo articolo fa parte del numero 32 di Web Garden: Villa Abegg

In questo numero del magazine interamente dedicato allo splendido parco di Villa Abegg, anche noto come Vigna di Madama Reale, Web Garden vi porta a ripercorrere la storia della figura dell’affascinante ed eroica Cristina Maria di Borbone-Francia, che acquistò nel 1648 quella che era allora solo una piccola vigna per la cifra di 250.000 Lire, per trasformarla in cinque anni nella “Vigna delle Delizie”, in cui trascorse fra ricevimenti e intrighi politici gli ultimi dieci anni del suo regno.

Nata in Francia e figlia di re Enrico IV e della scaltra Maria de’Medici, fu cresciuta nello splendore del Louvre a Parigi. Dai suoi ritratti si evince la sua grande avvenenza: aveva la pelle bianchissima, labbra scarlatte, lineamenti raffinati ed un viso circondato di boccoli castani. Fu data in sposa a soli tredici anni all’allora trentunenne Vittorio Amedeo I, futuro Duca di Savoia, senza che si fossero mai incontrati e fu catapultata ancora bambina a Torino, per sancire l’alleanza francese e sabauda contro le ingerenze spagnole.

La corte torinese era severa e poco avvezza agli sfarzi parigini e la giovane Cristina portò una ventata di grande vitalità nei palazzi sabaudi. Donna di immenso gusto, fascino e importante mecenate delle arti e della cultura (fu tra le altre cose la protettrice di Cartesio), attirò a sé infiniti pettegolezzi che la indicavano come grande libertina, intensamente dedita al tradimento, fino a quello con il Conte Filippo d’Agliè, un cortigiano raffinato e coreografo di corte, che fu per lei un fedele consigliere e con cui intrattenne una lunga storia d’amore che l’accompagnò fino agli ultimi anni della sua vita.

Ma oltre all’aspetto edonistico e sentimentale, questa donna fu capace di atti di vero eroismo in tempi in cui alle donne erano concessi spazi estremamente esigui. Alla morte di suo marito nel 1637, l’allora trentunenne Madama Reale si trovò madre di sei figli ancora minori, quattro femmine e due maschi, e reggente: ruolo che mantenne di fatto per oltre trent’anni anche dopo che suo figlio Carlo Emanuele II ebbe raggiunto l’età di governo.

Una volta assunta la reggenza, Madama Reale si trovò schiacciata fra il fronte filospagnolo, costituito dai cognati Maurizio e dal Principe Tommaso di Carignano-Savoia, e quello francese rappresentato da suo fratello Luigi XIII, che ambiva ad annettere il Piemonte al suo regno. Ma Cristina difese strenuamente l’indipendenza del Piemonte, e si aprì così una lotta fra i suoi sostenitori detti “madamisti” ed i “principisti” fedeli a Carignano che le voleva succedere al trono. Il Ducato ed il Piemonte furono salvati dalla loro protettrice, che firmò nel 1642 un trattato di pace con i cognati e poté consegnare integro ed indipendente il regno al figlio nel 1648.

In vecchiaia questa donna così ebbra di vita cercò la pace, e forse il pentimento dai suoi costumi poco ortodossi, nella fede. Seguiva ben quindici messe al giorno portando una croce sulla schiena e si faceva camminare sul corpo dalle suore carmelitane della Chiesa di Santa Cristina che aveva fatto edificare lei stessa in piazza San Carlo Borromeo.

Madama Reale, morì il 27 dicembre del 1663, e fu sepolta con i semplici abiti di una monaca sotto il coro della Chiesa di Santa Cristina, ormai forse mondata dagli splendori e dagli eccessi della sua vita terrena. Alla sua morte, la “Vigna delle Delizie” divenne luogo di villeggiatura del figlio Carlo Emanuele II in cui vi intratteneva le sue numerose amanti, per poi passare sotto l’egida di diversi proprietari fino a che fu acquistata nel 1932 dall’industriale svizzero Werner Abegg da cui oggi prende il nome.

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I Giardini Esoterici

I Giardini Esoterici

Questo articolo fa parte del numero 31 di Web Garden: I Giardini Magici

La natura è tradizionalmente ispirazione e strumento del mago, dell’alchimista, dello studioso di esoterismo, che da millenni analizza e misura i cicli ed i ricorsi dell’Universo per trovarvi una connessione metafisica con il divino. Quale luogo quindi si presta meglio a questo connubio fra eterico e materico se non il giardino?

Oasi non solo di contemplazione, ma mappa su cui disegnare precisi percorsi spirituali per l’estasi dell’iniziato e per il piacere del novizio. In Italia ve ne sono diversi, con differente genesi ed altrettanto diverso scopo, ma tutti incredibilmente affascinanti. 

Seguendo un ordine del tutto casuale, Web Garden vi porta alla scoperta dei tre fra i più emozionanti percorsi estetici e spirituali del nostro territorio. Possiamo cominciare con l’opera recente del Giardino dei Tarocchi, ideato nel 1979 dall’artista franco-americana Niki de Saint Phalle. Situato nei pressi di Capalbio, in provincia di Grosseto, è uno degli esempi di arte ambientale più importanti d’Italia. Immerse in quasi due ettari della maremma, si stagliano le ventidue ciclopiche sculture, di una dimensione che varia dai 12 ai 15 metri, che raffigurano gli arcani maggiori del mazzo dei tarocchi.

Bomarzo

Prendendo l’iconografia di questi archetipi, l’artista la rielabora trasformandola in forme sinuose, dai colori intensi, dalle involuzioni rotonde, tra il grottesco e l’erotico. Imponenti e quasi ipnotiche, queste statue, così come gli arcani a cui si riferiscono, raccontano del passaggio dell’anima in terra e di tutte le sue vicissitudini lungo questo viaggio di conoscenza ed introspezione di se stessi e della natura umana. Per preservare questo prezioso luogo, le visite sono limitate, e si svolgono esclusivamente fra aprile ed ottobre.

Si trova invece nella Tuscia viterbese il Sacro Bosco di Bomarzo, realizzato nella seconda metà del Cinquecento da Pier Francesco Orsini, detto Vicino. Si dice che l’incredibile progetto fu opera dello stesso Orsini, anche se alcuni hanno attribuito il lavoro al Vignola o Pirro Ligorio, molto attivi all’epoca. Il parco, noto anche come “giardino dei mostri” è caratterizzato da enormi sculture e strutture in pietra basate su conoscenza misteriche, riconducibili al testo “L’Idea del Theatro” di Giulio Camillo del 1550, in cui l’autore, a cui si sarebbe ispirato il principe Orsini, esprime la sua idea sulla costituzione del cosmo.

In questo luogo i visitatori sono portati a compiere un cammino iniziatico partendo dal punto più basso del giardino, per poi attraversare una selva – simbolo della materia – che conduce verso un cammino di conoscenza e salvezza articolato in tre livelli che rappresentano il mondo, la terra e l’occhio.

Il percorso culmina con il simbolico abbandono della struttura fisica e il ricongiungimento al divino. Il parco nel corso dei secoli cambiò più volte di proprietà, suscitando sempre un grande interesse fra gli studiosi e gli intellettuali. Anche nel corso del ‘900 furono numerosi gli artisti che vi si dedicarono e che vi diedero il proprio contributo, fra questi Salvador Dalì, Michelangelo Antonioni, Paolo Portoghesi e Marcel Duchamp.

Ha un impianto invece del tutto alchemico il giardino fiorentino di Boboli, che accoglie ben 800.000 visitatori l’anno e che dal 2013 è patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Il giardino è stato voluto e concepito sotto l’egida medicea e fu acquisito ed ampliato da Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I. Dal cortile dell’Ammannati inizia un percorso allegorico-alchemico con le due fontane del Carciofo e di Mosè, poste simmetricamente una sull’altra a rappresentare il principio espresso nella tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto “come in cielo, così in terra, come sopra, così sotto”. Si prosegue poi con una serie di simboli astrologici ed alchemici voluti da Cosimo I e dal figlio Francesco, che conducono all’ascesa verso il teatro con un grande obelisco egizio e la statua dell’Abbondanza.

Da qui si prosegue verso il “Viottolone” che porta alla vasca in cui prima dell’odierna scultura di Oceano vi era posta una Venere, custode dei “pomi d’oro” che erano non solo i simboli dello stemma mediceo, ma anche il frutto di cui poteva godere chi aveva compiuto il percorso interiore dell’iniziato. 

Discendere nella terra e risalire con il frutto della conoscenza, questo lo scopo dell’alchimista alla ricerca della verità come nell’antico acronimo VITRIOL: “Visita interiora terrae rettificando invenies occultum lapidem”: visita l’interno della terra e sulla retta via troverai la pietra nascosta, dove la pietra nascosta, o filosofale, rappresenta la congiunzione al divino.

E  dove meglio di un giardino per liberarsi da se stessi e se stessi ritrovare?

L’orto in terrazzo

L’orto in terrazzo

Questo articolo fa parte del numero 30 di Web Garden: Incubatore di vita

L’orto in terrazzo è un’ottima soluzione per chi desidera coltivare le proprie verdure ed erbe aromatiche anche in spazi ristretti. Grazie alla tecnica del vaso, è possibile avere un orto rigoglioso e colorato anche sul balcone di casa. Vediamo insieme come fare un orto in terrazzo in modo semplice e efficace.

Prima di tutto, è importante scegliere la posizione giusta per l’orto. Il terrazzo deve ricevere almeno 4-6 ore di luce solare diretta al giorno per consentire alle piante di crescere in modo sano e rigoglioso. Assicurarsi che il terrazzo sia abbastanza resistente per sopportare il peso dei vasi e che sia ben drenato per evitare ristagni d’acqua.

Una volta individuata la posizione ideale, è il momento di scegliere i vasi e i contenitori adatti per le piante. È importante che i vasi abbiano dei fori di drenaggio sul fondo per evitare che le radici marciscano a causa dell’eccesso di acqua. Si possono utilizzare vasi di plastica, terracotta, ceramica o anche contenitori riciclati come vecchie bottiglie di plastica o cassette di legno.

Per quanto riguarda il terreno, è consigliabile utilizzare un terriccio specifico per ortaggi e piante aromatiche, ricco di sostanze nutritive e ben drenante. È possibile arricchirlo ulteriormente con del compost o dell’humus per garantire una migliore crescita delle piante.

Una volta sistemati i vasi sul terrazzo e riempiti con il terriccio, è il momento di scegliere le piante da coltivare. È possibile optare per ortaggi come pomodori, zucchine, peperoni, melanzane, insalata, rucola, carote e erbe aromatiche come basilico, prezzemolo, timo, salvia e rosmarino. È importante tenere conto delle dimensioni della pianta e del vaso scelto per garantire lo spazio necessario alla crescita.

Durante la fase di coltivazione, è importante seguire alcune semplici regole per garantire il successo dell’orto in terrazzo. Innanzitutto, è fondamentale annaffiare regolarmente le piante, evitando di bagnare le foglie per prevenire malattie fungine. Inoltre, è consigliabile concimare le piante con un concime organico una volta al mese per garantire loro tutti i nutrienti di cui hanno bisogno.

Infine, è importante tenere sotto controllo parassiti e malattie che possono colpire le piante dell’orto in terrazzo. In caso di presenza di afidi, ragni rossi o muffa, è possibile utilizzare rimedi naturali come l’acqua e il sapone nero, l’olio di neem o dei feromoni per attirare insetti predatori.

In conclusione, fare un orto in terrazzo è un’attività gratificante che permette di coltivare verdure fresche e aromatiche anche in spazi ristretti. Con un po’ di pazienza e dedizione, è possibile ottenere un orto colorato e rigoglioso che consentirà di preparare piatti gustosi e sani utilizzando ingredienti freschi e di prima qualità. Se siete appassionati di giardinaggio e volete sperimentare la coltivazione di ortaggi e erbe aromatiche, l’orto in terrazzo è sicuramente la soluzione che fa per voi.

L’albero di Natale

L’albero di Natale

Questo articolo fa parte del numero 29 di Web Garden: Oh, albero

Il Natale, con la sua magia ed il suo calore, è una festa celebrata in tutto il mondo. Uno degli elementi più iconici di questa festività è senz’altro l’albero di Natale, splendidamente addobbato con luci scintillanti e ornamenti vari. Ma qual è l’origine di questa tradizione secolare che ha portato all’affascinante pratica di decorare l’albero?

Il primo riferimento documentato dell’uso dell’albero di Natale risale al VI secolo, nella Germania settentrionale. Lì, gli abitanti decoravano gli alberi con mele, noci e altri frutti, rallegrando così le loro case. Questo gesto non solo conferiva un tocco di bellezza e calore all’ambiente domestico, ma era volto a simboleggiare anche l’abbondanza e la prosperità.

Una successiva evoluzione nella decorazione dell’albero natalizio si ebbe nel XVII secolo, quando si iniziarono ad utilizzare piccole lanterne e candele per illuminare gli alberi. Questa novità fu ispirata dalla tradizione del “Paradise Play”, una rappresentazione teatrale di storie bibliche che veniva eseguita durante le festività del Natale.

Gli alberi erano posti al centro del palcoscenico e illuminati per donare un tocco magico ed etereo alla performance.

Gift Box Under Christmas Tree With Ornament In Interior With Fireplace And Abstract Defocused Bokeh

uttavia, il vero punto di svolta si ebbe nel XIX secolo in Inghilterra.

La regina Vittoria ed il suo amatissimo consorte, il principe Alberto, erano noti per la loro influenza sulle mode e sulle tendenze dell’epoca, e la loro adozione dell’albero di Natale come elemento centrale decorativo contribuì a diffonderne l’uso in tutta la società. Furono loro ad introdurre l’uso delle decorazioni fatte a mano, tra cui piccoli regali, caramelle e giocattoli, appesi all’albero con cura.

Un altro elemento chiave nell’evoluzione della storia del nostro amatissimo albero di Natale fu l’avvento dell’industrializzazione. Nel corso del XIX secolo si diffuse la produzione in serie delle decorazioni natalizie, rendendo gli ornamenti, dalle palline di vetro soffiato, ai campanellini e i giocattoli in miniatura, più accessibili a tutte le classi sociali.

Closeup photo of traditional Christmas decorations and candles on wooden table against fireplace

Sempre nello stesso secolo, anche negli Stati Uniti l’addobbo dell’albero divenne una tradizione diffusa, grazie anche all’influenza della moda europea sulla cultura americana. Nel 1880, Thomas Edison brevettò la lampadina elettrica, un’invenzione che segnò la svolta nella storia delle decorazioni, dove le lampadine, più durature e sicure, andarono via via a sostituire le fiammelle delle candele, tanto romantiche quanto pericolose. 

Nel XX secolo la tradizione della decorazione dell’albero di Natale divenne universalmente diffusa, tanto da arrivare a trascendere anche la sua origine religiosa: sono molte le famiglie di confessione diversa da quella cristiana che oggi decidono di rallegrare la loro casa con quest’usanza, divenuta più un simbolo del focolare domestico e dell’unione familiare che non del Natale religiosamente inteso.

Oggi l’albero di Natale è immancabile, ed ognuno trova la sua espressione estetica nel decorarlo. Ve ne sono di maestosi e barocchi, pieni di ori, luci, nastri, scintillii, altri estremamente creativi, con decori di forme e colori bizzarri, fino a quelli più essenziali, composti dalla sagoma di un solo ramo e poco altro. Ma che il vostro sia un albero minimal o maximal, Web Garden vi augura di trovare attorno ai suoi rami il calore delle feste trascorse nell’amore dei vostri cari.

I Fiori nella Moda

I Fiori nella Moda

Questo articolo fa parte del numero 21 di Web Garden: I fiori nella moda

Il legame fra i fiori e la moda: un rapporto inscindibile, reso irrimediabilmente intrinseco attraverso i secoli, che sono stati testimoni dell’uso dei fiori non solo per decorare magnifici tessuti da oriente a occidente, ma che in epoche più recenti li hanno visti assurgere a simbolo identificativo dei grandi fashion designer. Guardando al passato, per apprezzare la relazione fra estetica e natura, si pensi ai magnifici ramage che ricamavano gli antichi kimono giapponesi, vero e proprio patrimonio mobile delle geishe più ambite delle sale da thè dell’Impero del Sol Levante.

Oppure agli splendidi ed elaboratissimi sari delle maharani indiane, o alle sete cinesi i cui decori floreali sembravano acquarellati da mani piene di grazia. 

Nel diciassettesimo secolo, la “tulipanomania” olandese ha spaziato dalla botanica alla finanza, per finire a ridisegnare le fogge degli abiti delle signore, ispirati a quegli stessi fiori che hanno definito un intero periodo economico e culturale. La mente va poi ai tessuti riccamente decorati della Versailles del Settecento, dominata dalla politicamente inetta, ma esteticamente strepitosa regina Maria Antonietta, vera influencer ante litteram, che faceva acconciare le sue svettanti parrucche di fiori di ogni colore, sfidando caparbiamente la legge di gravità per mano del leggendario parrucchiere Monsieur Léonard.

Ma i fiori e il loro uso nell’abbigliamento non sono appannaggio solo dei potenti e delle loro mise opulente: dal Sud America al Medio ed Estremo Oriente, dall’Africa all’Oceania passando naturalmente per il nostro continente, i fiori, nella loro immediata bellezza, nella loro varietà di forme e di colori, hanno decorato e tuttora abbelliscono i tessuti più raffinati, così come quelli più semplici, perché la natura con il suo richiamo attraversa qualsiasi cultura e classe sociale: è un dono per tutti e a cui tutti sono sensibili.

Spring seamless pattern with blooming sakura, pink peonies plum branches and flying butterflies in Chinese style

Per restare circoscritti a un ambito a noi più prossimo, sia in termini geografici sia storici, si può portare la memoria alla fine del secondo dopoguerra, e al New Look di Christian Dior. Dopo anni di dolori, perdite e sacrifici, il desiderio di tornare non solo a vivere, ma di farlo con la gioia di una vera e propria rinascita, è rappresentato esteticamente dalle nuove silhouette proposte da uno dei più grandi couturier di tutti i tempi. I suoi abiti dal vitino strizzato e dalle ampie gonne ricordano le corolle, i fiori in tutto il loro splendore animano i suoi tessuti e nel 1956 nasce il primo profumo della maison: Diorissimo.

Creato dal naso René Gruau, questa essenza al mughetto, racchiusa allora in un flacone di cristallo sormontato da un tappo a forma di bouquet, è una vera e propria rivoluzione e il suo aroma diventa, e resta tutt’oggi, il simbolo della casa. La relazione fra Dior e i suoi fiori perdura nel tempo e non viene mai abbandonata, ma anzi esaltata, dai diversi creativi che si sono alternati alla sua direzione: basti ricordare le mirabolanti collezioni di John Galliano, ulteriormente abbellite dal trucco scenografico di Pat McGrath, e ammirare quelle odierne e certamente più minimali di Maria Grazia Chiuri. 

Molti sono i designer che si sono identificati e quasi appropriati di un loro fiore distintivo. Mademoiselle Chanel ha la sua camelia: bianca, pura, perfetta, ma semplice e composta, come l’immagine della donna emancipata ed essenziale che ha portato in vita. Le sue camelie sono poi state ulteriormente sublimate dai raffinatissimi gioielli di Fulco da Verdura, per poi essere riprese e declinate in un’infinità di variazioni nel periodo di reggenza presso Chanel del grandissimo e compianto Karl Lagerfeld.

Per il nostro Valentino Garavani è sempre stata la rosa, e tutt’ora questo fiore campeggia nelle collezioni di Pier Paolo Piccioli che interpreta il nuovo Valentino senza dimenticarne la simbologia originaria. E se la rosa sta a Valentino come il mughetto a Dior e la camelia a Chanel, la margherita dalle forme fanciullesche è il simbolo di Marc Jacobs, un designer che, sebbene sia nato come interprete del più distruttivo grunge, non ha tuttavia rinunciato a questo fiore pieno di allegria e spensieratezza. Altrettanto giocose sono le margherite ridenti dell’artista Takashi Murakami, che con i suoi disegni da manga giapponese ha rivoluzionato l’estetica della classicissima pelletteria di Louis Vuitton: una collaborazione che ha rappresentato un punto di rottura e di estrema innovazione nel modo di percepire le vecchie signore, talvolta forse un po’ polverose, della moda.

Close-up view of Indian woman fashion and traditional wear sarees in shop display

E per quanto la relazione fra fiori e moda sia tanto ricca da rendere davvero impossibile citare tutti i meravigliosi risultati che questo amore reciproco ha prodotto e continua a produrre, si pensi a Erdem, i cui abiti sembrano giardini fioriti, a Oscar de La Renta e i suoi look da uptown Manhattan, ai limoni siciliani di Dolce e Gabbana, ai prodigi quasi architettonici di Roberto Capucci, il cui plissé soleil si espande come se desiderasse sbocciare, alle creazioni più concettuali di Viktor e Rolf, fino all’exploit dell’irriverente Jeremy Scott, che nel 2018 per Moschino ha mandato in passerella la statuaria Gigi Hadid fasciata come un vero e proprio bouquet. Fiori sugli abiti, abiti a forma di fiori, fiori nei capelli, sulle scarpe, sulle acconciature e nei gioielli, con il fine ultimo di esaltare il contenuto: il fiore più prezioso, la donna.