L’albero di Natale

L’albero di Natale

Questo articolo fa parte del numero 29 di Web Garden: Oh, albero

Il Natale, con la sua magia ed il suo calore, è una festa celebrata in tutto il mondo. Uno degli elementi più iconici di questa festività è senz’altro l’albero di Natale, splendidamente addobbato con luci scintillanti e ornamenti vari. Ma qual è l’origine di questa tradizione secolare che ha portato all’affascinante pratica di decorare l’albero?

Il primo riferimento documentato dell’uso dell’albero di Natale risale al VI secolo, nella Germania settentrionale. Lì, gli abitanti decoravano gli alberi con mele, noci e altri frutti, rallegrando così le loro case. Questo gesto non solo conferiva un tocco di bellezza e calore all’ambiente domestico, ma era volto a simboleggiare anche l’abbondanza e la prosperità.

Una successiva evoluzione nella decorazione dell’albero natalizio si ebbe nel XVII secolo, quando si iniziarono ad utilizzare piccole lanterne e candele per illuminare gli alberi. Questa novità fu ispirata dalla tradizione del “Paradise Play”, una rappresentazione teatrale di storie bibliche che veniva eseguita durante le festività del Natale.

Gli alberi erano posti al centro del palcoscenico e illuminati per donare un tocco magico ed etereo alla performance.

Gift Box Under Christmas Tree With Ornament In Interior With Fireplace And Abstract Defocused Bokeh

uttavia, il vero punto di svolta si ebbe nel XIX secolo in Inghilterra.

La regina Vittoria ed il suo amatissimo consorte, il principe Alberto, erano noti per la loro influenza sulle mode e sulle tendenze dell’epoca, e la loro adozione dell’albero di Natale come elemento centrale decorativo contribuì a diffonderne l’uso in tutta la società. Furono loro ad introdurre l’uso delle decorazioni fatte a mano, tra cui piccoli regali, caramelle e giocattoli, appesi all’albero con cura.

Un altro elemento chiave nell’evoluzione della storia del nostro amatissimo albero di Natale fu l’avvento dell’industrializzazione. Nel corso del XIX secolo si diffuse la produzione in serie delle decorazioni natalizie, rendendo gli ornamenti, dalle palline di vetro soffiato, ai campanellini e i giocattoli in miniatura, più accessibili a tutte le classi sociali.

Closeup photo of traditional Christmas decorations and candles on wooden table against fireplace

Sempre nello stesso secolo, anche negli Stati Uniti l’addobbo dell’albero divenne una tradizione diffusa, grazie anche all’influenza della moda europea sulla cultura americana. Nel 1880, Thomas Edison brevettò la lampadina elettrica, un’invenzione che segnò la svolta nella storia delle decorazioni, dove le lampadine, più durature e sicure, andarono via via a sostituire le fiammelle delle candele, tanto romantiche quanto pericolose. 

Nel XX secolo la tradizione della decorazione dell’albero di Natale divenne universalmente diffusa, tanto da arrivare a trascendere anche la sua origine religiosa: sono molte le famiglie di confessione diversa da quella cristiana che oggi decidono di rallegrare la loro casa con quest’usanza, divenuta più un simbolo del focolare domestico e dell’unione familiare che non del Natale religiosamente inteso.

Oggi l’albero di Natale è immancabile, ed ognuno trova la sua espressione estetica nel decorarlo. Ve ne sono di maestosi e barocchi, pieni di ori, luci, nastri, scintillii, altri estremamente creativi, con decori di forme e colori bizzarri, fino a quelli più essenziali, composti dalla sagoma di un solo ramo e poco altro. Ma che il vostro sia un albero minimal o maximal, Web Garden vi augura di trovare attorno ai suoi rami il calore delle feste trascorse nell’amore dei vostri cari.

I Fiori nella Moda

I Fiori nella Moda

Questo articolo fa parte del numero 21 di Web Garden: I fiori nella moda

Il legame fra i fiori e la moda: un rapporto inscindibile, reso irrimediabilmente intrinseco attraverso i secoli, che sono stati testimoni dell’uso dei fiori non solo per decorare magnifici tessuti da oriente a occidente, ma che in epoche più recenti li hanno visti assurgere a simbolo identificativo dei grandi fashion designer. Guardando al passato, per apprezzare la relazione fra estetica e natura, si pensi ai magnifici ramage che ricamavano gli antichi kimono giapponesi, vero e proprio patrimonio mobile delle geishe più ambite delle sale da thè dell’Impero del Sol Levante.

Oppure agli splendidi ed elaboratissimi sari delle maharani indiane, o alle sete cinesi i cui decori floreali sembravano acquarellati da mani piene di grazia. 

Nel diciassettesimo secolo, la “tulipanomania” olandese ha spaziato dalla botanica alla finanza, per finire a ridisegnare le fogge degli abiti delle signore, ispirati a quegli stessi fiori che hanno definito un intero periodo economico e culturale. La mente va poi ai tessuti riccamente decorati della Versailles del Settecento, dominata dalla politicamente inetta, ma esteticamente strepitosa regina Maria Antonietta, vera influencer ante litteram, che faceva acconciare le sue svettanti parrucche di fiori di ogni colore, sfidando caparbiamente la legge di gravità per mano del leggendario parrucchiere Monsieur Léonard.

Ma i fiori e il loro uso nell’abbigliamento non sono appannaggio solo dei potenti e delle loro mise opulente: dal Sud America al Medio ed Estremo Oriente, dall’Africa all’Oceania passando naturalmente per il nostro continente, i fiori, nella loro immediata bellezza, nella loro varietà di forme e di colori, hanno decorato e tuttora abbelliscono i tessuti più raffinati, così come quelli più semplici, perché la natura con il suo richiamo attraversa qualsiasi cultura e classe sociale: è un dono per tutti e a cui tutti sono sensibili.

Spring seamless pattern with blooming sakura, pink peonies plum branches and flying butterflies in Chinese style

Per restare circoscritti a un ambito a noi più prossimo, sia in termini geografici sia storici, si può portare la memoria alla fine del secondo dopoguerra, e al New Look di Christian Dior. Dopo anni di dolori, perdite e sacrifici, il desiderio di tornare non solo a vivere, ma di farlo con la gioia di una vera e propria rinascita, è rappresentato esteticamente dalle nuove silhouette proposte da uno dei più grandi couturier di tutti i tempi. I suoi abiti dal vitino strizzato e dalle ampie gonne ricordano le corolle, i fiori in tutto il loro splendore animano i suoi tessuti e nel 1956 nasce il primo profumo della maison: Diorissimo.

Creato dal naso René Gruau, questa essenza al mughetto, racchiusa allora in un flacone di cristallo sormontato da un tappo a forma di bouquet, è una vera e propria rivoluzione e il suo aroma diventa, e resta tutt’oggi, il simbolo della casa. La relazione fra Dior e i suoi fiori perdura nel tempo e non viene mai abbandonata, ma anzi esaltata, dai diversi creativi che si sono alternati alla sua direzione: basti ricordare le mirabolanti collezioni di John Galliano, ulteriormente abbellite dal trucco scenografico di Pat McGrath, e ammirare quelle odierne e certamente più minimali di Maria Grazia Chiuri. 

Molti sono i designer che si sono identificati e quasi appropriati di un loro fiore distintivo. Mademoiselle Chanel ha la sua camelia: bianca, pura, perfetta, ma semplice e composta, come l’immagine della donna emancipata ed essenziale che ha portato in vita. Le sue camelie sono poi state ulteriormente sublimate dai raffinatissimi gioielli di Fulco da Verdura, per poi essere riprese e declinate in un’infinità di variazioni nel periodo di reggenza presso Chanel del grandissimo e compianto Karl Lagerfeld.

Per il nostro Valentino Garavani è sempre stata la rosa, e tutt’ora questo fiore campeggia nelle collezioni di Pier Paolo Piccioli che interpreta il nuovo Valentino senza dimenticarne la simbologia originaria. E se la rosa sta a Valentino come il mughetto a Dior e la camelia a Chanel, la margherita dalle forme fanciullesche è il simbolo di Marc Jacobs, un designer che, sebbene sia nato come interprete del più distruttivo grunge, non ha tuttavia rinunciato a questo fiore pieno di allegria e spensieratezza. Altrettanto giocose sono le margherite ridenti dell’artista Takashi Murakami, che con i suoi disegni da manga giapponese ha rivoluzionato l’estetica della classicissima pelletteria di Louis Vuitton: una collaborazione che ha rappresentato un punto di rottura e di estrema innovazione nel modo di percepire le vecchie signore, talvolta forse un po’ polverose, della moda.

Close-up view of Indian woman fashion and traditional wear sarees in shop display

E per quanto la relazione fra fiori e moda sia tanto ricca da rendere davvero impossibile citare tutti i meravigliosi risultati che questo amore reciproco ha prodotto e continua a produrre, si pensi a Erdem, i cui abiti sembrano giardini fioriti, a Oscar de La Renta e i suoi look da uptown Manhattan, ai limoni siciliani di Dolce e Gabbana, ai prodigi quasi architettonici di Roberto Capucci, il cui plissé soleil si espande come se desiderasse sbocciare, alle creazioni più concettuali di Viktor e Rolf, fino all’exploit dell’irriverente Jeremy Scott, che nel 2018 per Moschino ha mandato in passerella la statuaria Gigi Hadid fasciata come un vero e proprio bouquet. Fiori sugli abiti, abiti a forma di fiori, fiori nei capelli, sulle scarpe, sulle acconciature e nei gioielli, con il fine ultimo di esaltare il contenuto: il fiore più prezioso, la donna.

Le Ghirlande degli Dei

Le Ghirlande degli Dei

Questo articolo fa parte del numero 19 di Web Garden: La Botanica Fantastica

Le Ghirlande degli Dei: è questo il titolo di una piccola e deliziosa opera dell’autrice americana Mary Taylor Simeti, illustrata dagli acquerelli di Susan Pettee ed edito dalla Palermo University Press, che racconta il fiorire delle erbe spontanee all’ombra degli antichi templi greci in Sicilia e la loro capacità, con l’alternarsi delle stagioni, di mutare il paesaggio dei grandi siti archeologici, patrimonio sublime di questa meravigliosa isola baciata dal sole.

Newyorkese, nata da una famiglia di intellettuali – il padre Francis Henry Taylor era stato direttore del Metropolitan Museum of Art – Mary Taylor Simeri si trasferisce in Sicilia per quello che avrebbe dovuto essere un breve periodo, ma se ne innamora e non l’abbandona più.

Affascinata dalla sua mitologia, dai colori così forti e diversi rispetto alle sue radici di acciaio e vetro, dai suoi odori, dai sapori, è oggi considerata la Grand Dame dell’arte culinaria sicula. Ha pubblicato numerosi volumi, tra cui il più noto, Mandorle Amare: un viaggio a ritroso tra ricordi e ricette in collaborazione con Maria Grammatico, erede della più antica pasticceria di Erice. Scrive inoltre assiduamente per il New York Times e il Financial Times.

Accomunate dal medesimo interesse per l’archeologia e la botanica, Mary Taylor Simeti e Susan Pettee hanno ripercorso, in un viaggio di studi pluriennale che rimanda allo spirito e alla fascinazione del Gran Tour, i siti più importanti del territorio, fra cui Segesta, Selinunte, Morgantina, Agrigento e Siracusa, per individuare quei fiori e quelle erbe spontanee che lì crescono, quasi a cingere i templi come le ghirlande che venivano deposte sul capo degli dei, e che oggi hanno il compito di “alleviare la pena delle rovine con la loro gentilezza”.

Boschi sommersi

Boschi sommersi

Questo articolo fa parte del numero 25 di Web Garden: Praterie sommerse

Sotto la superficie degli oceani si cela una magnifica biodiversità, dove i raggi del sole filtrano attraverso l’acqua per portare nutrimento ad un ecosistema unico, quello dei boschi sommersi di alghe.

Questi incredibili paesaggi sottomarini, dominati da una cospicua diversità di specie di vegetali, giocano un ruolo fondamentale nel mantenere la salute del nostro pianeta e nel garantire la sussistenza alle innumerevoli specie sottomarine.

Web Garden vi condurrà nell’affascinante mondo dei giardini subacquei, esplorando il loro apporto ecologico, le specie che lo abitano e le minacce che affrontano a causa dei cambiamenti climatici.

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Il polmone verde delle foreste sommerse è costituito dalle alghe kelp, che rappresenta uno degli habitat più produttivi e biodiversificati del pianeta Terra.

Così come le loro corrispettive terrestri, queste foreste marine servono a far respirare gli oceani, e attraverso la fotosintesi producono una porzione significativa dell’ossigeno totale necessario alla vita. Le alghe kelp sono una specie di marcroalghe marrone e costituiscono il primo abitante di questo ricco ecosistema acquatico.

Queste alghe svettano dalle profondità dei fondali fino a raggiungere enormi altezze, creando così delle strutture verticali che vanno a costituire un complesso habitat tridimensionale che ospita una moltitudine di organismi.

La biodiversità delle foreste sommerse è davvero stupefacente. Questi regni nascosti nella profondità dei mari sono abitati da specie di forma e dimensione tanto varie da spaziare dal micro plancton ai grandi predatori. L’intricata struttura delle alghe kelp consente ai piccoli pesci di rifugiarsi dalle specie carnivore, e a queste un fertile terreno di caccia.

Uno degli abitanti di questi regni sono le lontre. Questi giocosi mammiferi sono noti per arrotolarsi nelle alghe kelp durante il sonno, così da non essere trascinati via dalla corrente. Le lontre a loro volta giocano un ruolo vitale nel mantenere la salute dei boschi di kelp: ghiotte di ricci marini, impediscono che la loro popolazione si accresca eccessivamente e che decimi il letto algoso, il che porterebbe a conseguenze nefaste per tutto l’ecosistema subacqueo. 

Le foreste di kelp hanno un effetto positivo di cui anche noi beneficiamo. Hanno infatti il compito di immagazzinare grandi quantità di anidride carbonica, contribuendo a mitigare le variazioni climatiche. Così come i boschi emersi, quelli sommersi giocano il compito di regolatori climatici grazie allo stoccaggio del carbonio nella loro biomassa.

Nonostante il loro ruolo fondamentale all’interno dell’ecosistema, anche le praterie sottomarine sono soggette ad una moltitudine di minacce che deriva direttamente dal comportamento dell’uomo. L’innalzarsi delle temperature dell’acqua, diretta conseguenza del surriscaldamento climatico, impatta duramente sull’equilibrio di questo ecosistema.

Mari troppo caldi conducono ad un impoverimento di alghe kelp, e una maggiore acidità dell’acqua influisce negativamente sulla loro capacità di costruire la loro propria struttura di carbonato di calcio. Anche la pesca intensiva reca un danno sostanziale a queste preziose alghe.

L’impoverimento di specie essenziali come le lontre ed i pesci erbivori innesca una reazione a catena che porta al degrado dell’ambiente erboso sottomarino. Pertanto è fondamentale che vi siano sforzi espliciti e concertati per preservarne l’integrità, implementando regole per una pesca sostenibile, stabilendo oasi marine protette ed in generale stimolando la consapevolezza alla preservazione di questi tesori tanto fondamentali sotto come sopra la superficie dei mari.

I boschi sommersi sono fondamentali non solo per la loro intrinseca bellezza, ma per il contributo che nel perfetto equilibrio della Natura ogni elemento porta all’assoluto del sistema. Questi ambienti ricchi di vita e generatori di vita, parte di un ecosistema ricchissimo e complesso ed abitati da moltissime specie animali, richiedono la nostra attenzione e la nostra cura per il benessere della vita sottomarina e per l’equilibrio delle specie terrestri, inclusa la nostra. Salvaguardarne il futuro diventa quindi non solo una responsabilità, ma una necessità che si deve al pianeta ed alle generazioni che lo erediteranno.

Vita senz’acqua

Vita senz’acqua

Questo articolo fa parte del numero 24 di Web Garden: I fiori del deserto

Il cambiamento climatico ed il surriscaldamento globale sono realtà ormai incontrovertibili con cui tutti noi stiamo già purtroppo facendo i conti. Alla luce di un futuro in cui l’economia dell’acqua avrà sempre maggiore rilevanza nelle nostre vite, Web Garden vi propone un excursus non solo fra le piante che più o meno notoriamente si sono adattate a climi aridi, ma anche fra le nuove tecniche di giardinaggio, note come dry gardening, che consentono di creare spazi verdi utilizzando solo un minimo di risorse idriche senza privarsi del piacere di circondarsi di natura.

Le prime piante che sorgono alla mente come maestre nella capacità di sopravvivere senz’acqua sono le succulente, impropriamente conosciute come piante grasse, fra cui i cacti sono una delle varietà più note. Queste specie si sono adattate ad ambienti ostili sviluppando speciali tessuti, i parenchimi acquiferi, che consentono loro di immagazzinare enormi quantità d’acqua durante le piogge, per rilasciarla ad hoc durante i peridi di siccità facendo in modo che i liquidi migrino ai vari distretti della pianta che ne hanno bisogno.

Questa proprietà conferisce alle piante l’aspetto carnoso della loro struttura, che può assumere forme sferiche, colonnari, appiattite o a rosa. Tra le moltissime specie possiamo ricordare l’aloe, il fico d’india, la corona di cristo con i suoi fiori rosa acceso, il peyote, l’agave ed anche l’orchidea phalenopsis aphrodite.

Vi sono delle piante invece che possono sopravvivere in totale assenza di acqua, completamente autonome e, per così dire, autarchiche, come la Tillandsie, della famiglia delle Bromeliacee. Note come “figlie del vento”, ve ne sono oltre cinquecento varietà. Esse sono in grado di assorbire l’umidità dell’aria attraverso squame presenti sulle loro foglie chiamate tricomi. Non richiedono né terra né acqua, necessitano solo di luce e calore e possono crescere perennemente rigogliose.

L’unico accorgimento per mantenerle in vita è quello di vaporizzarle quando l’umidità dell’aria discende sotto la soglia del 30%.La falsa rosa di Gerico poi fa parte di quella particolarissima varietà di piante nota come “piante della resurrezione”, di cui nel mondo vi sono circa 330 specie conosciute. Originaria del deserto di Chihuahua fra Messico e Stati Uniti, ha imparato a resistere alla siccità estrema in un modo del tutto unico rispetto alle altre specie, che sopravvivono modificando il loro metabolismo o cercando di trattenere quanti più liquidi sia loro possibile.

La Selaginella lepidophylla, questa la sua nomenclatura linneana, si lascia seccare fino quasi a morire, tanto da riuscire a resistere a un’umidità del terreno quasi inesistente (fino al 5%). Quando la terra torna a bagnarsi, anche dopo molto tempo dal suo appassire, la pianta si reidrata e recupera perfettamente tutte le sue funzioni.

Tillandsia (Air Plant) Trees for home and garden decoration and places, Indoor garden ideas. Close up.

Per fare fronte alla necessità di ripensare le tecniche di giardinaggio in maniera più sostenibile rispetto alle sfide che sempre più chiaramente le nuove condizioni climatiche impongono alle nostre esistenze, vi è oggi la tendenza al dry gardening, ossia alla ricerca di creare giardini con quelle varietà che richiedono poca irrigazione, e che hanno pertanto anche l’ulteriore vantaggio di imporre una bassissima manutenzione, consentendo un risparmio sia di risorse che di energie e tempo di cura.

Queste nuove tecniche prendono il nome di xeriscaping, un nuovo termine coniato dal greco “xeros” (asciutto) e dall’inglese “landscaping” (paesaggismo). Si tratta di ripensare alla concezione degli spazi verdi con l’intento di creare degli ecosistemi quasi autosufficienti, che richiedano per esempio anche solo un paio d’irrigazioni l’anno. La scarsità d’acqua ha il beneficio anche di rallentare la crescita delle piante, che avranno quindi minore necessità di essere potate, e di ridurre nutrimento alle infestanti.

Non è nemmeno necessario guardare troppo lontano per trovare le varietà adatte al nostro giardino asciutto: la flora mediterranea si è perfettamente adattata nei secoli ad un clima piuttosto arido, come quello costiero e meridionale presente nel nostro Paese. Sono moltissime ad esempio le piante aromatiche adatte a questo scopo, come il rosmarino, la salvia ed il timo, o gli alberi dai profumatissimi fiori tipici del nostro territorio, come l’oleandro ed il corbezzolo, le graminacee ornamentali come la nassella tenuissima, l’erba dai capelli blu, oppure il penniseto. Si può pensare di giocare sulle cromie del grigio delle varie specie di artemisia, o di sbizzarrirsi fra i colori variopinti della gazania e la lantania.

Queste piante si sono già dimostrate capaci di adattarsi a condizioni estreme, e così come ci insegna ancora una volta Madre Natura, sarà nostro compito fare lo stesso.