I Giardini Botanici nel Mondo

I Giardini Botanici nel Mondo

Questo articolo fa parte del numero 17 di Web Garden: Il Giardino dei Semplici

L’origine dei giardini botanici è antichissima e culturalmente trasversale. Inizialmente luoghi in cui si coltivavano piante medicinali, unica fonte di cura un tempo disponibile, le prime tracce della loro esistenza risalgono all’epoca egizia del faraone Tutmosi III con il giardino di Karnak, ma erano noti anche nell’antica Atene, a Roma e fra gli Aztechi, con il grande giardino voluto da Montezuma e successivamente distrutto dagli spagnoli.

La loro diffusione crebbe durante il Medioevo, quando i religiosi coltivavano horti sanitatis all’interno dei monasteri e presso le università di medicina e farmacia. Nel Rinascimento e con la scoperta delle Americhe la funzione dei giardini botanici si espanse a quella di luoghi di raccolta e ricerca scientifica, dove specie diverse venivano osservate e classificate. Oggi nel mondo ve ne sono di meravigliosi, diversissimi tra loro per flora, paesaggio, storia e spirito.

Non si può iniziare alcun excursus se non dai Kew Gardens di Londra. Patrimonio universale dell’UNESCO, raccolgono circa 50.000 specie diverse, conferendo a questo luogo il pregio della maggiore biodiversità al mondo. Ubicati a circa 10 km dalla capitale inglese, fra Richmond Upon Thames e Kew, si estendono su una superficie di 120 ettari che comprende arboreti, serre, pagode e persino una vera e propria foresta pluviale nella Palm House, una serra innovativa edificata negli anni ’40 del diciannovesimo secolo, oggi vero e proprio simbolo di questi giardini e custode di un habitat in felice contrasto con il freddo clima britannico.

Kirstenbosch Botanical Garden di Cape Town city.

Considerato uno dei più bei giardini del continente africano, il Kirstenbosch Botanical Garden, istituito nel 1913 lungo le pendici della Table Mountain di Città del Capo, in Sud Africa, ha la peculiarità di essere il primo giardino botanico al mondo dedicato alla coltivazione delle specie vegetali autoctone. Vi si curano infatti 7000 varietà di piante diverse, molte delle quali rare oppure a rischio di estinzione e tutte provenienti dall’Africa meridionale.

La Botanical Society Conservatory è una serra dedicata alla conservazione le piante provenienti dalle regioni aride, ma all’interno di questo splendido giardino che si estende su 30 ettari vi sono anche una foresta, un fymbos (una sorta di vegetazione a macchia), un giardino pensile dedicato alle erbe aromatiche, uno dedicato alle piante medicinali del luogo ed un parco di sculture.

Butchard Gardens, Vancouver

I Butchard Gardens sull’isola di Vancouver, a mezz’ora dalla città di Victoria, sono ancora gestiti privatamente dalla famiglia che li ha creati e che ogni anno accoglie migliaia di visitatori. Tanto belli da essere proclamati nel 2004 “sito storico nazionale del Canada”, si estendono su 22 ettari ed oltre a raccogliere un’incredibile varietà di piante, ospitano moltissime specie di uccelli ornamentali provenienti da tutto il mondo. La loro particolarità è quella di offrire la possibilità di godere di giardini molto diversi fra loro: poco dopo l’ingesso vi è un sunken garden (giardino infossato), ma i visitatori possono scegliere di passeggiare nel roseto, a cui si accede tramite un viale fiorito, oppure nel giardino italiano, in quello giapponese o ancora in quello mediterraneo. Il tutto è attraversato da cascatelle e corsi d’acqua ed animato dal cinguettio di uccelli variopinti.

Koishikawa Korakuen, Tokyo

Inaspettata oasi di pace nel cuore pulsante della frenetica Tokyo, i giardini Koishikawa Korakuen risalgono al periodo Edo (1603-1867). Voluti dal signore feudale Yorifusa, furono portati a compimento da suo figlio Shun Shunsui nel 1669. Questo luogo è caratterizzato da una diversità di scorci e vedute ed all’estetica nipponica si somma una forte influenza stilistica cinese. Raggiunge il suo maggiore splendore durante la primavera con la fioritura dei celebri sakura, i ciliegi giapponesi, ma si colora del rosso degli aceri in autunno e gode della fioritura dei pruni alla fine dell’inverno. Tra i paesaggi in miniatura fatti da camminamenti di pietra, laghetti e colline, in fondo al giardino si trova anche un piccolo campo di riso. 

Inhotim, Brumadinho, Brasile.

A completare questo piccolo giro del mondo per giardini botanici vi è l’Inhotim Institute and Botanical Gardens di Brumandinho, in Brasile. A circa 60 km da Belo Horizonte, questo progetto è nato dalla volontà del magnate Bernardo Paz con l’intento originario di ospitare la sua collezione d’arte, una delle maggiori collezioni private del paese ed una delle più reputate al mondo. Dal 2011 però la proprietà è anche un giardino botanico: ospita circa cinquemila specie di piante diverse, di cui mille e duecento sono solo le palme. Inoltre, questo è l’unico giardino dell’America Latina a coltivare il Carrion Flower, una specie nativa dell’Asia e considerato il fiore più grande al mondo. 

Il delizioso cibo dorato: mieli dal mondo

Il delizioso cibo dorato: mieli dal mondo

Questo articolo fa parte del numero 16 di Web Garden: Il linguaggio della Natura: le api.

Il miele, delizioso cibo d’oro, è amato e conosciuto sin dai tempi antichissimi. I primi ad allevare le api furono gli egizi, lungo il delta del Nilo. Per i greci era il cibo degli dei: nella loro mitologia era Melissa, la figlia del re di Creta, a nutrire Zeus di questo nettare prezioso. I romani ne sfruttavano le proprietà terapeutiche e lo utilizzavano per la preparazione di birre, dolci ed idromele (una bevanda data dalla fermentazione del miele diluito in acqua).

È però sotto Carlo Magno, nel Medioevo, che l’apicoltura si struttura realmente. Un editto del 759d.C. imponeva a chiunque possedesse un podere di allevare le api per il miele e l’idromele, e conventi ed abbazie divennero importanti centri di apicultura.

Ma questo fluido meraviglioso è apprezzato in tutto il mondo da millenni, e se ne trova di ogni genere, dal semplice vasetto al supermercato fino a varietà pregiatissime. Il miele più costoso del mondo, per esempio, viene da una caverna profonda 1.800 metri nella valle del Saricayr, nel nord est della Turchia. Scoperto solo nel 2009 dall’apicoltore turco Gunay Gunduz, il miele Elvish (o miele degli Elfi) è stato venduto per la prima volta all’asta per 45.000 euro al kilo.

Gunduz aveva notato che alcune delle sue api erano sparite all’interno di una caverna. Dopo aver organizzato una vera e propria spedizione, l’apicoltore si è calato all’interno dell’antro per scoprire con sua grande sorpresa che nelle sue più remote profondità le api avevano colonizzato un’enorme camera dove il miele era invecchiato al buio per oltre sette anni. La sua particolarità è che non vi sono alveari, ma viene prodotto direttamente lungo le pareti rocciose ed in totale assenza di luce. Esposto a basse temperature, questo miele si cristallizza e richiede quindi un’attenta lavorazione una volta riportato in superficie. Il suo costo esorbitante è dovuto ad una combinazione di fattori che include la raccolta quanto meno impervia della materia prima, la sua complessa lavorazione, il sapore del tutto unico dato dalle sue condizioni e l’indiscutibile fascino che ammanta le sue origini. Il secondo kilo è stato venduto più a buon mercato: ha raggiunto solo i 28.800 Euro!

A small stream in the Rakiura National Park with Manuka trees and clouds reflected in the water.

In Nepal invece esiste un miele selvatico, le cui proprietà psicotrope gli hanno conferito il nome di “Mad Honey”. Definito come un miele allucinogeno, i suoi effetti spaziano da quelli della forte ubriacatura da alcool fino a quelli di un’overdose e derivano dalla graianotossina, una tossina presente nelle piante di rododendro da cui proviene ed è prodotto dalle api himalayane, le più grandi al mondo. La raccolta del Mad Honey è estremamente complessa e pericolosa, poiché gli alveari si trovano su declivi che richiedono le abilità di scalatori espertissimi per essere raggiunti, anche con l’ausilio di scale di bambù alte fino a centinaia di metri.

Una volta guadagnati gli alveari, i raccoglitori usano del fumo per fugare le api, che spesso si fanno aggressive ed i malcapitati non riescono ad impedire di rientrare alla base con decine di punture. Una volta compiuta l’impresa, il prezioso bottino è suddiviso fra i vari villaggi e deve compiere una lunga strada prima di arrivare alla commercializzazione, dove raggiunge il ragguardevole costo di circa 150 Euro al kilo. Nel 2016 il fotografo e documentarista David Caprara ha realizzato il film “The Honey Hunters of Nepal” ed ha sperimentato su di sé gli effetti di questo nettare decisamente inebriante. Questo miele è utilizzato da millenni all’interno della medicina tradizionale nepalese, come antisettico e come rimedio per la tosse. La tribù autoctona Kulung lo utilizza anche durante i riti di natura sciamanica, per favorire sogni e visioni.

Molto più conosciuto ed accessibile è il miele di Manuka. La pianta da cui proviene, è un sempreverde che cresce in Australia e Nuova Zelanda, ricca di metilgliossale: un principio attivo ben noto nella tradizione Maori per le sue proprietà antisettiche, antibatteriche, antiossidanti, cicatrizzanti ed antibiotiche tanto forti da essere efficaci anche contro il pernicioso stafilococco aureo. I suoi benefici sono talmente potenti che questo miele può essere sia ingerito che utilizzato per preparare impacchi cutanei disinfettanti. È efficace anche per la cura dei bruciori di stomaco, del reflusso gastroesofageo e di tutte le malattie da raffreddamento, come anche l’influenza, poiché aiuta ad aumentare le difese immunitarie.

A differenza dei primi due, questo piccolo nettare miracoloso è facilmente reperibile e si può acquistare a prezzi assolutamente più modici.

La danza delle api

La danza delle api

Questo articolo fa parte del numero 15 di Web Garden: Il linguaggio della Natura: le api.

Uomo e Natura: un rapporto interdipendente e simbiotico, in cui l’essere umano è da un lato oggetto della relazione, e dall’altro soggetto che si astrae per studiare ed osservare questo cosmo di cui è egli stesso partecipe, come se potesse godere di un punto di vista privilegiato che non lo richiami sempre in causa.

Dagli albori del suo percorso su questa terra, l’uomo si interroga sul funzionamento di ciò che lo circonda, sui suoi ritmi e sul suo linguaggio per ragioni sia mistiche, ossia per comprendere il proprio posto all’interno di questo incredibile spettacolo, che per ragioni pratiche: per dominarlo, controllarlo, ed oggi anche per proteggerlo e preservarlo.

Dai filosofi della scuola di Mileto fino agli studi scientifici più recenti, è divenuto sempre più chiaro che ogni elemento che compone la Natura ha una sua funzione, un suo ritmo perfetto, un suo linguaggio specifico, complesso ed assolutamente necessario alla sopravvivenza non solo del singolo, ma di tutto l’insieme: come tessere di un puzzle, ognuna delle quali è indispensabile a completare l’opera.

Esempio lampante dell’interconnessione fra uomo e ambiente, ed oggi tristemente presente all’attenzione pubblica per la precarietà della sua sopravvivenza, è il complesso e meraviglioso mondo delle api. Necessarie a garantire attraverso l’impollinazione non solo la biodiversità, ma l’esistenza stessa della natura che ci circonda e quindi la nostra sussistenza, le api operano fra di loro secondo un vero e proprio linguaggio incredibilmente sofisticato ed evoluto, che ne evidenzia l’elevata socialità e la precisa collaborazione di ogni elemento.

Lo studio di questi insetti è affascinante, ed un importante contributo in materia proviene dallo zoologo austriaco Karl Von Frish, le cui ricerche sono raccolte nella celebre opera “Il Linguaggio delle Api”, ed i cui risultati sono stati riconosciuti dal conferimento del premio Nobel nel 1973. 

L’alveare è un microcosmo indipendente e compiuto, dove ogni singola funzione è precisamente distribuita e dove si è sviluppato un sistema di comunicazione che si è in buona parte riusciti a decodificare, mostrandoci ancora una volta la perfezione del creato. Affinchè la comunità sopravviva, le api parlano fra di loro attraverso diversi espedienti, uno dei quali è la danza.

Una delle funzioni dell’ape operaia è quella di procacciare il cibo. Le api dette esploratrici lasciano l’alveare per perlustrare la zona in cerca di nutrimento, per poi tornare all’alveare e comunicare alle api bottinatrici, le quali sono effettivamente designate alla raccolta, dove potranno rifornirsi.

A questo punto, le api esploratrici compiono una danza i cui movimenti indicano con grande precisione la distanza che le bottinatrici dovranno percorrere per trovare il cibo. Se questo si trova ad una distanza inferiore agli ottanta metri, l’ape eseguirà una danza circolare e l’odore dei fiori che resta sul loro corpo fornirà ulteriori indicazioni per arrivare alla meta indicata. Quando invece la distanza fra l’alveare ed il cibo è superiore, la danza diventerà “scodinzolante”, definita “dell’addome”.

Le api formeranno una sorta di otto, ed il loro ritmo servirà a fornire precise indicazioni stradali: quanto più sarà lento tanto maggiore sarà la distanza da percorrere. Api diverse utilizzano parametri di distanza diversi, ma la modalità di espressione è la medesima. 

I movimenti delle api “ballerine” indicano anche la direzione da intraprendere, utilizzando il sole come punto di riferimento. Se la danza sarà rivolta verso l’alto, i fiori da ricercare saranno in direzione del sole, se è rivolta in basso, le bottinatrici si dirigeranno invece dalla parte opposta, ed una danza orientata ad un certo numero specifico di gradi rispetto al sole di nuovo rifletterà lo stesso orientamento del cibo.

Un recente studio dell’Università del Minnesota ha codificato 1.528 movimenti diversi che le api compiono in questa danza, ognuno dei quali costituisce un’informazione utile per la raccolta di cibo. Hanno anche rilevato che ogni secondo in cui l’ape si sposta in linea retta durante la danza, equivale a circa 750 metri di distanza. 

Di recente è stato scoperto che la danza non è utilizzata solo nel procacciamento delle risorse, ma anche per la ricerca di una nuova abitazione, fenomeno noto come “sciamatura”. Quando la popolazione di un alveare aumenta eccessivamente, circa metà della popolazione emigra al seguito della vecchia regina per lasciare il posto alla nuova.

L’aspetto affascinante in questo caso è che prima del “trasloco”, diverse api compiono danze differenti, offrendo sostanzialmente diverse proposte per una nuova dimora alle compagne. Con il tempo le danze tendono ad unificarsi, e la scelta finale si opera quando la quasi totalità delle api esploratrici compie lo stesso movimento.

Il tempo di ricerca e decisione si aggira fra i 6 ed i 14 giorni e a scegliere non è l’ape regina, bensì le api operaie: una monarchia forse meno assoluta di quanto non si sia portati a immaginare.

“Versi in Vigna”: un’esperienza da custodire nel cuore

“Versi in Vigna”: un’esperienza da custodire nel cuore

Questo articolo fa parte del numero 13 di Web Garden: in nome della Rosa

Fra le vigne di Cocconato d’Asti accompagnati dai versi di Pasolini e i testi di Fenoglio con un sottofondo jazz a farci compagnia: Versi in Vigna, l’evento di Web Garden di giugno 2022.

Il sole cominciava a splendere sempre più obliquo sulle vigne di Cocconato, quando Vanni ed Edoardo Pavesio hanno accolto gli ospiti di Web Garden nella loro tenuta vitivinicola, alla quale si accede attraverso un vialetto di ulivi e piante da frutta. E mentre il caldo torrido della giornata lasciava il posto alla brezza della sera, ed il paesaggio tutto intorno si tingeva d’oro, l’attrice Silvia Perosino ci ha dolcemente condotti alla memoria di Pier Paolo Pasolini, alla sua Roma trasteverina. Un omaggio al grande artista ricco dei suoi versi ora accorati e quasi violenti, ora melanconici e struggenti. 

Un piccolo intermezzo del padrone di casa, che ci ha declamato una poesia dal sapore salino del mare, per tenere fede alla grande passione di famiglia delle regate, ha introdotto l’intervento dello scrittore Paolo Ferrero, che ci ha intrattenuto con brani, commenti ed aneddoti tratti dal suo libro “La salsa del diavolo – Beppe Fenoglio e la cucina della sua Langa”, condividendo con noi il suo amore per la letteratura e per il cibo.

La serata è proseguita con una merenda sinoira innaffiata dai vini prodotti dalla Tenuta Pavesio: un Pinot Noir rosé biologico ed i rossi Albarossa e Ruché anch’essi rigorosamente biologici, come per credo, etica e tradizione dei due fratelli vignaioli e marinai. Le note jazz del sassofonista turco Fuat Sunay hanno accompagnato l’evento, che si è concluso con allegre danze sotto le fronde di un imponente ippocastano, che dalla sua altezza domina tutta la tenuta. 

Poesia, vino, cibo, musica ed un’ospitalità piena di calore, la splendida vista della campagna astigiana all’imbrunire: una di quelle serate perfette da custodire nella memoria.

egalato due delle sue incantevoli bambine di terracotta all’ospedale infantile Regina Margherita di Torino.


Vigneti estremi

Vigneti estremi

Questo articolo fa parte del numero 14 di Web Garden: Immaginare. Creare. Recuperare

Vigneti estremi dal mondo: visione, coraggio e dedizione rendono ancora una volta – e sempre – possibile l’impossibile.

Il vino, questo “composto di amore e luce”, come lo definiva Galileo Galilei, è un piccolo miracolo del connubio fra terra e uomo, il cui prodotto è un elisir che infonde piacere al palato e alla vista e all’olfatto, che invita ad amare, a filosofeggiare, ad abbandonarsi. Talvolta, questo nettare è anche frutto della capacità visionaria di agricoltori inventivi e coraggiosi, che hanno saputo portare a produttività dei terreni impervi e complicati, riuscendo a recuperare dalla terra una meraviglia niente affatto scontata.

È il caso in Italia dei vitigni eroici, cosi definiti perché situati su terreni a rischio di dissesto, oppure ove le condizioni geografiche impediscono la meccanizzazione, o ancora perché si trovano in luoghi di particolare pregio paesaggistico e ambientale. Pensiamo per esempio alle coltivazioni sulle pendici delle Alpi, o sulle coste a picco sul mare della Liguria, o fra i terreni scoscesi e rocciosi dei vulcani o delle piccole isole, dove si ottengono vini di qualità eccellente solo grazie ai poderosi sforzi e alle attente e faticose cure dei viticoltori.

Se il nostro Paese, con la sua incredibile biodiversità e varietà territoriale è un grande esempio di come l’uomo riesca a immaginare e quindi creare anche nelle condizioni più estreme, anche all’estero troviamo oggi produzioni vinicole in luoghi mai prima considerati adatti a questo scopo. I vigneti della Siam Winery, situata sul delta del fiume Chao Phraya in Thailandia, sono costituiti da piante galleggianti che crescono su isole separate da canali d’acqua, utili a refrigerare le uve e a contrastare le elevate temperature della zona.

Nella valle di La Geria a Lanzarote, nelle isole Canarie, si trovano vigneti coltivati su terreno lavico secco. Qui, per riuscire a far maturare l’uva, ogni singola vite è piantata in una buca larga cinque metri e profonda tre, e protetta da mura circolari dette Zocos.

Sulle montagne della vicina Svizzera esiste un vigneto, nella zona di denominazione di Beudon, a cui si accede esclusivamente attraverso un sentiero molto ripido, oppure grazie alla funivia privata del Domaine de Beudon, che trasporta l’uva più a valle durante la vendemmia. Per quanti nel bicchiere desiderassero percepire il sentore dei coralli, l’enologo francese Sébastien Thepenier del Domain Dominique Auroy si è cimentato nella coltivazione di un vigneto di circa sei ettari sull’Atollo di Rangiroa, nella Polinesia Francese. Piantate fra le palme da cocco, le viti affondano le loro radici nei detriti corallini, infondendo al vino un profumo del tutto unico.

Le condizioni climatiche di estremo freddo ed estremo caldo non sembrano poi più ostacolare gli audaci. I vigneti più a Nord del mondo sono in Norvegia, a due ore di distanza da Oslo, sulle rive del lago Norsjø, dove dal 2007 il vigneto Lerkekasa sfida l’inimmaginabile. La selezione delle viti adatte a resistere ad una simile latitudine non è stata semplice.

A spuntarla sono state le Rondo, le Léon Millot e le Solaris, un ceppo ibrido e selezionato per la sua resistenza al freddo. E quanti ritenevano che nel deserto non crescesse nulla, avranno a ricredersi. Karim Hwaidak della Sahara Vineyards, vicino al Cairo, è il fiero proprietario di 600 ettari in cui coltiva con tenacia e passione circa trenta varietà di uve differenti, che ogni giorno resistono alla assoluta mancanza di pioggia e alle fortissime escursioni termiche.

Immagine di Debbie Galbraith da IStock
Immagine di Julia Maas da IStock