La Camelia Sasanqua

La Camelia Sasanqua

Cosa c’è di più sorprendente di una pianta che, nelle nostre latitudini, fiorisce d’inverno?

La Camellia, il cui nome deriva dal farmacista e botanico Georg Joseph Kamel che importò verso la fine del XVII secolo la pianta dal Giappone in Europa, è una pianta ora molto diffusa: con più di 200 specie e ancor più varietà essa è ormai coltivata a qualsiasi latitudine e i suoi ibridi vantano le più disparate forme e colori.

La Camellia sasanqua presenta piccole foglie, allungate, merlate verde scuro e lucido, bruno all’inizio della vegetazione. Raggiunge un’altezza che va dai 2 ai 3 m. e un diametro di 1,50 m.

L’originalità di questa specie di Camellia, sempre appartenente alla famiglia delle Theacee, è proprio quella di fiorire dall’autunno fino alla fine dell’inverno. Nonostante questa interessantissima peculiarità e la bellezza dei fiori – abbondanti, semplici, di taglia piccola e a volte profumati! – queste piante
hanno incontrato la meritata attenzione solo recentemente.

Inoltre, presentano il vantaggio di essere meno esigenti del Camellia japonica sulla natura del terreno che di solito lo esige acido. Il significato più importante attribuito alla Camellia è il sacrificio. È un pegno e allo stesso tempo un impegno ad affrontare ogni sacrificio in nome dell’amore. Il significato che gli viene attribuito nel linguaggio dei fiori è il senso di stima e di ammirazione verso qualcuno.

Il simbolismo della Camellia è dovuto al portamento e alla disposizione dei petali che risultano essere rigidi e dotati di una certa carnosità. Queste caratteristiche ricordano le persone solide, di spessore, che non vacillano durante il loro cammino, bensì proseguono senza indugi per la propria strada. Quelle, cioè, di cui si pensa che avranno grande successo e ci si aspetta di vederle presto firmare autografi! È una dedica importante tra amici, innamorati e, perché no, anche tra colleghi di lavoro.

In un giardino, a mio parere, non dovrebbe mai mancare un bel gruppo di Camellie sasanqua: sono eleganti, silenziose, ma regalano delle sorprese nei ‘nostri‘ inverni, fiorendo con dei colori vivaci che rallegrano l’anima.

Camellia Sasanqua.
Arnica Montana

Arnica Montana

L’arnica montana (Arnica montana L.) è una pianta terapeutica della famiglia delle Asteraceae, utilizzata nella medicina fitorerapica e omeopatica per curare vari disturbi.

Essa è una pianta perenne, a fusto eretto, alta dai 20 ai 60cm ed è caratterizzata da infiorescenze che presentano grandi capolini color giallo-arancione, esteticamente simili a quelli della margherita – tanto che molti la confondono con essa – che colorano i paesaggi montuosi da maggio ad agosto.

Endemica dell’Europa, in Italia la si trova soprattutto sulle Alpi e sugli Appennini settentrionali. Infatti esige un habitat particolare: il terreno deve inanzitutto superare i mille metri di altitudine, successivamente deve possedere una determinata acidità e deve essere privo di ristagni, ma soprattutto dev’essere un terreno impervio.

Secondo un’antica credenza, infatti, ironicamente, l’arnica cresce nei luoghi dove è più facile cadere e farsi male: questo perché “Dio aveva voluto dare agli uomini il danno e il suo rimedio”.

Ebbene, è stato dimostrato che gli estratti vegetali dell’arnica possiedono attività antibatterica, antitumorale, antiossidante, antinfiammatoria, antimicotica e immunomodulante. Dagli estratti dei fiori, in particolare, si producono creme e gel omeopatici per uso topico esterno per contrastare il dolore derivante da contusioni, slogature, stiramenti, distorsioni e cervicalgia.

Viene citata in quanto medicinale per la prima volta nel XII secolo nel “De arboris” da Hildegard von Bingen, monaca benedettina, scrittrice, mistica e teologa tedesca per il trattamento di contusioni ed ecchimosi, ma venne trattata intensivamente nei testi medici solo a partire XVI secolo ad Bergzabern (1520–1590), il quale la descrisse e inoltre le attribuì il nome attuale.

Nel XV secolo, le guide alpine ne masticavano le foglie essiccate per prevenire gli affaticamenti dovuti alle arrampicate; mentre i montanari della Savoia, la mischiavano al tabacco della pipa, perché provocava meno tosse o la usavano come tabacco da fiuto. Ciò le valse anche i nomi di Tabac des Vosges o tabacco di montagna.

Inoltre il celebre scrittore Goethe, in seguito a dolori al petto dovuti all’abuso di alcol, era solito prepararsi infusi all’Arnica, elogiandone le proprietà curative.

Bisogna però ricordare che, nonostante gli usi sopra descritti, l’arnica è tossica: l’ingestione anche di pochi fiori può provocare allucinazioni, disturbi digestivi e persino la morte. Come tutte le piante officinali con potenti propietà, l’arnica va dunque usata con parsimonia e conspevolezza, questo perchè “Dio ha voluto dare agli uomini il rimedio e il suo danno”.

DISCLAIMER

Le informazioni qui riportate vogliono essere solo a scopo illustrative e non si vuole assolutamente sostituire il parere medico.

La lavanda

La lavanda

Pianta erbacea, perenne, sempreverde, appartentente alla famiglia delle Labiatae e originaria del bacino del Mediterraneo, la lavanda è ampiamente conosciuta per l’inconfondibile fragranza delicata, fresca e
persistente prodotta dalle sue infiorescenze che esplodono in estate con molti, piccoli e, appunto, profumatissimi fiori, dal colore violetto, raggruppati in spighe.

Le prime notizie della pianta ci arrivano da Dioscoride, botanico e medico greco, vissuto nella Roma
imperiale sotto Nerone, il quale è il primo a citare l’erba Stoecha (derivante dalle isole Stœchades, dove la lavanda cresce copiosa) nel 50 d.C.

Un altro studioso vissuto nella Roma antica da cui ci arrivano notizie della lavanda è Plinio il Vecchio: nel suo Naturalis historia XII, descrive 3 tipologie di lavanda, denominandola “nardo”. Tra questi il “nardo siriaco”, proveniente dalla Siria, sarebbe stato ricondotto all’erba profumata del Re Salomone. L’olio essenziale della lavanda, infatti, è apprezzato da tempi e luoghi molto lontani per un’ampia gamma di condizioni. In particolare i suoi benefici terapeutici contro il dolore e le infezioni e per la sedazione sono presenti nelle medicine popolare e tradizionale di numerose e antiche civiltà.

“Lavanda” deriva dal latino “lavare”, infatti gli antichi romani, così come Arabi e Greci, spargevano nell’acqua del bagno i fiori di lavanda per profumarsi, ma soprattutto per detergersi; questo ad indicare come già si conoscessero le propietà antibatteriche della pianta.

Il suo utilizzo però si dice risalga addirittura all’antico Egitto dove veniva inserita nelle urne sepolcrali e ne utilizzavano l’olio per il processo di mummificazione. Altri narrano che l’antica medicina indiana e tibetana usava la lavanda per curare i disturbi psichiatrici, mentre gli europei del XVI secolo pensavano addirittura che essa potesse migliorare l’intelligenza.

Oggi alcune di queste proprietà sono state dimostrate. Una ricerca del 2003, per esempio, ha dimostrato l’efficacia degli estratti ottenuti dalle foglie di Lavandula utilizzate nella medicina popolare iraniana come rimedi per il trattamento di varie malattie infiammatorie. È stata inoltre dimostrata l’azione neurosedativa di questa pianta, che contribuisce al migliorare le sensazioni di ansia e malessere psicofisico.

Il suo olio essenziale (ci vogliono circa 200 kg di fiori freschi per produrre un solo litro di olio essenziale di lavanda!) è utilizzato in erboristeria e aromaterapia per le sue proprietà digestive, spasmolitiche, carminative, balsamiche, aromatiche, antisettiche, diuretiche, rilassanti e lenitive.

Ma non finisce qui! La lavanda ha anche altri benefici.

Per esempio essa è un ottimo repellente contro le tarme: basta riporre dell’armadio o nei cassetti dei sacchettini di lavanda per scongiurare l’infestazione e profumare la biancheria. Inoltre trova spazio anche in cucina: i fiori essiccati sono commestibili e possono essere utilizzati per condire insalate, per preparare dolci o in risotti e gnocchi, e poi per insaporire le carni bianche, il pesce, la frutta, i dolci e infine il miele. A proposito di questo, le api amano la lavanda, dal cui nettere producono un miele di altissima qualità.

Esistono varietà di lavanda che si differenziano per colore e periodo di fioritura, per fogliame, usi e resistenza. In Provenza, la zona più conosciuta per la coltivazione a scopi cosmetici della lavanda, si trova la Lavandula angustifolia (detta anche officinalis o Lavandula vera) e la Lavandula hybrida, detta “Lavandino” caratterizzata da un profumo molto forte. La sua creazione infatti risale agli anni ’50 quando l’industria di prodotti detergenti faceva grande richiesta di olio essenziale.

In ambito decorativo, la L. stoechas, citata precedentemente, dal portamento compatto, foglia grigia e stelo fiorale molto breve, e altre varierà a taglia bassa (30-40 cm) sono perfette per le bordure, mentre le varietà “inglesi”, più rustiche, che presentano fiori dal viola al blu con varie gradazioni sono più adatte per le aiuole.

Tornando alla Provenza, i campi sterminati di lavanda donano al paesaggio un suggestivo e surreale colore violetto, che ha reso famosa la regione in tutto il Mondo e che ha contribuito alla diffusione del giardino in stile provenzale, appunto, caratterizzato, oltre che dalla nostra protagonista, da ulivi, cipressi e pini marittimi, ma anche piantearomatiche e rampicanti (tra cui il glicine, la malva e il gelsomino), che conferiscono al giardino una eleganza rustica, a patto che si dia molta importanza alla cura nei dettagli.

I colori tenui assieme con i profumi e gli elementi architettonici di materiale naturale come la pietra e la terracotta contribuiscono a donare un clima rilassante.

Non serve però viaggiare in Francia per ammiare questi spettacoli: negli ultimi anni, in Piemonte, in particolare le zone dell’astigiano e del Monferrato, stanno guagdagnando la nomea di piccola Provenza
italiana, grazie alla replica del format provenzale.

Speriamo di trovare anche noi un po’ di relax!

Farfugium

Farfugium

Il farfagium è una pianta perenne sempreverde, appartenente alla famiglia delle Astaraceae, originaria del Giappone, apprezzata perchè facile da coltivare anche per i principianti e poiché aggiunge colore al giardino tutto l’anno grazie alla presenza di foglie verdi anche in inverno; foglie dalla peculiare forma di rene o cuore che conferiscono alla pianta un portamento quasi tappezzante e circolare nel suo insieme. 

L’altezza della pianta è di circa 30-40 cm, ma durante il periodo di fioritura, ossia da ottobre a dicembre, raggiunge anche i 70 cm: il gambo dei fiori spunta dal centro della pianta, innalzandosi attraverso le foglie, con un’infiorescenza ramificata all’apice. I fiori, simili a crisantemi o alle margherite, sono capolini gialli al cui centro si trovano i frutti, piccoli acheni contenti un solo seme, dotato di pappo marrone che permette la disseminazione per mezzo del vento (lo stesso meccanismo intelligentissimo del tarassaco).

Sulle coste giapponesi cresce naturalmente su rocce e scogliere: le foglie hanno uno strato di cera che impedisce l’evaporazione dell’acqua e respinge la forte luce solare. Le foglie lisce hanno anche il vantaggio di non permettere a sale e sabbia di aderire facilmente. Inoltre, se ne trovano moltissimi, dalle pianure alle montagne, nelle zone ombreggiate, lontani dalla luce diretta del sole. Infatti in Giappone viene spesso piantato nei tipici giardini a scopo ornamentale soprattutto nella muratura in pietra e alla base degli alberi. 

Il farfagium si può trovare anche in Italia nelle serre e nei vivai in diverse varietà, che possono differire per colore, dimensioni e forma delle foglie.

Il più conosciuto è il Farfugium japonicum “aureomaculatum”, chiamato anche pianta leopardo (il Farfugium infatti è anche conosciuto con questo nome!), è caratterizzato da foglie verdi con macchie gialle. 

Molto particolare è il Japonicum argenteum, variante avente margini irregolari di colore bianco avorio. 

Un consiglio: non essendo molto resistente al freddo, conviene coltivarlo in vaso, da ritirare al coperto durante l’inverno. 

La varietà Giganteum, invece, che come dice il nome raggiunge l’altezza di 120 cm e presenta foglie molto grandi, resiste anche a temperature che arrivano a -10°C. 

Se cercate una varietà più tenace al freddo, il Crispatum, con foglie a bordi ondulati e crespi che ricordano quelle del prezzemolo o della scarola, tollera fino a 15 gradi sotto zero.

A scopo decorativo, sebbene questa pianta non spicchi più di tanto, essa non può essere battuta in quanto effetto fogliame; infatti è utilissima per riempire gli spazi vuoti delle vostre bordure e presso la base degli alberi e arbusti, contribuendo a creare il giusto contrasto per far emergere i punti focali, le vostre piante “prime donne” (consigliamo infatti di prendere spunto dai magnifici giardini giapponesi sul come e dove collocare questa pianta!).

In breve, il Farfugium svolge il cruciale e spesso sottostimato ruolo di equilibratore dei volumi del giardino.

Clematis: i fiori di Bach

Clematis: i fiori di Bach

Clematis, o Clematidi, è un genere molto vasto di piante perenni di tipo arbustivo, volubile o rampicante; erbacee o legnose, tendenzialmente a foglie caduche, ma ne esistono anche di sempreverdi, rustiche e non.

Insomma, di ogni tipo! Si contano infatti oltre 250 specie autoctone selvatiche provenienti da praticamente ogni parte del mondo; L’india ha la varietà bianche, la Cina quelle rosa, mentre l’Italia, tra le altre, ha la varietà alpina, con eleganti campanule ciondolanti violette e foglie che, un tempo, venivano usate dai montanari come cicatrizzante.

Molte clematidi infatti erano conosciute in passato per le loro proprietà officinali, anche se in dosi eccessive potevano essere tossiche. Alcune volte invece, i germogli venivano impiegati come ingrediente per le frittate e, soprattutto in Inghilterra, era usata dai contadini per schermare i campi nei mesi più caldi, in quanto fa ombra solo d’estate. La sua diffusione lungo i margini delle strade, a partire da questa pratica, le valse il soprannome di “gioia del viandante”.

Oggi questo genere ha scopo principalmente ornamentale, ma viene anche adoperata nell’omeopatia.

Edward Bach, medico e scrittore britannico, la propose per primo a questo uso negli anni trenta del Novecento, quando cominciò ad interessarsi al potere guaritore di alcune piante, tra cui le Clemati. I suoi rimedi floriterapeutici pseudoscientifici per gli stati d’animo prendono il nome di “Fiori di Bach”.

Egli consiglia gocce di Clematis in soluzione «per i sognatori, gli addormentati, per quelli che non sono mai completamente svegli, senza grande interesse per la vita. Persone tranquille, non veramente felici nella loro situazione attuale e che vivono piuttosto nel futuro che nel presente, nella speranza di un tempo più felice quando i loro ideali potranno realizzarsi. Clematis è l’estatico che si fa governare dai sogni, che vive negli ideali ma che fa poco sul piano pratico. Ama i libri e si perde in
letture. Sposta l’attenzione da un progetto ad un altro e tende ad attaccarsi troppo ad altre personalità più forti, mettendosi sotto il loro potere.»

A partire dal Dopoguerra si aggiungono alla lista delle Clematidi numerosissime specie ibridate, caratterizzate solitamente da grandi e coloratissime infiorescenze, emerse nel panorama in seguito all’utilizzo di nuovi fungicidi e tecniche di coltivazione. Ciò ha contribuito all’aumento di interesse per queste piante e al loro diffondersi nei nostri giardini. Ad oggi ne esistono più di 1400, tra cultivar e ibridi! Infine, interessantissima è la combinazione di queste piante con le rose. In natura – sappiamo – le piante sono sempre in simbiosi in qualche modo e in questo caso possiamo prendere spunto da essa sfruttando la forza della
rosa rampicante come struttura sulla quale la Clematide, con la sua flessibilità e leggerezza, può far “scaletta”. La combinazione aiuta a creare stupendi abbinamenti di colori anche rispetto ai tempi di fioritura di ciascuna pianta!

Alla visione di Bach della Clematide come personalità succube e rassegnata, noi, quindi, proponiamo una visione di essa come una pianta che ha solo bisogno di trovare la sua rosa, con cui vivere in simbiosi, cercando da essa protezione e stabilità, ma allo stesso tempo addolcendone le spine e vivacizzandone le tinte.