Eliorama e i sogni di bellezza

Eliorama e i sogni di bellezza

Questo articolo fa parte del numero 33 di Web Garden: Fondazione Luzi

Esattamente un mese fa, il 7 maggio 2024, nel co-working torinese di Ultraspazio veniva proiettato il documentario Eliorama, dedicato a Elio Luzi: l’architetto che tra gli anni Cinquanta e Settanta, in una Torino ancora distrutta dai bombardamenti Alleati, firmò con il collega Sergio Jarretti una serie di edifici residenziali innovativi e ben poco convenzionali. Uno su tutti: Palazzo Obelisco in piazza Crimea, progettato nel 1953-54 e ultimato nel 1959, da allora meta per studiosi e appassionati, incantati dal suo guizzo neoliberty, dalle colonne ripetute, dai balconi ricurvi. Un’opera che non lascia indifferenti. Quasi una provocazione nel contesto architettonico torinese dell’epoca.

Questo mese, il Magazine di Web Garden è dedicato alla Fondazione Luzi Architettura, che l’omonimo comitato promotore intende costituire. 

A dirla tutta, una Fondazione esiste già. Nata con atto notarile a Torino nel 2012, aspetta di essere riconosciuta formalmente dalla Regione Piemonte e dallo Stato. E, ça va sans dire, anche da qualche finanziatore. 

Nell’attesa occorre essere operativi. I lavori per digitalizzare, condizionare e conservare il fondo Elio Luzi, che custodiscono 60 anni di attività appassionata, fremono per cominciare.

Così il nostro Magazine di giugno inizia con il video di Marco Beck Peccoz, girato proprio nello splendido giardino di Casa Luzi a Torino – destinata a sede della Fondazione – che nei giorni del Festival del Verde (20-26 maggio) e di Open House (1-2 giugno) ha fatto il pieno di visitatori. 

La settimana prossima, l’articolo-curiosità di giugno ci accompagnerà in Alta Langa, a Clavesana, nella casa di campagna che fu della moglie di Luzi, dove oggi il figlio Andrea si dedica alla produzione di vini del territorio. Diventa così inevitabile che l’intervista del mese di Anna Chiusano abbia per protagonista proprio lui, Andrea, entusiasta e instancabile custode del fondo paterno. Il mese si concluderà con le ghiotte ricette di Cristiana Savio: una Spesa dal Fiorista interamente dedicata alla rosa, che da sempre custodisce i filari delle vigne piemontesi. 

Ecco come, nelle prossime settimane, Web Garden parrà allontanarsi dalla botanica e dai suoi sentieri per raccontare un po’ di architettura. Un allontanamento che è solo apparente. L’intera opera di Elio Luzi – quasi esclusivamente residenziale – ha sempre posto la massima attenzione, se non il suo centro, al rapporto tra interno ed esterno. Con angoli segreti, vetrate affacciate su spazi verdi, curiose rientranze, curve improvvise e cambi di livelli che lui chiamava “sogni di bellezza”. Sali, scendi, svolta: niente è mai atteso; tutto è inaspettato. Proprio come una passeggiata in quell’architettura perfetta e perfettamente imprevedibile che è la natura.

(Foto di Daniele Ratti e Luisa Porta per Open House)

I tesori del giovane Werner

I tesori del giovane Werner

Questo articolo fa parte del numero 32 di Web Garden: Villa Abegg

Novantadue anni fa, un giovane imprenditore svizzero acquistava la Vigna di Madama Reale, di cui Vittorio Emanuele I si era disfatto dopo la restaurazione del 1814. Si chiamava Werner Abegg: non aveva ancora 30 anni, ma già da otto dirigeva l’azienda di famiglia – il Cotonificio Valle Susa a Perosa Argentina – e da sei sedeva nel consiglio d’amministrazione dell’Unione Cementi Italiana. 

Era il 1932. Il giovane Werner, amante del bello e accanito collezionista, eleggeva così l’ex residenza Savoia, con annesso giardino e parco, a sua dimora torinese: una città in cui si era trasferito tre anni prima e con cui aveva intrecciato una storia d’amore.

Suo carissimo amico era Vittorio Viale, al tempo direttore del Museo Civico d’Arte Antica di Torino, che due anni dopo l’acquisto di quella ormai nota ai torinesi come Villa Abegg si era trasferito a Palazzo Madama, dov’è tutt’oggi. 

Werner Abegg, che per passione era anche filantropo, donò al museo una serie di arredi settecenteschi. Né si tirò indietro quando, nel 1938, Viale gli chiese in prestito arredamenti preziosi per la mostra “Gotico e Rinascimento”. 

Già in precedenza, da Abegg erano arrivati arazzi, stoffe, tappeti, candelieri, reliquiari, mobili dipinti. E, nel 1934, una serie di preziose maioliche del Settecento era entrata in collezione grazie a lui.

D’altronde, l’intera famiglia Abegg era nota a Torino per la sua generosità. Alla morte dello zio Augusto, per volontà testamentaria l’ospedale Molinette ricevette 10 milioni di lire: utili a costruire un intero padiglione che ancora oggi porta il suo nome. Ma tanto non bastò a proteggere il giovane Werner dai feroci attacchi della stampa. Quando, nel 1933, acquistò il trittico di Rogier van der Weyden “Crocifissione e donatore” fu accusato di aver depredato l’Italia di uno dei suoi tesori d’arte. A nulla servì dimostrare che quell’opera era ormai da tre anni in mani private: il proprietario del crocifisso fu crocifisso a sua volta.

Un po’ amareggiato, ma ben saldo nei suoi interessi e nel conto corrente, il giovane Werner restò a Torino ancora qualche anno. Poi, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, emigrò negli Stati Uniti. Qui il suo denaro, le capacità imprenditoriali e la fama di mecenate furono assai più apprezzati. Ma tant’è: il vero amore ritorna. E così, finita la guerra, rieccolo – sposato e contento – rientrare in Italia e riallacciare i rapporti con Viale. 

Al Museo Civico d’Arte Antica di Torino ricominciarono le mostre, ripresero i prestiti e le donazioni. Un armadio da sagrestia, una collezione di ori e un cospicuo contributo per l’acquisto di un’opera di Defendente Ferrari, poi donata al museo. Fu il penultimo atto. Nel 1960 lasciò azienda e città e si trasferì in Svizzera con l’intenzione di far nascere lui stesso una fondazione. Quattro anni dopo, a Palazzo Madama arrivò – tramite la moglie di Abegg – un piatto Ginori, tutt’oggi nella collezione permanente. Finiva così una lunga love story. Vent’anni dopo, alla sua morte, Villa Abegg – ormai nel Catalogo generale dei Beni Culturali – diventava di proprietà della Città di Torino. Inalienabile, come il suo nome.

Ma i Tarocchi sono una cosa seria?

Ma i Tarocchi sono una cosa seria?

Questo articolo fa parte del numero 31 di Web Garden: I Giardini Magici

Per Ginevra Roselli Lorenzini, classe 1977, i Tarocchi sono una cosa seria. Così quando le espongo l’intenzione d’intitolare questa intervista «La Taroccata», dall’alto del suo metro e 76 mi lancia un’occhiataccia verde etrusco penetrante come un Dieci di Spade. Intuisco sia un no.

Romana di nascita, torinese d’adozione, è originaria di quella terra d’Etruria i cui abitanti – anticamente – erano maestri nell’arte della divinazione. La chiamavano «La Disciplina». Che sia un caso (cui Ginevra crede poco) o qualche forma di predestinazione (dove la fede è più profonda), la sua passione – così la definisce – comincia a 16 anni «quando iniziai a leggere le carte da poker».

Le carte da poker? È una battuta?

«Per niente. Le carte da poker sono uno strumento molto popolare e attendibile. Qualunque mezzo può diventare divinatorio: c’è chi legge la mano, i fondi di caffè, le nuvole, l’acqua, le pietre. La leggenda narra che Romolo e Remo si affidarono al volo degli uccelli per stabilire dove fondare Roma e chi dovesse esserne re. Io leggo i Tarocchi, che possono essere di molti tipi».

Cioè?

«Esistono i Tarocchi di Marsiglia, di Besançon, quelli siciliani, piemontesi, bolognesi, giapponesi; ci sono i mazzi Visconti-Sforza, Sola Busca, quelli del Mantegna. C’è anche chi disegna o dipinge le proprie carte. Non è importante il “significante” – cioè il mezzo che si utilizza. Ciò che conta è il significato. Io non sono superstiziosa, non credo che i Tarocchi siano magici. Sono solo più codificati e antichi. Generalmente si tratta di 78 carte: 22 Archetipi, o Arcani Maggiori, che affrontano temi metafisici e il percorso dell’anima sulla Terra; e 56 Arcani Minori, che riguardano la nostra vita materiale e quotidiana: l’amore, il denaro, il dolore. Io utilizzo i Rider Waite-Smith, pubblicati a Londra nel 1909».

Ginevra Roselli Lorenzini

Perché non hai iniziato subito con i Tarocchi?

«Occorre un’esperienza di vita che a 16 anni non hai. Le carte da poker sono di più facile interpretazione. È come se un ragazzino imparasse a guidare su una Ferrari. È ragionevole partire con un’utilitaria».   

Quindi le carte da poker sono state il tuo Foglio Rosa?

«Più o meno. Andai in libreria, acquistai un libro, iniziai a studiare, poi a praticare. Quando cominciai a padroneggiare la materia, feci le prime letture». 

Ricordi quando è nata questa passione?

«Da quando ho memoria. Già all’asilo ero attratta da questioni metafisiche, naturalmente come può esserlo una bambina di tre anni: sognavo di volare e di avere poteri magici; le mie eroine erano la Strega di Biancaneve e la Fata Smemorina. Magia, esoterismo, spiritualità. Mi affascinava l’occulto, tutto ciò che potesse esserci oltre la realtà apparente».

Come sei passata dal poker ai Tarocchi?

«Attraverso un lunghissimo stop, dopo una brutta esperienza. A 18 anni stavo leggendo le carte a un conoscente, di cui sapevo poco. Vidi nettamente la morte del padre. Gli feci rimescolare il mazzo, e poi ancora. Niente: usciva sempre la morte, solo che non capivo se fosse già accaduta o dovesse ancora verificarsi. Ero impietrita all’idea di comunicargli la notizia. Venne fuori che quel ragazzo aveva perso il papà a cinque anni, ma lo spavento fu tale che smisi di fare letture. A tutt’oggi non rispondo a domande che riguardino la salute, cosa che mi risulta essere illegale, ma per me è innanzitutto una questione morale. Non compete a me, non sono un medico».

Sei consapevole dello scetticismo che circonda la materia?

«Certo, come sono consapevole del potere manipolatorio che può starci dietro. Chi si presenta a una seduta, quasi sempre ha un problema. È inevitabile che ne parli e si sfoghi. Se tu non metti un freno, se non hai un’etica, puoi manipolarlo facilmente: basta ascoltarlo e sai già cosa dirgli – o cosa vorrebbe sentirsi dire». 

Riesci a spiegarmi in maniera scientifica perché dovrei credere alla divinazione, cioè alla possibilità che tu possa davvero leggere il mio futuro?

«Posso darti una spiegazione metafisica, benché lo stesso Einstein abbia postulato l’illusione del tempo e la sua relatività. Il concetto della divinazione si basa sul fatto che il tempo lineare è solo il modo attraverso cui l’essere umano lo percepisce. Se invece ci basiamo sull’idea di Creato come di un’unica espressione atemporale, già compiuta in tutte le sue variabili e possibilità, ecco che noi siamo contemporaneamente tutto ciò che siamo stati e tutto ciò che saremo. Si chiama “concetto dell’eterno presente” o, come l’ha chiamato Jung, Inconscio Collettivo. Ecco, immagina che la tua intera esistenza sia rappresentata da un gran numero di fotografie messe alla rinfusa su un tavolo. Nel momento in cui tu scegli una foto, da quell’immagine si aggancia una sequenza perfettamente chiara. Solo che nel caos del tavolo tu non la vedi». 

E il libero arbitrio, dove lo mettiamo?

«Sull’argomento ho sentimenti contrastanti. Credo che sia una percezione umana essenziale perché funzionale alla nostra vita terrena, esattamente come lo è la linearità del tempo: illusoria, però necessaria».  

Credi nella reincarnazione?

«Al cento per cento. È l’unico concetto che dia un senso alla nostra esistenza e alla profonda disparità che esiste tra gli esseri umani, così ingiusta».

Non ne vedi l’aspetto consolatorio, se non addirittura manipolatorio, da parte delle religioni? 

«No, l’essere umano e il Creato sono espressioni di Dio – in qualunque modo possiamo concepirlo – e sono caratterizzati da una forte dualità: bene-male, giorno-notte, caldo-freddo, ricco-povero. Questa dualità è più forte nelle prime reincarnazioni e via via si perde, fino ad arrivare a quell’eterno presente dove tutto fluisce».  

Ma concordi nella possibilità di una strumentalizzazione del concetto “reincarnazione”? 

«Certo, le religioni sono strumentali: servono per controllare l’uomo. La spiritualità per renderlo libero. Infatti la religione è giudicante, la spiritualità no».

Torniamo a te. Cinque anni fa, dopo quasi 20 dal grande spavento, hai preso i Tarocchi e sei ripartita. Corretto?

«Non esattamente. Quello che ho fatto a 18 anni è stato smettere di leggere le carte, non di studiarle. Diciamo che il mio interesse intellettuale non è mai venuto meno; ho solo ripreso la pratica».

Dedichi molto tempo allo studio?

«Sono una gran secchiona, ci passo molto ore al giorno e frequento seminari in Italia e in Inghilterra. Più approfondisco e più capisco che posso passarci la vita e avere ancora da imparare».

Molto socratica, e come coniughi la tua anima filosofico-spirituale con la prosaicità di Instagram? Sei appena approdata con @animatarot77 e hai già scollinato i 700 follower.

«’na faticaccia (ride), però che soddisfazione! Instagram è uno strumento come tanti. Sono felice che inizino a scrivermi anche persone che non conosco».

Sincera: in una seduta quanto ci azzecchi?

«Esiste sempre una quota di errore, soprattutto con domande chiuse: sì o no. I Tarocchi spiegano bene i perché e sono un grande strumento di crescita personale e spirituale, anche se ti dicono pure come andrà col fidanzato».

Le palme di Schönbrunn e i cetrioli dell’imperatore

Le palme di Schönbrunn e i cetrioli dell’imperatore

Questo articolo fa parte del numero 30 di Web Garden: Incubatore di vita

Con la primavera alle soglie, anche se in questi giorni non si direbbe, il Magazine di Web Garden torna a parlare di vita: quella delle piante. In tempi remoti, il rigore dei mesi invernali costringeva orti e giardini a dormicchiare sotto la neve. Finché, nel 30 d.C., l’imperatore Tiberio si ammalò e il medico gli prescrisse un cetriolo al giorno per via orale.

Come racconta Mark Crumpacker nel suo A Look Back at the Amazing History of Greenhouses, giardinieri e ingegneri di corte non si persero d’animo, inventando la prima coltivazione in ambiente artificiale della storia. Plinio il Vecchio la descrive come una struttura semovente, simile a una carriola, con un tetto in materiale traslucido e oliato, per far entrare la luce di giorno e non far uscire il calore di notte. Fu così che – un carretto via l’altro – Tiberio ebbe i suoi 365 cetrioli l’anno, e se pure morì dopo un totale di 2.555 somministrazioni, l’agricoltura aveva ormai compiuto un passo strategico.

Con un bel balzo in avanti, sempre a Roma, nel XIII secolo nacquero i primi giardini botanici al mondo, dotati di proto-serre per custodire le piante e gli ortaggi tropicali che gli esploratori portavano dai loro viaggi. Del più leggendario, che si trovava in Vaticano, oggi non esiste altro che materiale storiografico.

Due secoli dopo, nella Corea del 1450, il medico della famiglia reale Soon ui Jeon descrisse nel suo manoscritto Sangayorok una serra riscaldata grazie a un sistema artificiale – detto “ondol” – che, attraverso un tubo, convogliava nell’ambiente il calore prodotto da una caldaia sotto il pavimento. La modernità delle serre coreane stava nella possibilità di controllarne la temperatura, senza affidarsi alla casualità dell’energia solare. Fu così che, per tutto l’inverno 1438, la corte poté cibarsi di mandarini a sazietà.

In Europa, le cose non funzionavano altrettanto bene. Nei Paesi Bassi e nell’Inghilterra del XVII secolo il problema di fornire alle serre il giusto calore non era stato risolto. Solo nel 1681, al Chelsea Physic Garden, fu costruita la prima struttura riscaldata a stufa. Intanto, a Versailles, le dimensioni crescevano, fino a raggiungere i 150 metri di lunghezza.

Va però al nipote di Napoleone Bonaparte, il botanico francese Charles Lucien Bonaparte, figlio del fratello minore dell’imperatore, il merito di aver costruito in Olanda la prima serra moderna per coltivare piante tropicali medicinali. Da lì la strada fu tutta in discesa. Nell’Inghilterra vittoriana sorsero serre imponenti e altissime per contenere piante esotiche: uno spettacolo per celebrare la vastità dell’impero coloniale e intrattenere il pubblico. La moda dilagò. Nel 1882, a Vienna, nel parco del castello di Schönbrunn fu inaugurata la Palmenhaus – la casa delle palme: tre padiglioni per un totale di 2.500 metri quadrati che, assieme ai Kew Gardens di Londra, sono a tutt’oggi tra le più grandi serre in Europa di questo genere.

Belgio, Monaco, New York, Giappone. Ormai le serre avevano abbandonato il loro utilizzo originario di coltivazione in ambiente artificiale per diventare attrazioni. Il XX secolo portò la cupola geodetica, a forma di sfera, e le serre piramidali, come quella del Louvre: strutture dove la firma dell’architetto è più importante dell’ospitalità per le piante.

Parallelamente, le coltivazioni in ambiente artificiale non hanno mai smesso di evolversi e diversificarsi, sostenute più dalla tecnologia che da questioni estetiche. Oggi ci sono serre d’ogni tipo: fredde, temperate, calde, idroponiche; multiple, fisse, gemellate, mobili. Una delle ultime applicazioni la racconta Anna Chiusano nell’intervista della prossima settimana, alla scoperta della startup Agricooltur, nata a Carignano (Torino) nel 2018 e specializzata in serre aeroponiche, che permettono la coltivazione fuori suolo. Il video di Marco Beck Peccoz ci descrive per immagini questa nuova frontiera agricolo-industriale. Chi predilige il fai-da-te dovrà attendere i consigli di Ginevra Roselli Lorenzini sugli orti da terrazzo, per finire marzo con la rubrica di ricette di Cristiana Savio. Confidiamo nei cetrioli.

Il collezionista di treni

Il collezionista di treni

Questo articolo fa parte del numero 28 di Web Garden: Sì, viaggiare

Mentre i passeggeri dai treni ammirano i paesaggi, c’è qualcuno – dall’altra parte della scena – che ammira i treni. È una curiosa tipologia di collezionista, che Wikipedia chiama “feramatore”: neologismo che non esiste nei dizionari della lingua italiana, e nemmeno nell’enciclopedia Treccani. Anche l’Accademia della Crusca lo rispedisce al mittente; impossibile trovarne traccia nei suoi aggiornamenti. 

Tant’è: pur senza un’etichetta ufficiale, il collezionista di treni esiste e ha una fisionomia multiforme. Ci sono quelli che guardano e basta, un po’ come chi fa birdwatching, che in questo caso si chiama train spotting, come il primo romanzo dello scrittore scozzese Irvine Welsh, da cui nel 1996 il regista britannico Danny Boyle trasse il cult-movie che lanciò Ewan McGregor. 

Già nel 1938, per i tipi di Gallimard, Georges Simenon pubblicava L’uomo che guardava passare i treni, che erano per lui metafora di chi «è abituato a spartire le sue ore con perfetta regolarità» e prova sentimenti che «non usano deviare». 

Non ci è dato sapere se i feramatori siano mossi dal bisogno di sublimare emotivamente un’esigenza esistenziale lineare e ben tracciata – non siamo mica Freud: siamo Web Garden. Sappiamo, però, che ce ne sono migliaia. E che migliaia sono le loro collezioni.

I meno ingombranti sono i feramatori-fotografi, che riempiono album di immagini con treni, carrozze, infrastrutture, ponti, gallerie e che hanno creato numerosi forum online, destinati a quelli che in inglese sono chiamati – più correttamente – railfanrailway enthusiast.

Ci sono poi gli appassionati di modellistica ferroviaria, e no: non sono i bambini. Anche se con un trenino, prima o poi, ci abbiamo giocato tutti, l’eminenza grigia dei feramatori-modellisti è il novantacinquenne francese Georges Golaz, che a 20 anni ha iniziato a montare binari (veri) e a 25 ha cominciato una delle più ricche raccolte conosciute.

In Italia, l’ex pilota automobilistico e campione del mondo con i kart Riccardo Patrese possiede una collezione di grande valore (quanto, non è stato ufficializzato), mentre in Serbia un imprenditore ha arredato le pareti di casa con file orizzontali e sovrapposte di treni in miniatura, dal pavimento al soffitto, che detto così fa tanto manicomio ma il risultato visivo – colorato e geometrico – è una vera opera d’arte.

Anche nel costo.

Chi ha molto più denaro e ancora più spazio a disposizione, colleziona e restaura locomotive o carrozze vere. Sono i feramatori-anonimi, nel senso che di rado escono allo scoperto. Fortuna esistono i musei, numerosi anche in Italia: dal Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, dov’è nata la storia delle ferrovie italiane (andate: è strepitoso), al Museo Ferroviario Piemontese di Savigliano, alla sezione treni del Museo della Scienza di Milano. All’estero, si viaggia dal National Railway Museum (York, UK) al Railway Museum di Kyoto (Giappone) fino a un formidabile cimitero dei treni in Bolivia, poco distante da Uyuni, dove si trovano le saline più grandi del mondo. 

L’ultima stazione dei feramatori sono le collezioni di oggetti legati alle ferrovie, i più disparati: attrezzi, divise, lampade, telefoni, maniglie, sedute e placche dei treni. A loro, Web Garden suggerisce di fare al più presto un salto alla Stazione Centrale di Milano, dove fino al 23 novembre si può visitare gratuitamente una delle prime sale d’attesa vip nella storia d’Italia: il Padiglione Reale, 750 mq su due piani al binario 21 riservati ai Savoia, con un passaggio segreto nascosto dietro uno specchio della toilette da usare come via di fuga in caso di attentato. 

Ai torinesi, però, va il primato della sala d’attesa più antica e segreta: 75 mq all’interno della stazione di Porta Nuova, ultimati nel 1864 per la famiglia reale e affrescati dal pittore Francesco Gonin. Come vederla? Tenendo d’occhio le giornate del FAI, che organizza aperture straordinarie per visitare questo capolavoro nascosto.