Ma i Tarocchi sono una cosa seria?

Ma i Tarocchi sono una cosa seria?

Questo articolo fa parte del numero 31 di Web Garden: I Giardini Magici

Per Ginevra Roselli Lorenzini, classe 1977, i Tarocchi sono una cosa seria. Così quando le espongo l’intenzione d’intitolare questa intervista «La Taroccata», dall’alto del suo metro e 76 mi lancia un’occhiataccia verde etrusco penetrante come un Dieci di Spade. Intuisco sia un no.

Romana di nascita, torinese d’adozione, è originaria di quella terra d’Etruria i cui abitanti – anticamente – erano maestri nell’arte della divinazione. La chiamavano «La Disciplina». Che sia un caso (cui Ginevra crede poco) o qualche forma di predestinazione (dove la fede è più profonda), la sua passione – così la definisce – comincia a 16 anni «quando iniziai a leggere le carte da poker».

Le carte da poker? È una battuta?

«Per niente. Le carte da poker sono uno strumento molto popolare e attendibile. Qualunque mezzo può diventare divinatorio: c’è chi legge la mano, i fondi di caffè, le nuvole, l’acqua, le pietre. La leggenda narra che Romolo e Remo si affidarono al volo degli uccelli per stabilire dove fondare Roma e chi dovesse esserne re. Io leggo i Tarocchi, che possono essere di molti tipi».

Cioè?

«Esistono i Tarocchi di Marsiglia, di Besançon, quelli siciliani, piemontesi, bolognesi, giapponesi; ci sono i mazzi Visconti-Sforza, Sola Busca, quelli del Mantegna. C’è anche chi disegna o dipinge le proprie carte. Non è importante il “significante” – cioè il mezzo che si utilizza. Ciò che conta è il significato. Io non sono superstiziosa, non credo che i Tarocchi siano magici. Sono solo più codificati e antichi. Generalmente si tratta di 78 carte: 22 Archetipi, o Arcani Maggiori, che affrontano temi metafisici e il percorso dell’anima sulla Terra; e 56 Arcani Minori, che riguardano la nostra vita materiale e quotidiana: l’amore, il denaro, il dolore. Io utilizzo i Rider Waite-Smith, pubblicati a Londra nel 1909».

Ginevra Roselli Lorenzini

Perché non hai iniziato subito con i Tarocchi?

«Occorre un’esperienza di vita che a 16 anni non hai. Le carte da poker sono di più facile interpretazione. È come se un ragazzino imparasse a guidare su una Ferrari. È ragionevole partire con un’utilitaria».   

Quindi le carte da poker sono state il tuo Foglio Rosa?

«Più o meno. Andai in libreria, acquistai un libro, iniziai a studiare, poi a praticare. Quando cominciai a padroneggiare la materia, feci le prime letture». 

Ricordi quando è nata questa passione?

«Da quando ho memoria. Già all’asilo ero attratta da questioni metafisiche, naturalmente come può esserlo una bambina di tre anni: sognavo di volare e di avere poteri magici; le mie eroine erano la Strega di Biancaneve e la Fata Smemorina. Magia, esoterismo, spiritualità. Mi affascinava l’occulto, tutto ciò che potesse esserci oltre la realtà apparente».

Come sei passata dal poker ai Tarocchi?

«Attraverso un lunghissimo stop, dopo una brutta esperienza. A 18 anni stavo leggendo le carte a un conoscente, di cui sapevo poco. Vidi nettamente la morte del padre. Gli feci rimescolare il mazzo, e poi ancora. Niente: usciva sempre la morte, solo che non capivo se fosse già accaduta o dovesse ancora verificarsi. Ero impietrita all’idea di comunicargli la notizia. Venne fuori che quel ragazzo aveva perso il papà a cinque anni, ma lo spavento fu tale che smisi di fare letture. A tutt’oggi non rispondo a domande che riguardino la salute, cosa che mi risulta essere illegale, ma per me è innanzitutto una questione morale. Non compete a me, non sono un medico».

Sei consapevole dello scetticismo che circonda la materia?

«Certo, come sono consapevole del potere manipolatorio che può starci dietro. Chi si presenta a una seduta, quasi sempre ha un problema. È inevitabile che ne parli e si sfoghi. Se tu non metti un freno, se non hai un’etica, puoi manipolarlo facilmente: basta ascoltarlo e sai già cosa dirgli – o cosa vorrebbe sentirsi dire». 

Riesci a spiegarmi in maniera scientifica perché dovrei credere alla divinazione, cioè alla possibilità che tu possa davvero leggere il mio futuro?

«Posso darti una spiegazione metafisica, benché lo stesso Einstein abbia postulato l’illusione del tempo e la sua relatività. Il concetto della divinazione si basa sul fatto che il tempo lineare è solo il modo attraverso cui l’essere umano lo percepisce. Se invece ci basiamo sull’idea di Creato come di un’unica espressione atemporale, già compiuta in tutte le sue variabili e possibilità, ecco che noi siamo contemporaneamente tutto ciò che siamo stati e tutto ciò che saremo. Si chiama “concetto dell’eterno presente” o, come l’ha chiamato Jung, Inconscio Collettivo. Ecco, immagina che la tua intera esistenza sia rappresentata da un gran numero di fotografie messe alla rinfusa su un tavolo. Nel momento in cui tu scegli una foto, da quell’immagine si aggancia una sequenza perfettamente chiara. Solo che nel caos del tavolo tu non la vedi». 

E il libero arbitrio, dove lo mettiamo?

«Sull’argomento ho sentimenti contrastanti. Credo che sia una percezione umana essenziale perché funzionale alla nostra vita terrena, esattamente come lo è la linearità del tempo: illusoria, però necessaria».  

Credi nella reincarnazione?

«Al cento per cento. È l’unico concetto che dia un senso alla nostra esistenza e alla profonda disparità che esiste tra gli esseri umani, così ingiusta».

Non ne vedi l’aspetto consolatorio, se non addirittura manipolatorio, da parte delle religioni? 

«No, l’essere umano e il Creato sono espressioni di Dio – in qualunque modo possiamo concepirlo – e sono caratterizzati da una forte dualità: bene-male, giorno-notte, caldo-freddo, ricco-povero. Questa dualità è più forte nelle prime reincarnazioni e via via si perde, fino ad arrivare a quell’eterno presente dove tutto fluisce».  

Ma concordi nella possibilità di una strumentalizzazione del concetto “reincarnazione”? 

«Certo, le religioni sono strumentali: servono per controllare l’uomo. La spiritualità per renderlo libero. Infatti la religione è giudicante, la spiritualità no».

Torniamo a te. Cinque anni fa, dopo quasi 20 dal grande spavento, hai preso i Tarocchi e sei ripartita. Corretto?

«Non esattamente. Quello che ho fatto a 18 anni è stato smettere di leggere le carte, non di studiarle. Diciamo che il mio interesse intellettuale non è mai venuto meno; ho solo ripreso la pratica».

Dedichi molto tempo allo studio?

«Sono una gran secchiona, ci passo molto ore al giorno e frequento seminari in Italia e in Inghilterra. Più approfondisco e più capisco che posso passarci la vita e avere ancora da imparare».

Molto socratica, e come coniughi la tua anima filosofico-spirituale con la prosaicità di Instagram? Sei appena approdata con @animatarot77 e hai già scollinato i 700 follower.

«’na faticaccia (ride), però che soddisfazione! Instagram è uno strumento come tanti. Sono felice che inizino a scrivermi anche persone che non conosco».

Sincera: in una seduta quanto ci azzecchi?

«Esiste sempre una quota di errore, soprattutto con domande chiuse: sì o no. I Tarocchi spiegano bene i perché e sono un grande strumento di crescita personale e spirituale, anche se ti dicono pure come andrà col fidanzato».

Le palme di Schönbrunn e i cetrioli dell’imperatore

Le palme di Schönbrunn e i cetrioli dell’imperatore

Questo articolo fa parte del numero 30 di Web Garden: Incubatore di vita

Con la primavera alle soglie, anche se in questi giorni non si direbbe, il Magazine di Web Garden torna a parlare di vita: quella delle piante. In tempi remoti, il rigore dei mesi invernali costringeva orti e giardini a dormicchiare sotto la neve. Finché, nel 30 d.C., l’imperatore Tiberio si ammalò e il medico gli prescrisse un cetriolo al giorno per via orale.

Come racconta Mark Crumpacker nel suo A Look Back at the Amazing History of Greenhouses, giardinieri e ingegneri di corte non si persero d’animo, inventando la prima coltivazione in ambiente artificiale della storia. Plinio il Vecchio la descrive come una struttura semovente, simile a una carriola, con un tetto in materiale traslucido e oliato, per far entrare la luce di giorno e non far uscire il calore di notte. Fu così che – un carretto via l’altro – Tiberio ebbe i suoi 365 cetrioli l’anno, e se pure morì dopo un totale di 2.555 somministrazioni, l’agricoltura aveva ormai compiuto un passo strategico.

Con un bel balzo in avanti, sempre a Roma, nel XIII secolo nacquero i primi giardini botanici al mondo, dotati di proto-serre per custodire le piante e gli ortaggi tropicali che gli esploratori portavano dai loro viaggi. Del più leggendario, che si trovava in Vaticano, oggi non esiste altro che materiale storiografico.

Due secoli dopo, nella Corea del 1450, il medico della famiglia reale Soon ui Jeon descrisse nel suo manoscritto Sangayorok una serra riscaldata grazie a un sistema artificiale – detto “ondol” – che, attraverso un tubo, convogliava nell’ambiente il calore prodotto da una caldaia sotto il pavimento. La modernità delle serre coreane stava nella possibilità di controllarne la temperatura, senza affidarsi alla casualità dell’energia solare. Fu così che, per tutto l’inverno 1438, la corte poté cibarsi di mandarini a sazietà.

In Europa, le cose non funzionavano altrettanto bene. Nei Paesi Bassi e nell’Inghilterra del XVII secolo il problema di fornire alle serre il giusto calore non era stato risolto. Solo nel 1681, al Chelsea Physic Garden, fu costruita la prima struttura riscaldata a stufa. Intanto, a Versailles, le dimensioni crescevano, fino a raggiungere i 150 metri di lunghezza.

Va però al nipote di Napoleone Bonaparte, il botanico francese Charles Lucien Bonaparte, figlio del fratello minore dell’imperatore, il merito di aver costruito in Olanda la prima serra moderna per coltivare piante tropicali medicinali. Da lì la strada fu tutta in discesa. Nell’Inghilterra vittoriana sorsero serre imponenti e altissime per contenere piante esotiche: uno spettacolo per celebrare la vastità dell’impero coloniale e intrattenere il pubblico. La moda dilagò. Nel 1882, a Vienna, nel parco del castello di Schönbrunn fu inaugurata la Palmenhaus – la casa delle palme: tre padiglioni per un totale di 2.500 metri quadrati che, assieme ai Kew Gardens di Londra, sono a tutt’oggi tra le più grandi serre in Europa di questo genere.

Belgio, Monaco, New York, Giappone. Ormai le serre avevano abbandonato il loro utilizzo originario di coltivazione in ambiente artificiale per diventare attrazioni. Il XX secolo portò la cupola geodetica, a forma di sfera, e le serre piramidali, come quella del Louvre: strutture dove la firma dell’architetto è più importante dell’ospitalità per le piante.

Parallelamente, le coltivazioni in ambiente artificiale non hanno mai smesso di evolversi e diversificarsi, sostenute più dalla tecnologia che da questioni estetiche. Oggi ci sono serre d’ogni tipo: fredde, temperate, calde, idroponiche; multiple, fisse, gemellate, mobili. Una delle ultime applicazioni la racconta Anna Chiusano nell’intervista della prossima settimana, alla scoperta della startup Agricooltur, nata a Carignano (Torino) nel 2018 e specializzata in serre aeroponiche, che permettono la coltivazione fuori suolo. Il video di Marco Beck Peccoz ci descrive per immagini questa nuova frontiera agricolo-industriale. Chi predilige il fai-da-te dovrà attendere i consigli di Ginevra Roselli Lorenzini sugli orti da terrazzo, per finire marzo con la rubrica di ricette di Cristiana Savio. Confidiamo nei cetrioli.

Il collezionista di treni

Il collezionista di treni

Questo articolo fa parte del numero 28 di Web Garden: Sì, viaggiare

Mentre i passeggeri dai treni ammirano i paesaggi, c’è qualcuno – dall’altra parte della scena – che ammira i treni. È una curiosa tipologia di collezionista, che Wikipedia chiama “feramatore”: neologismo che non esiste nei dizionari della lingua italiana, e nemmeno nell’enciclopedia Treccani. Anche l’Accademia della Crusca lo rispedisce al mittente; impossibile trovarne traccia nei suoi aggiornamenti. 

Tant’è: pur senza un’etichetta ufficiale, il collezionista di treni esiste e ha una fisionomia multiforme. Ci sono quelli che guardano e basta, un po’ come chi fa birdwatching, che in questo caso si chiama train spotting, come il primo romanzo dello scrittore scozzese Irvine Welsh, da cui nel 1996 il regista britannico Danny Boyle trasse il cult-movie che lanciò Ewan McGregor. 

Già nel 1938, per i tipi di Gallimard, Georges Simenon pubblicava L’uomo che guardava passare i treni, che erano per lui metafora di chi «è abituato a spartire le sue ore con perfetta regolarità» e prova sentimenti che «non usano deviare». 

Non ci è dato sapere se i feramatori siano mossi dal bisogno di sublimare emotivamente un’esigenza esistenziale lineare e ben tracciata – non siamo mica Freud: siamo Web Garden. Sappiamo, però, che ce ne sono migliaia. E che migliaia sono le loro collezioni.

I meno ingombranti sono i feramatori-fotografi, che riempiono album di immagini con treni, carrozze, infrastrutture, ponti, gallerie e che hanno creato numerosi forum online, destinati a quelli che in inglese sono chiamati – più correttamente – railfanrailway enthusiast.

Ci sono poi gli appassionati di modellistica ferroviaria, e no: non sono i bambini. Anche se con un trenino, prima o poi, ci abbiamo giocato tutti, l’eminenza grigia dei feramatori-modellisti è il novantacinquenne francese Georges Golaz, che a 20 anni ha iniziato a montare binari (veri) e a 25 ha cominciato una delle più ricche raccolte conosciute.

In Italia, l’ex pilota automobilistico e campione del mondo con i kart Riccardo Patrese possiede una collezione di grande valore (quanto, non è stato ufficializzato), mentre in Serbia un imprenditore ha arredato le pareti di casa con file orizzontali e sovrapposte di treni in miniatura, dal pavimento al soffitto, che detto così fa tanto manicomio ma il risultato visivo – colorato e geometrico – è una vera opera d’arte.

Anche nel costo.

Chi ha molto più denaro e ancora più spazio a disposizione, colleziona e restaura locomotive o carrozze vere. Sono i feramatori-anonimi, nel senso che di rado escono allo scoperto. Fortuna esistono i musei, numerosi anche in Italia: dal Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, dov’è nata la storia delle ferrovie italiane (andate: è strepitoso), al Museo Ferroviario Piemontese di Savigliano, alla sezione treni del Museo della Scienza di Milano. All’estero, si viaggia dal National Railway Museum (York, UK) al Railway Museum di Kyoto (Giappone) fino a un formidabile cimitero dei treni in Bolivia, poco distante da Uyuni, dove si trovano le saline più grandi del mondo. 

L’ultima stazione dei feramatori sono le collezioni di oggetti legati alle ferrovie, i più disparati: attrezzi, divise, lampade, telefoni, maniglie, sedute e placche dei treni. A loro, Web Garden suggerisce di fare al più presto un salto alla Stazione Centrale di Milano, dove fino al 23 novembre si può visitare gratuitamente una delle prime sale d’attesa vip nella storia d’Italia: il Padiglione Reale, 750 mq su due piani al binario 21 riservati ai Savoia, con un passaggio segreto nascosto dietro uno specchio della toilette da usare come via di fuga in caso di attentato. 

Ai torinesi, però, va il primato della sala d’attesa più antica e segreta: 75 mq all’interno della stazione di Porta Nuova, ultimati nel 1864 per la famiglia reale e affrescati dal pittore Francesco Gonin. Come vederla? Tenendo d’occhio le giornate del FAI, che organizza aperture straordinarie per visitare questo capolavoro nascosto.

E Zeus creò il tartufo…

E Zeus creò il tartufo…

Questo articolo fa parte del numero 27 di Web Garden: Tartufo il tesoro nascosto

Sembra che la nascita del tartufo sia legata all’ira di Zeus. Racconta il poeta latino Giovenale che, in un impeto di rabbia, il re dell’Olimpo scagliò un fulmine contro una quercia provocando un cortocircuito tra la terra, l’acqua e il calore della saetta. Di lì a poco, sotto la pianta spuntò un tubero con proprietà afrodisiache e un retrogusto maestoso. Era nato il tartufo.

La leggenda ha una sua ragionevolezza. Giove si irritava facilmente, con la stessa veemenza con cui si accoppiava: cioè, in continuazione. I fulmini erano la sua arma d’ordinanza; la quercia, assieme all’olivo, il suo albero preferito. 

Non tutti sono d’accordo con Giovenale. Fonti orali attestano l’uso del tartufo già in Babilonia (3000 a.C.), anche se è probabile che lo confondano con il Terfezia leonis, un tubero assai simile che cresce nelle distese sabbiose dell’Asia Minore. Chi ne ipotizza la presenza sulle tavole dei Sumeri (1700 a.C.) non ha mai fornito le pezze d’appoggio.

Né lo ha fatto chi ne attribuisce la scoperta a Giacobbe (1600 a.C.), che lo avrebbe introdotto nella dieta degli Ebrei. Dei Greci si sa poco, se non per sentito dire, e così dell’uso culinario tra gli Etruschi. 

Truffles are ectomycorrhizal fungi and are therefore usually found in close association with tree roots.

Le prime ricette di tartufo sono descritte dal gastronomo romano Marco Gavio Apicio (I secolo a.C.- I secolo d.C.), che ne offre sfarzose declinazioni nel suo De Culinaria, mentre Plinio il Vecchio lo classifica nella Naturalis historia (77-78 d.C.) come «massimo miracolo (…) che cresce isolato e circondato di sola terra, la secca, sabbiosa e fruttifera terra della lodatissima Africa».

È in quell’epoca che il tartufo approda sulle ricche tavole dei Romani: bulimici ante litteram che trascorrevano le proprie giornate sui triclini a ingozzarsi fino a rigurgitare (no, non è un modo di dire), per poi ricominciare a divorare portate per ore, ore, ore. 

Là fuori, intanto, il mondo cambiava. A dispetto delle persecuzioni, una nuova religione erodeva le fondamenta del Monte Olimpo. Giove – già irritabile di suo – aveva di che essere stizzito: di lì a poco sarebbe stato scalzato dal Cristianesimo, e così piovevano fulmini e crescevano tartufi, se ci piace credere a Giovenale. 

Crollato l’Impero Romano, nel Medioevo il tartufo faceva ritorno sulle mense degli alti prelati e di quei pochi nobili che non frequentavano i campi di battaglia. Non che i principi e i re lo disdegnassero. È che erano impegnati a sguainare spade, conquistare terre, difendere confini e, appena si sedevano a tavola, a schivare qualche avvelenamento politico.

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Passò anche il Rinascimento e il tartufo resistette, rientrando trionfante in tutte le corti d’Europa. Non era più un tartufo qualunque, raccolto indistintamente in Asia, Africa, Est Europa, Danimarca, Francia, Spagna e persino, più avanti nella Storia, nell’insospettabile Oregon del Sud. Era il prelibato tartufo piemontese: bianco, nero, scorzone, uncinato, moscato, brumale. Dal Monferrato alle Langhe, dal Roero alle colline del Sud, nel 1600 la raccolta in Piemonte si intensificò, a imitare – ma soprattutto soddisfare – l’esigente cucina francese.

La sua ricerca divenne un business e una moda tra i nobili, che organizzavano battute di caccia, soprattutto del pregiatissimo Tartufo Bianco. Il Settecento fu la sua riscossa, l’Ottocento la consacrazione. Il compositore Gioacchino Rossini lo definì «il Mozart dei funghi», che deliziava i palati di Napoleone Bonaparte, Luigi XVIII di Francia e Papa Gregorio XVI. 

Fino a Novecento inoltrato, nelle campagne piemontesi il mestiere del trifolao (trifolau) era tramandato come una religione. Con l’arrivo dell’autunno, le nebbie dell’alba inghiottivano uomini avvolti in mantelli scuri, che evaporavano tra gli alberi con un cane e un bastone. Quando facevano ritorno con i loro panieri, talvolta erano sconfitti; altre, più ricchi di quando si erano alzati. La tradizione li descriveva anziani, un po’ burberi e un po’ saggi, possibilmente con una camicia a scacchi.

Con il Novecento, il tartufo diventò mito. Nel 1933 il Times di Londra incoronava un ristoratore di Alba “il Re dei Tartufi”. Era Giacomo Morra, lo stratega del Tartufo Bianco; l’imprenditore che, da una cascina ai confini del mondo, trascinò il mondo a casa sua. Nel 1929 pubblicizzò per la prima volta il “suo” tubero alla Fiera d’Alba, che 4 anni dopo prese il nome ufficiale di Fiera del Tartufo. Ad Alba arrivarono Winston Churchill, Harry Truman, Alfred Hitchcock, Gianni Agnelli. I prezzi s’impennarono. Un articolo del periodico britannico The Observer spalancò i cancelli al turismo enogastronomico in Langa. Quando anche Rita Hayworth si appassionò al tartufo, le donne di Alba ricondussero alla ragione i mariti con l’ausilio di un matterello.Questo ottobre, il Magazine di Web Garden rende omaggio al “Tartufo, il tesoro nascosto” con un numero ghiotto.

Letteralmente. Venerdì 20, Anna Chiusano intervisterà lo chef Franco Martinetti; venerdì 28, Cristiana Savio riprenderà nella sua rubrica di cucina una serie di ricette dedicate al tartufo. Da segnalare, sabato 14 ottobre, l’inaugurazione della mostra fotografica «Truffle hunters and their dogs» (I cacciatori di tartufi e i loro cani): reportage in Langa dello statunitense Steve McCurry, uno dei più celebri e premiati fotografi al mondo, in esposizione al Museo del Tartufo di Alba.

Le alte vette dell’archittetura verticale

Le alte vette dell’archittetura verticale

Questo articolo fa parte del numero 26 di Web Garden: i Boschi

Dal celebre Bosco Verticale di Milano alla Città-Foresta cinese di Liuzhou, l’architettura del futuro (ma anche del presente) opera sempre più in sinergia con la botanica. Per creare ecosistemi compatibili con gli insediamenti umani. Con due vie di fuga in caso di Apocalisse: le città-galleggianti e una colonia verde su Marte.

Dici “bosco verticale” e pensi alle due celebri torri di Milano, progettate da Stefano Boeri e inaugurate il 10 ottobre 2014: 94 specie vegetali, 711 alberi, 5mila arbusti e 15mila piante perenni. L’equivalente di due ettari di foresta che, in 186 metri d’altezza (110 una torre, 76 l’altra), filtrano le polveri sottili, attenuano l’inquinamento acustico e depurano l’aria, sottraendo anidride carbonica ed emettendo ossigeno. Sono le bio-costruzioni più famose e “instagrammate”, però non sono inedite.

Prima che il mondo premiasse questo capolavoro green, nel 2007 a Torino – con il consueto understatement sabaudo – l’architetto Luciano Pia terminava il progetto di Condominio 25, primo esperimento italiano di bioarchitettura ecosostenibile in città. Un edificio di 63 appartamenti, 150 alberi ad alto fusto, rivestimenti in larice, verde verticale in facciata e verde pensile sui tetti per un totale di 150 litri di ossigeno liberati ogni ora.

Acros Fukuoka,Complex building located in the Tenjin area, Fukuoka, Kyushu, Japan, daytime

Dopo il successo di Milano, l’intraprendente portavoce internazionale degli ecosistemi urbani ecosostenibili ha iniziato a pianificare “boschi” in tutto il mondo, dalle Ca’ delle Alzaie di Treviso alla Torre dei Cedri di Losanna, dalle Foreste Verticali di Hannover, Il Cairo, Tirana e Nanchino a quella Bianca di Parigi, fino a immaginare una città-foresta a nord della metropoli cinese di Liuzhou che, per fronteggiare l’emergenza climatica, nel 2017 ha approvato un progetto che ospiterà 30mila persone, 175 ettari di case, uffici, centri commerciali, scuole e ospedali, 40mila alberi e 1 milione di piante.

È che a volte, come insegna James Bond, il mondo non basta. Così Stefano Boeri ha programmato, entro il 2117,  la costruzione di una colonia di Shanghai in formato “Vertical Forest” sul pianeta Marte; là dove – spiega lo studio d’architettura – «i semi eco-sistemici viaggerebbero grazie a una stazione spaziale interplanetaria» (e no, le stazioni spaziali orbitano, non viaggiano) permettendo «la creazione di un’atmosfera e di un clima favorevole alla vita delle piante e degli umani»: stessa ipotesi fantascientifica del romanzo “The Martian” di Andy Weir (2011), portato sul grande schermo da Ridley Scott nel 2015.

Bello e impossibile.

Saltando come Tarzan tra le liane del tempo, le prime costruzioni green della Storia sono cosa antica. Iniziano con i leggendari giardini pensili di Babilonia: un immenso polmone verde con strutture a gradoni, piante esotiche e irrigazione artificiale costruito nel 600 a.C. sotto re Nabucodonosor II – leggendari perché, nonostante le dettagliate descrizioni degli storici Erodoto e Strabone, gli scavi archeologici a Babilonia (oggi Al-Hillah, Iraq) non ne mostrano traccia. 

Vivi e vegeti, invece, sono i 7 lecci secolari che svettano tutt’oggi in cima alla Torre Guinigi di Lucca, eretta nel Trecento e considerata il primo, vero bosco verticale italiano.  

Aerial view of Santos city, buildings on the waterfront avenue, county seat of Baixada Santista, on the coast of Sao Paulo state, Brazil.

Altro balzo di liana e si arriva al Novecento, con le Case popolari di Vienna di Friedensreich Hundertwasser, antesignano della bioarchitettura, che a metà Anni Ottanta realizzò un edificio di 52 appartamenti, destinato a famiglie indigenti, con un giardino pensile su ogni terrazza. Meno di 10 anni dopo, ecco lo stupefacente Acros di Fukuoka, Giappone, progettato nel 1995 dall’architetto argentino Emilio Ambasz: 100mila metri quadrati in centro città con 14 giardini terrazzati, 6mila metri quadrati di verde, 50mila piante e un totale di 120 varietà. Da qui è (dichiaratamente) partito l’architetto francese Jean Nouvel per realizzare la sua Rosewood Tower di San Paolo, Brasile, primo grattacielo al mondo a impatto zero. 

Altro continente, altro bosco verticale: il Tao Zhu Yin Yuan di Taiwan – 93,2 metri d’altezza, 23mila alberi e una copertura verde del 246% – opera del belga Vincent Callebaut, che ha firmato anche i progetti del grattacielo verde Dragonfly (New York) e della città galleggiante Lilypad: 500mila metri quadrati a forma di fiore di loto nel mezzo dell’oceano (quale oceano, è informazione non pervenuta), destinati a quei rifugiati climatici che vedranno le proprie terre inghiottite dalle acque. Ipotesi tristemente più realistica di quella marziana.

Dagli anni Duemila a oggi, da Oriente a Occidente, tra le alte vette dell’architettura sostenibile si stagliano il malesiano Ken Yeang (National Library, Singapore), lo studio londinese Gustafson Porter + Bowman (Gardens by the Bay, ancora Singapore), il vietnamita Vo Trong Nghia (Chicland Hotel di Danang, Vietnam) e il duo austriaco-cinese Chris Precht and Dayong Sun, con i progetti delle Arcades di Tel Aviv (Israele), della Tree Tower di Toronto (Canada) e di One With the Birds, hotel in bambù modulare e trasportabile, che si potrà estendere sia in orizzontale sia in verticale.

Come tutta l’eco-edilizia di un futuro che è già presente, anzi: urgente e necessario.