Regine d’acqua

di: Ginevra Roselli Lorenzini
Ninfee e loto, regine magnifiche ed inaspettate delle acque impure, ricordano entrambe la possibilità che la natura ci offre di dare vita ad un miracolo anche nelle condizioni più umili e avverse.
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Ninfee e loto, regine magnifiche ed inaspettate delle acque impure, dei giardini, della mitologia e dell'arte.

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Ninfee e Loto: fiori che affondano le loro radici nel fango e nelle acque stagnanti, per poi esprimere una fioritura di petali immacolati che sembrano danzare sull’acqua, quasi estranei alle loro modeste origini. Spesso le due specie, seppure distinte, vengono confuse fra loro, ma entrambe incarnano, grazie alle loro comuni peculiarità, una simbologia profonda di purezza e rinascita, sia nella cultura occidentale che in quella orientale.

L’origine di tale confusione deriva non solo dal loro aspetto simile, ma anche dall’etimologia del nome delle ninfee, che proviene dal termine arabo nenùfar: “loto di colore blu”. Il loto però appartiene ad un genere diverso, costituito da due sole specie: Nelumbo nucifera e Nelumbo lutea.

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Ila e le Ninfee (1986)
di John William Waterhouse
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Nella cultura greca le ninfee racchiudono in sé diversi miti, riconducibili alle ninfe da cui traggono il nome (nympheae).

Per i greci quindi le ninfee erano simbolo dell’amore non corrisposto, ma anche della capacità di dimenticare il passato, per intraprendere una nuova vita.

La ninfea, che fiorisce da maggio a settembre e produce fiori fino a 10 cm di diametro, che si aprono al mattino nelle giornate di sole per poi chiudersi al tramonto, era una pianta molto diffusa nell’antico Egitto, dove cresceva rigogliosa sulle acque del Nilo. Legata alla sfera femminile, era simbolo di nascita, vita e prosperità.

Per gli antichi egizi questi fiori rappresentavano le qualità della prosperità e ricchezza, ma erano anche simbolo di rinascita, dell’avvio di un nuovo percorso e del viaggio interiore verso la spiritualità, sia per il singolo individuo che per l’intero nucleo familiare.

È per questo che oltre ad essere impiegati come elemento pittorico decorativo, i resti di questi fiori sono stati ritrovati all’interno della camera sepolcrale del faraone Ramses II, così come in molte altre tombe.

Plinio il Vecchio rimanda l’origine di questo fiore ad una naiade che fu tramutata dagli dei in fiore galleggiante in seguito alla sua morte per gelosia nei confronti di Ercole. Un’altra leggenda invece narra di una meravigliosa ninfa che viveva presso un lago. Il Sole si innamorò di lei e scese dalla volta celeste per raggiungerla. Coperta di vergogna per il suo aspetto più ordinario, si immerse nel fondo dell’acqua per cercare dell’oro da offrire al Sole.

L’oro era tuttavia troppo pesante per la fanciulla, che sprofondò nel lago, mostrando solo le mani colme di questo suo dono. Fu così quindi che la ninfa si trasformò in questo magnifico fiore, che si schiude al cospetto del Sole, per ritrarsi quando lui l’abbandona.

La ninfea è citata anche nell’Odissea. Le sue foglie hanno proprietà psicotrope che provocano amnesia: Ulisse era a conoscenza di una popolazione che se ne nutriva ed inviò tre uomini alla ricerca di queste genti. Tuttavia, i tre argonauti si cibarono della pianta e dimenticarono la strada di ritorno verso la nave.

Una volta ritrovati, Ulisse fu costretto a legare i tre argonauti all’albero della nave, perché ribelli non facessero ritorno tra la nuova gente e all’oblio di questo fiore.

Per la purezza dei suoi petali, a dispetto del fango da cui proviene, in epoca cristiana la ninfea è divenuta emblema di castità e grazie alle generose dimensioni dei suoi petali, di carità. Le virtù attribuite a questo fiore hanno fatto si che fosse raffigurato sulle facciate delle chiese e sui capitelli.

In tempi più recenti, non si può non ricordare la ricerca artistica intrapresa da Claude Monet nel suo giardino di Giverny, intento a catturare ogni variazione di tono e di luce delle ninfee del suo laghetto, con una dedizione quasi contemplativa all’emozione sempre nuova che il costante variare della natura gli offriva: una rinascita che si ripeteva all’infinito.

Proveniente dall’America settentrionale nella varietà bianca e dall’Asia con i petali rosa, il fiore di loto ha origini antichissime, tanto che la sua comparsa è stimata a 80 milioni di anni fa.

Anche i suoi semi sono incredibilmente longevi: nel 1951 in Giappone furono ritrovati dei semi di loto di oltre duemila anni. Una volta piantati, diedero vita al “Loto Ohga”, il fiore più antico del mondo. Come per la ninfea, anche il loto è intriso di simbologia e tradizione, particolarmente nelle culture buddhiste e induiste. 

Per gli hindu il loto, dalla forma che evoca il grembo materno, è simbolo di nascita e resurrezione, tanto che le divinità femminili sono rappresentate sedute su questo fiore, nell’atto quindi di emergere ed essere da esso generate. Per i buddhisti il loto è simbolo di purezza e perfezione. Ciò deriva probabilmente dalla capacità che hanno i suoi petali di mantenersi immacolati anche nelle acque stagnanti. Essi sono rivestiti infatti da una cera idrofobica che li rende sempre puliti e asciutti, a dispetto dell’habitat circostante: questa proprietà è nota come “l’effetto loto”.

Fiore sacro, emblema dei centri energetici o chakra, il fiore di loto rappresenta anche la capacità di distaccarsi dalle miserie terrene per assurgere ad un più elevato piano spirituale: non a caso la leggenda vuole che il Buddha sia nato da questo fiore ed è sovente rappresentato in contemplazione nella posizione nota come del fiore di loto.

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