Intervista a Silvana Ghigino, architetto e paesaggista direttore della Villa Durazzo Pallavicini

di: Gwladys Martini
Web Garden incontra l’architetto Silvana Ghigino, direttore di Villa Durazzo Pallavicini: a due passi dalla stazione di Genova Pegli troviamo un luogo magico e incantato, un parco dove il genio dell’architetto e scenografo genovese Michele Canzio ha trovato nel committente, il marchese Ignazio Alessandro Pallavicini, un complice e ispiratore.
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Nel curo di Genova si trova uno dei giardini romantici ed esoterici più interessanti d’Europa.

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Web Garden incontra l’architetto Silvana Ghigino, direttore di Villa Durazzo Pallavicini: a due passi dalla stazione di Genova Pegli troviamo un luogo magico e incantato, un parco dove il genio dell’architetto e scenografo genovese Michele Canzio ha trovato nel committente, il marchese Ignazio Alessandro Pallavicini, un complice e ispiratore.

Come nasce l’idea di paragonare le aree del parco ai tempi di uno spettacolo teatrale?

Su una collina ripida ed impervia il marchese Ignazio Alessandro Pallavicini e l’architetto Michele Canzio (che era il primo scenografo del teatro Carlo Felice di Genova) hanno realizzato uno dei giardini romantici ed esoterici più interessanti d’Europa.

Forse hanno incubato questo progetto per anni e poi, tra il 1840 e il 1846, lo hanno realizzato. Quando sono mancati hanno portato con loro il mistero del parco. Il messaggio occulto, benché seminato su ogni area del giardino con cura esoterica, non era esplicito.

Apparentemente sembra un bellissimo parco romantico; abbiamo dovuto portare avanti uno studio durato 40 anni, e che continua ancora oggi, per comprendere la simbologia che sta dietro ogni elemento architettonico e vegetale per poi “rivitalizzarla” con una corretta pratica di restauro.

Tra metà settecento e inizio ottocento (il confine temporale è molto fluido) il giardino all’inglese si sviluppa e si propaga dall’Inghilterra portando con sé i sottili significati del credo massonico.

La tipologia dei giardini massonici era quindi molto diffusa in Europa: si tratta di giardini all’inglese, all’ultima moda, densi di contributi romantici e di elementi insoliti e inconsueti, in grado di stimolare la curiosità e il mistero esoterico nel visitatore.

Il Parco Pallavicini è stato ideato come un vero e proprio percorso iniziatico; non si tratta di un giardino nel quale sono inseriti simboli massonici ma della materializzazione estesa di un vero e proprio racconto esoterico.

Il giardino risulta misterioso e di difficile comprensione soltanto a chi non ha gli strumenti per comprenderlo e va detto che oggi, con la nostra cultura mirata più ai temi tecnici e tecnologici che classici e filosofici, non abbiamo più gli strumenti per poterle capire e interpretare.

Nel parco è inserita tutta una simbologia legata alla massoneria, dove l’architetto traveste la storia, impregnandola di elementi esoterici e legati all’ars muratoria.

L’architetto Canzio progettando un parco di 8 ettari si comporta un po’ come se fosse a teatro e lo organizza come un melodramma, dividendolo in tre atti ognuno composto da 4 scene più un prologo, un antefatto ed un esodo finale. Nel fare questo inverte il concetto stesso di rapporto tra spettatore e teatro: qui è il visitatore che va incontro alla performance del giardino e al susseguirsi delle scene, non è lo spettatore fermo che osserva quanto accade sul palcoscenico.

Non è un caso che gli atti previsti siano 3, numero intrigante e fondamentale che allude a fasi alchemiche e a stadi di crescita massonica. Ma nel parco la numerologia si insinua continuamente oltre che con il numero tre con il quattro, numero della materialità e l’otto, il numero dell’infinito.

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Per comprendere il giardino a fondo bisogna conoscere profondamente l’eclettismo, la massoneria e l'esoterismo. 
L’inserimento di grotte, piante, colori e ponti porta il parco a essere letto in chiave esoterica.
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Dopo la morte del marchese tutto è lentamente scivolato nell’oblio; quando io e Fabio Calvi abbiamo iniziato a studiarlo in qualità di laureandi presso la Facoltà di Architettura di Genova tutto era stato scordato benché ancora presente. In allora eravamo molto giovani e poco istruiti in materia esoterica; restare affascinati da un luogo tanto bello quanto misterioso è stata una vera opportunità di sviluppo culturale ma anche e specialmente spirituale.

L’oggetto architettonico più sofisticato che abbiano creato gli uomini sono i giardini, quelli che noi oggi chiamiamo giardini storici.

Silvana Ghigino

Pian piano, oltre alla bellezza esplosiva della natura, si sono scoperte le articolazioni teatrali e poi i simboli esoterici che il marchese e il suo architetto avevano adagiato sulla collina in maniera così copiosa da diventare occulta.

Bisogna ricordare che la massoneria era avversata a quei tempi (per motivi del genere si rischiava l’arresto) il chè mi fa pensare che il marchese e l’architetto si saranno molto divertiti a costruire un’opera massonica occulta, che sapevano essere praticamente intelleggibile ai ‘profani’.

Il parco è davvero molto suggestivo e ricco di scorci: è mai stato un set cinematografico? 

Abbiamo avuto recentemente gli operatori della Rai per il programma CITTA’ SEGRETE, negli anni scorsi riprese per Bell’Italia e altri programmi turistico-culturali. Personalmente non sono convinta che questo parco possa essere utilizzato come vero e proprio set cinematografico; nonostante la sua dimensione gli spazi sono quelli di un lungo sentiero che per 3 km passa di scenografia in scenografia.

Gli scenari sono mozzafiato ma molto raccolti ed estremamente fragili. A me, che sono preposta alla sua conservazione, piacerebbe moltissimo incontrare un regista interessato che ne comprendesse le potenzialità e fosse capace di utilizzarle nel pieno rispetto del suo valore storico ed artistico.

Ci sono essenze storiche e rare? Come cambia il parco al variare delle stagioni?

Sì, molte rarità esotiche e piante monumentali tra le quali spicca in assoluto il Cinnamomum canfora sito sulle rive del Lago Grande. Per quanto relativo al variare della vegetazione la risposta è pochissimo perché, da buon scenografo, Canzio ha previsto una vegetazione organizzata quasi solo con sempreverdi che consente di avere una scenografia stabile in ogni stagione.

Comunque le fioriture esistono e si susseguono in ogni stagione con prevalenza alla primavera. Eccezionale è il bosco delle camelie, che regala, tra fine febbraio e inizio aprile, uno spettacolo di fiori impareggiabile. Si tratta del camelieto più esteso e antico d’Italia.

Poi ci sono i Giardini di Flora, rappresentazione del paradiso terrestre, che vengono mantenuti in una continua fioritura. I giardinieri lavorano continuativamente sugli 8 ettari di massa vegetale, che deve sempre essere perfetta: è davvero una grande fatica!

Anche se il problema più consistente è quello della manutenzione dei manufatti architettonici e delle opere d’arte.

Come viene vissuto il parco? Chi lo frequenta? 

Si tratta di un pubblico vario e dipende dai momenti dell’anno. La primavera è il periodo più gettonato ma il pubblico è presente in maniera significativa anche in estate ed in autunno. Il pubblico più vasto è composto in prevalenza da visitatori adulti tra i 40-60 anni.

Chi viene ha consapevolezza di quello che viene a vedere. Ma sono tanti anche i giovani e i ragazzi che giungono con le scuole e ai quali offriamo una visita guidata con laboratorio, in modo che capiscano con linguaggio semplice le straordinarie potenzialità di questa grande opera d’arte.

Certo la pandemia ci ha rallentato ma durante l’estate stanno tornando gli stranieri e anche gli italiani delle regioni più distanti. Questa primavera, forse proprio a causa del Covid, c’è stato un grosso picco genovesi, molti dei quali non erano mai venuti nel parco e ne sono rimasti affascinati.

Ospitate anche opere d’arte? 

No! Il parco è una grande opera d’arte che racconta. Non può essere invasa da altri elementi. Era stato pensato come luogo privato e visitato solo da amici e conoscenti della famiglia Pallavicini. Poi il marchese decise di offrire la sua bellezza a tutti ma è giusto che noi ci si ricordi che è monumento e non un contenitore.

Va ricordato che oltre al parco i visitatori possono anche visitare il palazzo che il Comune di Genova lo ha destinato a museo dell’archeologia ligure.

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