Intervista a Carlo Galfione

di: Gwladys Martini
Carlo Galfione, un artista, ma anche molto di più. Le etichette gli stanno strette. Sicuramente è un pensatore, che ha delle idee forti e ben definite, che racconta con entusiasmo ed educazione sabauda
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L’armonia e l’equilibrio della composizione sono strettamente legati al mondo delle note, della musica.

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Chi è Carlo Galfione?

Un pittore, restauratore, musicista, motociclista? Un artista, ma anche molto di più. Le etichette gli stanno strette. Sicuramente è un pensatore, che ha delle idee forti e ben definite, che racconta con entusiasmo ed educazione sabauda.

WebGarden: Che cos’è per te la Natura?

Carlo Galfione: Siamo partiti dalla natura. Ma cosa è ora? La natura ormai è diventata narrazione, ha perso quella valenza di liberazione e  di “naturalità”. Vive in una dimensione di marketing e quindi a noi cosa rimane? Cavalcare quest’onda, immergerci totalmente. In questa ottica nasce il dipinto Fake Story (2021, olio su tessuto a rilievo, cm 150 x 120): ho scattato di nascosto una foto a uno dei banner dell’Ikea e l’ho dipinta su un tessuto storico. Le ho dato una seconda vita, sembra più vera della fotografia originale, senti quasi l’odore di muschio. L’immaginario figurativo dal quale traggo ispirazione è praticamente solo quello che attingo dai social: “rubo” le immagini dagli amici così come dagli sconosciuti. Che poi è il concetto della mia ultima mostra, dal titolo “Le Vite degli altri”. Mi approprio dei loro ricordi visivi, e li rappresento decontestualizzati.

Per esempio in questo paesaggio la fotografia è stata scattata in treno vicino a Udine: mi sono immaginato che Riccardo (il titolare della foto n.d.r.) fosse triste per la separazione dalla figlia. Per questo l’ho dipinto su un broccato un po’ cupo. Ma magari Riccardo non era per niente triste, la sua immagine è stata un’ottima base per raccontare un’altra storia, la mia.

La natura traspare, spesso letteralmente, in tutte le sue opere, dalle ninfee, che con i loro fiori rosa ci osservano, ai paesaggi naturali con il punto di fuga tendente all’infinito della Mongolia, dove le tende rappresentate dialogano coi govoni della toile de Jouy su cui è dipinta l’opera.

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Il paesaggio si fonde con la texture del tessuto e lo lascia intravedere sotto la matericità del colore,
creando un sottile legame tra natura e artificio pittorico.
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Nel mio lavoro cerco di ritrovare un canone estetico, partendo da frammenti, fino a trasformarli in altro, affinché possa essere osservato da altri occhi e altri punti di vista.

Nella nostra cultura la bellezza è quasi data per scontata.

Carlo Galfione

Infatti uno dei tuoi segni distintivi è proprio il tessuto. Come nasce per te il suo utilizzo?

L’uso del tessuto nasce da un discorso di omologazione estetica. Si tratta di una codificazione del bello, che nasce con la prima vera rivoluzione industriale: la tessitura. Con la creazione su larga scala un tessuto bello, artistico e decorativo può arrivare a tutti. Stesso discorso per le carte da parati. Ormai per me è diventato non solo pattern decorativo, ma ormai fa parte delle mie opere, diventa una trasparenza su cui compaiono altri elementi, altre storie, fino a far fondere i materiali insieme. Il tessuto quasi assorbe la storia e gli riesco a dare nuova vita. A volte i tessuti sono antichi e arrivano dai luoghi più disparati.

La toile de Jouy, per esempio, era molto usata nei paesi del centro Europa e rappresenta scene leggere, musicali e agresti – portatrici di canoni estetici così come di modelli sociali. A guardarle con attenzione possono raccontare un sacco di storie e si accostano nelle mie opere completandole e arricchendole di dettagli.

Carlo, quando osservo le tue opere trovo altri elementi ricorrenti che mi permettono di identificare il tuo lavoro: i tasselli.

Piano piano mi sono accorto che nei miei dipinti mancava qualcosa e quindi ho iniziato ad aggiungere dei tasselli. Apparentemente sembrano dei tasselli di pulitura, ma in realtà si tratta di elementi che aggiungo una volta finito il disegno figurativo. Rappresentano per me una stratificazione che segna una scansione temporale del lavoro. Sono disposti sui dipinti seguendo spesso una ritmica musicale e a livello cromatico sono una sintesi di tutti i colori che uso sulla mia tavolozza. Sembrano quasi delle sfocature di quello che ci sarebbe al di sotto di essi. Sono come una nota decontestualizzata, può essere sola, ma può farsi sinfonia.

Hai partecipato anche a un progetto particolare, legato al tema del momento del commiato. Come si è sviluppato?

Avevo già lavorato sulla stratificazione della memoria, ma mai sulla morte. Ho guardato alla storia e all’archeologia attraverso una chiave estetica. Ho camminato a lungo al Cimitero Monumentale. E ho trovato nella natura e negli elementi floreali un linguaggio valido per tutti. Ho prodotto carte da parati, su cui sono intervenuto con tecniche diverse, con le quali ho coperto porzioni di parete. Mi piace l’idea che possano assorbire storie e farsi tramite di significati, come degli affreschi staccati. Ho voluto attribuire significati e concetti che si adattassero al contesto specifico.

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Dai sicomori dell’Antico Egitto, da cui la dea Nut versava sui defunti l’acqua dell’immortalità, al cipresso del mito greco di Ciparisso, giovane amante di Apollo trasformatosi in albero per aver causato la morte del suo cervo addomesticato: da allora e per sempre immagine di lutto e tristezza. E oggi? Dopo secoli di raffinati orti funerari, pensati con intelligenza e curati con sacralità, ci si affida al mercato, che sceglie le specie più durature o quelle a fioritura autunnale. Come gli splendidi crisantemi: in Asia sinonimo di matrimonio, in Italia di cimitero.

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