L’Herbarium di Cristiana Ruspa

di: Cristiana Ruspa
Si chiama Atropa belladonna è una pianta tossica ma nel contempo largamente utilizzata in ambito fitoterapico perché contiene sostanze che, se impiegate al di sotto del dosaggio letale, possono essere di grande aiuto per la salute umana; al contrario, se impiegate con un dosaggio uguale o superiore alla soglia letale, può provocare una morte di atroci sofferenze.
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Lo sapevate che la Belladonna rappresenta una delle piante in assoluto più pericolose per gli esseri umani?

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Si chiama Atropa belladonna è una pianta tossica ma nel contempo largamente utilizzata in ambito fitoterapico perché contiene sostanze che, se impiegate al di sotto del dosaggio letale, possono essere di grande aiuto per la salute umana; al contrario, se impiegate con un dosaggio uguale o superiore alla soglia letale, può provocare una morte di atroci sofferenze.

Il principio attivo maggiormente utilizzato è senz’ altro la atropina che si trova in alta quantità nei semi. Veniva usata dalle donne del Rinascimento per motivi estetici, in quanto l’atropina esercita un controllo sul muscolo irideo dell’occhio favorendone il rilassamento. Si chiama quindi Belladonna proprio perchè lo usavano per avere gli occhi più belli.

Atropo invece in greco significa inevitabile, era la più anziana delle tre Parche insieme a Cloto e Lachesi ed era la più temuta per avere il destino finale della morte d’ogni individuo poiché a lei era assegnato il compito di recidere, con lucide cesoie, il filo che ne rappresentava la vita, decretandone il momento della morte. Non dobbiamo spaventarci ma la Natura può essere utile, bella, guaritiva, conteplativa e mortale allo stesso tempo. In Piemonte abbiamo un grande produttore e coltivatore di piante velenose; se ben integrate con altre erbacee e arbusti possono
regalare ornamentalità e splendore in ogni stagione del giardino. Certo la Atropa Belladonna è bella e dannata e suggerirei a tutti di usarla per scopi didattici accompagnata da un cartello con un teschio in evidenza.

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Dai sicomori dell’Antico Egitto, da cui la dea Nut versava sui defunti l’acqua dell’immortalità, al cipresso del mito greco di Ciparisso, giovane amante di Apollo trasformatosi in albero per aver causato la morte del suo cervo addomesticato: da allora e per sempre immagine di lutto e tristezza. E oggi? Dopo secoli di raffinati orti funerari, pensati con intelligenza e curati con sacralità, ci si affida al mercato, che sceglie le specie più durature o quelle a fioritura autunnale. Come gli splendidi crisantemi: in Asia sinonimo di matrimonio, in Italia di cimitero.

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