Edilizia ecosostenibile e orti verticali

di: Ginevra Roselli Lorenzini
Recuperare spazi verdi all’interno del tessuto urbano non solo è ormai da anni un imperativo per quanto concerne l’aspetto climatico e ambientale, ma è anche divenuto uno strumento per porre nuovamente al centro della progettazione la qualità di vita dei cittadini, il loro benessere psico-fisico e per rispondere alla sempre più sentita necessità di riscoprire un senso di comunità e partecipazione di vita collettiva. 
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Architettura e biodiversità

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Recuperare spazi verdi all’interno del tessuto urbano non solo è ormai da anni un imperativo per quanto concerne l’aspetto climatico e ambientale, ma è anche divenuto uno strumento per porre nuovamente al centro della progettazione la qualità di vita dei cittadini, il loro benessere psico-fisico e per rispondere alla sempre più sentita necessità di riscoprire un senso di comunità e partecipazione di vita collettiva. 

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Orto Verticale a Milano
Il più imponente orto verticale al mondo
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I benefici ambientali di questo trend sono ormai indiscussi: uno studio condotto negli Stati Uniti ha stimato a cento milioni di dollari il risparmio energetico annuo ricavabile nella trasformazione a verde dei tetti della sola città di Chicago.

Dai grandi studi architettonici internazionali alle piccole realtà di quartiere, la tendenza diffusa è quella di sfruttare qualsiasi superficie disponibile per riportare quel verde di cui tradizionalmente la città ci priva.

In Italia, il Ministero dell’Ambiente prevede cospicui sgravi fiscali per chi sceglie il verde pensile: tetti verdi ed orti verticali filtrano l’inquinamento urbano, isolano acusticamente, riducono l’anidride carbonica, svolgono una funzione di regolazione delle acque piovane – fondamentale oggi particolarmente nel nostro Paese, che a causa dell’intensa cementificazione risente della scarsità di terreno che dreni le piogge – raffredda l’aria grazie all’evaporazione del vapore acqueo svolgendo quindi un’attività climatizzante, favorisce la diversità microbiologica e l’insediamento di ecosistemi animali oltre a contribuire significativamente all’estetica cittadina.

Sono molteplici gli studi di chiara fama che sempre più si cimentano in ambiziosi progetti che coniugano l’aspetto ecologico e quello estetico, sublimando così in ogni senso la funzionalità ed il piacere di un’immersione nella Natura. Pensiamo per esempio all’ormai celebre Bosco Verticale dello studio Boeri di Milano: ispirato a questo progetto, lo studio ha recentemente presentato quella che sarà la prima città-foresta nel mondo, la Liuzhou Forrest City in Cina, che potrà vantare la presenza di quaranta mila alberi e quasi un milione di piante, un vero e proprio polmone verde.

A Parigi, il prestigioso studio giapponese di Kengo Kuma sta edificando un hotel di lusso, il 1 Hotel, che oltre ad essere ricoperto da una ricchissima vegetazione, si avvale dell’impiego di materiali “bio” come il vetro ed il legno. L’architetto britannico Thomas Heatherwick ha presentato a Moganshan Shanghai, in Cina, il 1000 Trees: un progetto che sorge in un quartiere dedicato all’arte e che ha la particolarità di sviluppare l’edificio come se fosse un paesaggio, infondendogli una forma che rimanda a quella di due montagne. Sulla stessa linea anche la California Academy of Science del nostro Renzo Piano. Questo istituto di ricerca e museo di scienza e storia naturale si trova all’interno del Golden Gate Park di San Francisco: è stato realizzato secondo criteri di sostenibilità, con l’uso di materiali riciclabili e l’impiego di fonti rinnovabili. Il tetto verde che lo ricopre ha l’aspetto di sinuose colline, proprio per integrarsi armonicamente nel paesaggio circostante.

In questa corsa alla riscoperta della Natura urbana, un aspetto che però non va assolutamente trascurato è quello delle piccole realtà locali, che all’ombra dei famigerati studi internazionali operano direttamente sul tessuto cittadino, spesso disagiato e con forte bisogno di riqualificazione, facendo leva sull’ascolto e sulla partecipazione della comunità direttamente interessata, che così diventa essa stessa la prima artefice del suo proprio benessere. Bellissimo è per esempio l’orto sui tetti delle Fonderie Ozanam a Torino, ideato dalle architette Emanuela Saporito ed Elena Carmagnani, fondatrici dell’associazione OrtiAlti, volta al reimpiego di aree dismesse attraverso la realizzazione di orti di comunità. Ex edificio abbandonato nella periferia nord del capoluogo piemontese, le Fonderie Ozanam sono diventate un punto di riferimento sociale nel quartiere.

L’orto è stato realizzato con la partecipazione del servizio Sert dell’ASL Torino 2, avvalendosi dell’aiuto di ex tossicodipendenti che hanno potuto così sperimentare i benefici dell’ortoterapia, ed oggi è uno spazio di formazione professionale di ortocultura e apicultura urbana. Grazie a questa iniziativa si è potuto formare ragazzi chiedenti asilo politico, uno dei quali è recentemente divenuto apicultore ufficiale delle Fonderie. Gli ortaggi coltivati sul tetto sono poi impiegati nelle cucine del ristorante sottostante, gestito da una cooperativa sociale che si occupa di inserire nel mondo del lavoro ragazzi con diverse disabilità. Uno splendido esempio di riqualifica urbana e di coinvolgimento della comunità, dove al beneficio materiale si associa quello spirituale di riconnessione, attraverso la Natura, alla nostra umanità condivisa.

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Dai sicomori dell’Antico Egitto, da cui la dea Nut versava sui defunti l’acqua dell’immortalità, al cipresso del mito greco di Ciparisso, giovane amante di Apollo trasformatosi in albero per aver causato la morte del suo cervo addomesticato: da allora e per sempre immagine di lutto e tristezza. E oggi? Dopo secoli di raffinati orti funerari, pensati con intelligenza e curati con sacralità, ci si affida al mercato, che sceglie le specie più durature o quelle a fioritura autunnale. Come gli splendidi crisantemi: in Asia sinonimo di matrimonio, in Italia di cimitero.

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